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Luigi Marcadella
Giornalista
Bassanonet.it
Recovery Future
Sognando i soldi del Recovery Fund per immaginare la Bassano del 2050. Tre idee dell'urbanista Michelangelo Savino per la smart city
Pubblicato il 01 lug 2021
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Proviamo un esercizio di fantasia: arrivano i fondi del Recovery, tanti e da spendere in un tempo ragionevole. Per molte città sopra i 15 mila abitanti si tratta di un’occasione unica per ripensarsi in una prospettiva di maggiore vivibilità, di sostenibilità e di rigenerazione urbana. Per riprendere il celebre motto di Steve Jobs, le nostre città di medie dimensioni hanno un assoluto bisogno di essere affamate (di buoni progetti) e folli (di idee). Serve tuttavia una premessa a questo esercizio di fantasia (?): per accedere ai fondi del Recovery e per far diventare le nostre cittadine più green, resilienti e connesse, è necessario elaborare progetti di grandi dimensioni, con una visione d’insieme del futuro e delle potenzialità, economiche e turistiche, delle diverse realtà urbane. È il punto di partenza del ragionamento che avanza proprio su Bassano del Grappa l’urbanista Michelangelo Savino, ordinario di Tecnica e Pianificazione urbanistica all’Università di Padova.
A Bassano arrivano dunque i soldi del Pnnr (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza). Cosa ci possiamo inventare di “folle”?
Foto: Bassanonet
Intanto partiamo con una riflessione sugli errori del passato che non vanno ripetuti. In Italia non c’è mai stata una strategia che abbia considerato le città come ambiti determinanti per la crescita economica. In realtà, gli agglomerati urbani anche di media dimensione, e nella nostra regione in modo particolare, sono stati acceleratori della crescita di grande rilevanza. E ancor di più oggi il rilancio economico dei territori passa e nasce da città dinamiche, attente ai processi d’innovazione, in grado di concentrare servizi di qualità per gli operatori economici, i residenti e i turisti. Qualcuno nel nostro Paese lo aveva dimenticato, adesso con il Recovery vediamo cosa potrà accadere.
Quindi abbiamo centrato l’argomento: i soldi del Recovery possono essere pensati anche per città di taglia media, come Bassano.
L’economia del policentrismo veneto ha tratto la sua forza dai tanti distretti industriali nati in prossimità di centri di medie dimensioni. Nella nostra Pedemontana lo dimostra la storia dello sviluppo economico di Bassano, di Montebelluna o Conegliano. Bassano è proprio l’esempio perfetto di quella “Terza Italia” che ha cambiato il corso dello sviluppo economico del Nordest, studiata negli anni Settanta dal sociologo Arnaldo Bagnasco proprio come un esempio paradigmatico di quella profonda trasformazione basata sulla piccola e media impresa e su molti fattori territoriali specifici. Agglomerati urbani di dimensioni “non metropolitane”, capaci comunque di assicurare un supporto non indifferente allo sviluppo. Sembra passato un secolo da quel periodo, forse è arrivato il momento di reinventarsi un’altra volta.
Da cosa partiamo?
Da quello che è considerato il pilastro strategico del processo di rilancio economico, soprattutto in questa fase di relazioni non più circoscritte ma globali: le infrastrutture, perché prima di tutto bisogna poterci arrivare a Bassano. Anche per Bassano è fondamentale non essere troppo distante dall’Alta Velocità. Ma purtroppo non di questo si va dibattendo: la discussione strettamente limitata al tracciato e alle opere necessarie al suo passaggio riflettono una logica tutta interna al progetto e non ai territori. Per cui, tra le tante opzioni, si è anche parlato di “saltare” Padova e collegare solo Venezia con Milano (con fermata a Vicenza?), per ottimizzare i tempi di percorrenza, senza riflettere sulle conseguenze territoriali. E nel caso specifico, non avere l’AV a meno di 50 km vorrebbe dire per Bassano perdere il potenziale ruolo di nodo principale tra l’asse pedemontano (ormai consolidato dalla nuova superstrada) e un asse alternativo da rafforzare – intermedio tra un’incompleta Valdastico e una congestionata e non migliorata Alemagna – che da Padova giunge al Trentino e il Brennero, per esempio.
