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Toshikazu nostri
E se in fin dei conti l'esperto giapponese Toshikazu Hanazato, che proponeva di smontare il Ponte di Bassano pezzo per pezzo e rimontarlo con pezzi risanati, avesse avuto ragione?
Pubblicato il 06 feb 2021
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Questa mattina ho avuto il mio momento di autolesionismo del weekend. E ho voluto aggiornare il conteggio, per puro sfizio personale, dei miei articoli scritti fino ad oggi sul restauro del Ponte di Bassano. Sono andato quindi sull'indice di Bassanonet e alla lettera “P” ho cliccato il tag “Ponte di Bassano”. Non ho contato tutti gli articoli uno per uno: sarebbe stato peggio che contare le pecore e a quest'ora del giorno bisogna rimanere svegli. Ho semplicemente contato le pagine dell'indice dei contenuti dedicati all'argomento, riferiti specificamente alla Pontenovela: in tutto 36.
E siccome ogni pagina elenca 10 titoli, fanno in tutto circa 360 articoli, riga più riga meno. Più che un libro, un'enciclopedia a dispense sulla storia dell'opera pubblica più sofferta che Bassano ricordi.
Tutto ha avuto inizio l'8 febbraio 2014 - e cioè esattamente 7 anni fa tra due giorni -, negli ultimi mesi dell'amministrazione Cimatti. In quella data pubblicavo il pezzo intitolato “Il Ponte siamo noi”, riferito alla situazione nella quale per la prima volta la città prendeva coscienza del problematico stato di salute del monumento. Merito di Ilario Baggio, il noto hair stylist bassanese con la passione per la canoa che pagaiando con il suo natante sotto il Ponte si era accorto, immortalandole con il suo telefonino, delle critiche condizioni del manufatto alla base e sul fasciame di legno dei piloni delle stilate.
Il professor Hanazato al summit di Palazzo Sturm nel gennaio 2015 (archivio Bassanonet)
In quel frangente Baggio organizzò una cena chiamando a raccolta i bassanesi per “raccogliere le idee su cosa fare per aiutare il Ponte Vecchio”. Era per l'appunto la prima volta in assoluto che l'appello “S.O.S. Ponte di Bassano” faceva irruzione nella cronaca cittadina e la politica era ancora lontana dal prendere in carico la questione, benché un più “contenuto” progetto di ristrutturazione del monumento giacesse nei cassetti del Palazzo comunale.
L'ingresso a testa bassa della politica nella vicenda sarebbe avvenuto cinque mesi dopo, nel primo trimestre dell'amministrazione Poletto: è infatti del 22 luglio 2014 il mio primo articolo, intitolato “Sul Ponte di lancio”, propriamente riferito alla Pontenovela. In quella occasione veniva annunciato il primo atto della storia infinita: la firma della convenzione tra il Comune di Bassano e l'Università di Padova (Dipartimento di Ingegneria Civile, diretto dal prof. ing. Claudio Modena) per una diagnosi definitiva delle condizioni di staticità del Ponte e per l'indicazione delle modalità del progetto di restauro definitivo.
Era il primo vagito della neonata opera pubblica che avrebbe continuato a piangere negli anni a venire.
Ma di quella fase embrionale dell'intervento di ripristino e consolidamento del cosiddetto Ponte degli Alpini ci sono due articoli che più di tutti, cliccando qua e là, mi hanno rinfrescato la memoria di quei tempi ancora “propedeutici” al restauro del Grande Vecchio.
E cioè il reportage e il conseguente editoriale dedicati al mitico summit internazionale tra esperti, convocati dal Comune di Bassano a Palazzo Sturm per un confronto ad alto livello sulle linee guida da seguire per la cura sull'illustre paziente. Era il gennaio del 2015.
A confrontarsi sulle possibili modalità del restauro furono tre pezzi da novanta in materia di interventi di ripristino dei beni pubblici e storici: il prof. Claudio Modena dell’Università di Padova, il prof. Giovanni Carbonara dell’Università La Sapienza di Roma e il prof. Toshikazu Hanazato dell’Università di Tokio, quest'ultimo arrivato appositamente a Bassano dal Paese del Sol Levante. L'esperto giapponese, nell'occasione, conquistò gli onori delle cronache per la “soluzione drastica” da lui proposta. E cioè, spiegata in estrema sintesi: smontare il Ponte di Bassano pezzo per pezzo e rimontarlo con pezzi risanati.
Un suggerimento espresso in totale sintonia con le tecniche di restauro utilizzate in Giappone, dove - come aveva spiegato l'illustre ospite nipponico - la ristrutturazione delle grandi opere in legno come ponti o pagode di grande dimensione prevede lo smontaggio e il rimontaggio delle strutture. Il docente dell'Università di Tokio rimandava quindi alla tradizione del restauro nel suo Paese, basata sul principio degli elementi componibili. Proprio per questo lo avevo ribattezzato “il professor Ikea”.
