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Operazione Spectre
Lettera al direttore di Andrea Cunico Jegary dopo le dichiarazioni del sindaco Finco sul Marchio d’Area. “Siamo regrediti di 10 anni, si stanno ripetendo gli stessi errori che la Legge Regionale 2013 sul Turismo Sostenibile avrebbe voluto arginare”
Pubblicato il 27 dic 2024
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C’è un fantasma che si aggira negli spazi vuoti, fatta eccezione per le auto col permesso di parcheggiare, del Castello degli Ezzelini a Bassano: è il Marchio d’Area.
E come tutti gli spettri che si rispettino, appare periodicamente.
Per questo spirito è un periodo di riapparizione, dopo le dichiarazioni rese al riguardo dal sindaco Nicola Finco al tradizionale incontro augurale di fine anno con la stampa, di cui al mio precedente articolo “Fincle Bells”. Le ricordo di seguito a beneficio dei lettori del presente articolo.
Attrattività d’area e territorio: veduta di Campolongo sul Brenta (foto Alessandro Tich)
“Con l’IPA - ha affermato il sindaco - abbiamo avviato uno studio con una società trentina sui 14 Comuni dell’Intesa per arrivare finalmente al Marchio d’Area, dopo dodici anni di chiacchiere e di litigi.”
L’IPA è l’Intesa Programmatica d’Area Pedemontana del Brenta, che già nel marzo del 2016, e quindi quasi nove anni fa, aveva aderito al progetto per la costituzione del Marchio d’Area che allora si chiamava (e per i suoi promotori si chiama ancora oggi) “Territori del Brenta”.
In quell’anno l’IPA diventava l’organismo rappresentativo istituzionale che dava l’avvio ufficiale al Tavolo di Marketing Territoriale per il Marchio d’Area, promosso dalla componente privata che si riconosceva nell’associazione Territori del Brenta, guidata all’epoca dai Tre Tenori Roberto Astuni, Andrea Cunico Jegary e Massimo Vallotto.
Parte pubblica e parte privata si stringevano così a coorte, almeno a parole, per “sviluppare l’attrattività d’area del comprensorio per trasformarla in auspicata destinazione di nuovi flussi turistici”, per una “concertazione e programmazione decentrata” condivisa dai Comuni dell’IPA e per “l’elaborazione di progettualità che possano intercettare importanti finanziamenti pubblici”.
Le frasi virgolettate sono quelle che avevo scritto nel 2016 nell’articolo che annunciava l’accordo raggiunto, come anticipavo nel sottotitolo con le seguenti parole:
“Habemus Marketing Territoriale: finalmente avviato il Tavolo per il Marchio d’Area. L’annuncio del sindaco Poletto, presidente dell’IPA Pedemontana del Brenta, che mette il cappello istituzionale sul progetto dell’associazione Territori del Brenta”.
Tutto bello e tutto fantastico, ma negli anni seguenti quel cappello istituzionale è volato via col vento.
I Territori del Brenta si trasformavano nei Territori del Boh e tutte le vicissitudini che hanno contraddistinto lo sviluppo all’incontrario del progetto, fino alla sua collocazione definitiva in naftalina, sono raccolte nella messe di articoli dedicati da Bassanonet all’argomento.
Adesso il sindaco Finco, con opportuna seduta spiritica, evoca nuovamente il fantasma del Marchio d’Area (lo aveva evocato anche in campagna elettorale), quasi in modalità “spettro delle mie brame” o se preferite in una sorta di “Operazione Spectre” alla James Bond.
E per farlo si avvale della collaborazione di una “società trentina” che assieme all’IPA dovrebbe individuare gli step per la costituzione di quel Marchio che, come spiegano le sacre scritture, rappresenta “il mezzo per rafforzare il senso di appartenenza fra i cittadini e favorire al contempo il processo di governance del turismo, facilitando la comunicazione e il coordinamento fra operatori e istituzioni”.
Ma c’è anche chi considera l’operazione dell’amministrazione comunale l’esatta negazione dei princìpi fondativi del marketing territoriale, al punto da dichiarare che con l’impostazione data alla questione dal sindaco Finco “siamo regrediti di 10 anni”.
Si tratta di Andrea Cunico Jegary, uno dei già citati Tre Tenori dei Territori del Brenta di storica memoria, tramite una lettera trasmessa al riguardo al direttore di Bassanonet, che pubblichiamo di seguito.
LETTERA AL DIRETTORE TICH
“Con l’IPA - dichiara Finco - abbiamo avviato uno studio con una società trentina sui 14 Comuni dell’Intesa per arrivare finalmente al Marchio d’Area, dopo dodici anni di chiacchiere e di litigi”?
Finché non saranno gli stessi operatori culturali ed economici ad essere protagonisti di una fase di emancipazione non ci sarà innovazione nel governo dell’attrattività d’area.
All’IPA (ente sovraordinato) spetta favorire e garantire questo processo di innovazione, valorizzando le risorse del territorio per farle crescere.
L’IPA non lo ha fatto, non lo sta facendo. In questi ultimi dieci anni in termini di innovazione il territorio non ha avuto nulla da questa intesa programmatica tra amministratori.
Finora quello che è venuto è venuto dal volontariato, dalle capacità, dalla visione, dall’esperienza offerta dal gruppo di privati che ha chiesto e sostenuto il percorso Territori del Brenta.
Siamo regrediti di 10 anni, si stanno ripetendo ancora gli stessi errori che la Legge Regionale 2013 sul Turismo Sostenibile avrebbe voluto arginare.
Il petrolio sotto i nostri piedi è ancora là.
Abbiamo bisogno di una stampa locale che spieghi queste cose, che confronti i nostri modelli di governance con quelli vincenti. Dobbiamo crescere in consapevolezza.
La leggenda metropolitana delle consulenze esterne gestite da sindaci manager sono fossili di un’altra era.
L’IPA metta davanti l’interesse collettivo, riapra il Tavolo Marketing Territoriale, si metta a disposizione, lavori con gli operatori, accolga le istanze dal basso, favorisca un dialogo corretto e onesto tra le parti, ne sia garante, favorisca appunto una Intesa Programmatica d’Area per la gestione coordinata dell’immagine, della cultura e del turismo.
Se ancora non c’è dibattito interno per la definizione di una identità condivisa, se questa non è percepita come inclusiva, se non è ‘sentita’ dalle imprese, è perché la parte pubblica non ha accolto e sostenuto l’innovazione sociale del Marchio d’Area e ora di nuovo in antitesi monopolizza e blinda il processo dall’alto con una Fondazione.
Andrea Cunico Jegary
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