Le grandi opere passano troppo distanti dai nostri ragionamenti, per portare i soldi del Recovery a Bassano cosa bisogna fare?
Semplicemente quello che si dovrebbe fare sempre quando si vuol concretamente costruire il futuro di un territorio, di una città: avere una visione (“vision”, come bisogna dire oggi, perché la cosa abbia un certo effetto massmediatico!) e un’idea strategica del futuro della città. Tanti progetti di piccolo calibro, piccoli rivoli di finanziamento, hanno ben poche ricadute effettive su un territorio. È necessario un grande progetto, che sappia tenere insieme le tante risorse di questa città. Il patrimonio artistico, il potenziale turistico, le sue attività economiche, le sue valenze paesistico-ambientali.
Fermiamoci al potenziale turistico: ce lo raccontiamo spesso tra di noi che siamo i migliori del mondo, in grado di soddisfare le esigenze di turisti ricchi e abituati ai grandi centri, ma non è sempre così.
Quando si dice visione strategica si parla di questo. Oggi un turista giapponese non si trattiene a Bassano per 10 giorni. Lo potrebbe fare solo se decide di fare di Bassano la sua base territoriale per le vacanze in Veneto: grazie alla qualità dell’accoglienza e dell’ambiente urbano, all’efficienza dei servizi e delle infrastrutture (soprattutto tecnologiche), alle diverse e bellissime offerte culturali della città, il Museo, i valori paesaggistici del Brenta. E ancora: la filiera enogastronomica, le piste ciclabili e l’offerta di attività sportive estremamente diversificate, le connessioni con le altre città del Veneto organizzate in una rete fatta non solo di collegamenti territoriali (le solite infrastrutture), ma anche di eventi culturali e artistici. Molte di queste risorse ci sono già, ma sono organizzate in modo settoriale, non coordinato.
Assodato dunque che Bassano ha le carte in regola, partiamo dalla prima idea.
Innanzitutto serve un processo coordinato di rigenerazione urbana, per aumentare la qualità complessiva della città che non può e non deve essere limitata solo ad alcune parti “prestigiose” del centro storico. Partiamo, dunque, da un progetto di rigenerazione urbana con la mappatura delle aree dismesse e degradate, o delle ex aree militari. Non mancano oggi molti esempi di questo genere: quello che manca piuttosto è un’idea originale per le possibili destinazioni funzionali di questi spazi recuperati. Scartati i centri commerciali (la più infelice delle soluzioni); scartati, se non in alcuni casi, musei e gallerie d’arte (poco redditizie per sostenere i costi spesso elevati di questi interventi), bisognerebbe puntare piuttosto alla creazione di un centro di innovazione tecnologica, per la ricerca e la formazione.
Un parco tecnologico?
Un punto di riferimento per i settori produttivi del territorio, di sostegno alle nuove iniziative imprenditoriali, ma anche di produzione di conoscenza che possa fare di Bassano il perno delle economie di un’area vasta. La città diventerebbe il luogo dove si pensa l’innovazione a sostegno dei distretti industriali dell’area Pedemontana, ma anche dove si produce la nuova cultura produttiva, chiaramente in chiave ecologica, sostenibile e anche competitiva. Un progetto di questo tipo passa anche attraverso la preliminare costruzione di una “rete di attori locali”: istituzioni, imprenditori, enti di formazione. Un fattore strategico indispensabile affinché i progetti innovativi possano davvero camminare.
Seconda idea di rigenerazione urbana: proviamo ad alzare ancora di più il tiro?