Sappiamo tutti come è andata a finire: ha prevalso la linea Modena-Carbonara, diventati poi i referenti scientifici del progetto di restauro, relegando la proposta-Hazanato a niente di più che un'interessante, ma per il Comune di Bassano impraticabile, variazione orientale sul tema. Anche perché il destino del progetto esecutivo del restauro - affidato al prof. Modena e finanziato col contributo di 3 milioni del Ministero ai Beni Culturali nell'agosto 2015, ancora prima della presentazione pubblica del progetto alla città - era già segnato.
Per l'amministrazione Poletto la proposta del caposcuola del restauro made in Japan altro non era stata che “una suggestione non applicabile”. Così dichiarava sulla stampa il sindaco Riccardo Poletto. Lo smontaggio del Ponte, come rilevava il primo cittadino, “raddoppierebbe i costi e i tempi di esecuzione”. Quindi: Arigatō professor Hanazato, ma non se ne fa nulla. E tutto il resto è cronaca e storia.
Tuttavia - in fin dei conti e ovviamente con il senno di poi - è lecito chiedersi se il professor Hanazato non avesse in realtà avuto ragione. In primis perché la tesi del vantaggio dei costi e dei tempi di esecuzione del progetto poi andato in gara è stata smentita dai fatti.
Nel gennaio 2015, quando si svolse il summit di esperti italo-giapponese, la stima del costo complessivo dell'intervento di restauro - come affermavano le fonti comunali e come scrissi in quella occasione - si aggirava tra i 3,5 e i 4 milioni di euro. Poi, col passare del tempo e dei problemi in corso d'opera, il quadro economico complessivo dell'intervento di ripristino e consolidamento del Ponte è arrivato a superare i 9 milioni di euro. Una cifra più che raddoppiata rispetto alle stime iniziali. Le casse comunali - al netto dei contributi di Ministero, Regione e Fondazione Cariverona - ringraziano. Riguardo ai tempi di esecuzione, poi, è meglio stendere un velo pietoso.
Inoltre la proposta-Hanazato non è stata così “fuori dal mondo” come si è voluto far credere. Sarà stata anche “una suggestione non applicabile”, come sostenuto dall'amministrazione dell'epoca, ma in realtà il principio dello “smontaggio e rimontaggio con pezzi risanati” è stato proprio alla base della tecnica applicata dall'appaltatore Inco per la ristrutturazione delle quattro stilate del Ponte. Le quattro pile che sostengono il monumento dovevano infatti essere sottoposte a un intervento di “ristrutturazione conservativa”, come indicato dalla relazione storica del progetto di restauro a firma del professor Giovanni Carbonara, sostenitore della “permanenza della sostanza” del Ponte, di cui nel ripristino andavano mantenuti gli elementi originali “per farlo rimanere identico “nella propra autenticità”, senza diventare “altra cosa” da se stesso” (citazione virgolettata dalla pagina 25 della relazione Carbonara).
E invece le quattro stilate da ripristinare sono state totalmente smontate - o, per meglio dire, segate via di netto - e sostituite con quattro stilate nuove di zecca. Un vero e proprio intervento “alla giapponese”, benché sorretto - come previsto sia dal progetto Modena che dalla ancora più radicale “variante migliorativa” della Inco - da uno scheletro di acciaio inossidabile.
Dopo 6 anni e passa da quel summit a Palazzo Sturm, voglio pertanto rendere onore al professor Hanazato, il cui suggerimento di restauro era stato fatto percepire all'epoca come una divagazione folcloristica sul sacro intervento di ripristino del monumento simbolo della città. Naturalmente non possiamo sapere come sarebbero andate le cose se la sua proposta “smonta e ritaka i toki” fosse stata messa in atto quale principio generale di ricostruzione del manufatto. Sappiamo invece benissimo come sono andate le cose nella realtà dei fatti, fra travi reticolari di vario tipo, sponde in muratura impossibilitate all'aggancio della trave di impalcato perché non disponibili, pavimenti (proposti in tavole di legno dal prof. Carbonara) ancora al centro delle ultime polemiche della vicenda e un mare di soldi pubblici spesi in perizie e in controversie legali. Solo per citare alcune delle questioni aperte di questa infinita vicenda ormai finalmente prossima alla fine.
Rispetto alla variante orientale abbiamo deciso per un concetto di restauro di tutt'altro tipo e i suoi elementi di complicazione sono stati, in tutto e per tutto, Toshikazu nostri.
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