Appunto. Perché la spesa pubblica sostenuta al Pnnr sia davvero efficace è importantissimo ragionare di progetti con una prospettiva di medio-lungo periodo. Bassano, così come le altre città della sua dimensione, deve pensare a come sarà tra 30 anni. Il progetto strategico per il futuro, il progetto per la “Bassano del 2050” deve avere obiettivi che vanno ben oltre l’ordinaria amministrazione del quotidiano: con il Pnrr non potremo certo ristrutturare i marciapiedi. Immaginando una città che ospita un centro tecnologico, che attira investimenti, che si confronta con le reti economiche globali, bisogna poter pensare a progetti “audaci” di rigenerazione e riqualificazione di una parte più belle della città, ovvero la zona dei Ponti. Già una decina di anni fa si parlava del progetto Chipperfield per creare un’area integrata tra la città, i due ponti e il fiume. Di quel progetto bisogna saper cogliere la forza di suggestione, la capacità di creare un’immagine diversa, dirompente, che spinga a superare le limitate visioni con cui oggi si costruiscono gli strumenti urbanistici, finalizzati ormai esclusivamente alla gestione dell’uso quotidiano dei lotti.
Con quali nuovi criteri si può immaginare l’area fluviale del Brenta?
Oggi l’idea di intervenire su uno spazio di pregio paesistico ambientale eccezionale come quello del Brenta a Bassano, può spingersi a comprendere i tre ponti della città, con interventi ambientali e urbanistici complessi e originali. Bisogna costruirlo bene e soprattutto bisogna raccontarlo bene, però, il progetto. Migliora la qualità della vita; conduce ad una città ecosostenibile; crea i presupposti per un turismo diverso e più stanziale; può attirare investimenti stranieri, ma soprattutto esprime una diversa idea di città.
Di fatto è un progetto di ripensamento della fisionomia urbana, anche economica, applicabile a molte piccole città venete. Una sorta di post-policentrismo veneto: città medie connesse con le grandi infrastrutture, green, in grado di farsi conoscere all’estero.
In questa ottica non bastano evidentemente solo la politica e le istituzioni. Ci vogliono i corpi intermedi, l’economia locale, i grandi imprenditori a sostegno del progetto. Non in termini di soldi, ma di energie e sinergie. Bassano ha la dimensione urbana giusta, la storia, tradizioni sociali ed economiche e tanto altro per provare a giocarsi la sfida del Recovery.
Manca il terzo punto. Città smart: e l’ambiente?
La terza idea è proprio qui, ma dobbiamo intenderci. “Città smart” vuol dire molte cose, ma purtroppo c’è stata una diffusa banalizzazione del concetto, per cui è passata l’idea che la città smart sia esclusivamente una città “tecnologicamente attrezzata”. Dal significato del termine, come viene generalmente utilizzato, è praticamente scomparsa la componente sociale (una città smart è una realtà in cui anche la tecnologia contribuisce a ridurre le disuguaglianze sociali) e la questione ecologica (la città smart è una città in cui la tecnologia contribuisce alla riduzione degli impatti ambientali e al contenimento del consumo delle risorse naturali). Se torniamo quindi al vero senso del termine, allora dovremmo operare per fare di Bassano una città smart, che non si riduca solo al wifi diffuso per strada o a forme di innovazione tecnologica per l’illuminazione pubblica, ma piuttosto che tenga insieme progetti diversi e tutti finalizzati all’unico obiettivo del miglioramento delle condizioni ambientali e di drastica riduzione degli impatti.
Per Bassano come si potrebbe declinare la visione smart?
Si tratterebbe di inserire nella vision di Bassano 2050 un disegno generale di ri-forestazione urbana, integrato con un piano di mobilità sostenibile, potenziando il trasporto pubblico. Cosa significa riforestare una città? Non solo nuove piantumazioni, ma un progetto in grado di potenziare il sistema del verde pubblico, valorizzare il verde privato, ridurre l’impermeabilizzazione dei suoli, contribuire a diminuire la temperatura urbana, catturare più anidride carbonica. Con un particolare: Bassano ha un sistema fluviale importante ed un ecosistema che già oggi integra la città all’ambiente naturale circostante, creando un complesso di particolare pregio.
Dimentichiamo qualcosa?
Sì, solo di ripetere in modo ossessivo che l’idea funziona solo se tutto viene elaborato e costruito in modo integrato. Il semplice progetto di una pista ciclabile senza intervenire sulla salvaguardia del paesaggio e senza farne l’occasione per la riqualificazione dell’ambito territoriale circostante, valorizzando il patrimonio storico e culturale presente, e che non inneschi la nascita di attività economiche e nuove attrazioni, non aiuta a portare a casa i soldi dell’Europa.
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