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Laura Vicenzi
Giornalista
Bassanonet.it
I maledetti cantati da Igort
Il Ridotto del Comunale ha ospitato la prima di I dispacci di Delmore, all'interno del 78° Ciclo di Spettacoli Classici
Pubblicato il 16 ott 2025
Visto 3.902 volte
Domenica 12 ottobre, al Ridotto del Teatro Comunale di Vicenza, nell’ambito del 78° Ciclo di Spettacoli Classici diretto da Ermanna Montanari e Marco Martinelli, è andata in scena in prima assoluta I dispacci di Delmore, nuova creazione di Igor Tuveri, in arte Igort.
L’artefice dello spettacolo è il noto fumettista, attualmente direttore del periodico “Linus”, considerato fra i maestri del graphic novel d’autore a livello internazionale, è inoltre regista, sceneggiatore e musicista.
Igort in I dispacci di Delmore (foto di Roberto De Biasio)
Quella proposta al pubblico è un’opera sospesa tra reading, musica e videoproiezioni che riflette sul sogno americano e sulla sua decadenza, sulle contraddizioni di un’epoca che ha fatto della libertà il proprio mito e della disperazione la propria zona d’ombra. Tutto a orbitare attorno alla figura di Delmore Schwartz, traduttore, scrittore e poeta maledetto statunitense, autore ventiquattrenne di Nei sogni cominciano le responsabilità. Schwartz è scomparso nel 1966 a cinquantadue anni, incompreso e in solitudine, dopo essersi ritirato dal mondo in una estetica preparazione alla morte.
Ma la performance è più di un omaggio all’uomo geniale e dannato ammirato da artisti come Lou Reed, di cui fu mentore, e Allen Ginsberg: è un viaggio poetico e sonoro nella memoria inquieta dell’America del Novecento, durante il quale un mosaico di ritratti, anche qui un coro, si illumina e si dissolve tra canzoni e immagini; una “comics-opera” in cui la tradizione del fumetto incontra la performance teatrale e la narrazione musicale. «È giunto il momento di raccontare i maledetti», ha presentato così il suo progetto Igort.
Convocati in una sorta di messa laica, tra gli altri: Andy Warhol; William Burroughs; Lou Reed; Nico; Alan Vega, fondatore dei Suicide; le poetesse Sylvia Plath e Anne Sexton; Kandi Barbour, stella implosa della pornografia Anni Settanta.
Lo spettacolo è accompagnato dai brani eseguiti dal vivo dell’album di prossima uscita dell’artista, che porta il titolo: Delmore, the rain, a dog. Prodotto da Stefano Guzzetti e D-ross & Startuffo, è un disco che si muove tra rock’n’roll, elettronica e parlato, in dialogo con l’universo visivo dell’autore.
Igort nel suo sito scrive: “…mi piace stare seduto, immergermi in altri tempi, altri luoghi” e poi “osservare i palazzi e capire chi li ha abitati”. Sul palco del Ridotto, si è infatti accomodato seduto, tra microfoni e chitarra, un tavolino con una straniante teiera a fianco, avvolto da effetti di fumo soffiato incessantemente, a creare un’atmosfera sognante, o da locale notturno. Molto efficaci, i giochi di luce di Luca Pagliano, che con il sound design di Luciano Graffi ha allestito uno spazio sospeso. Bellissime le immagini curate da Eduardo Servillo, un vero valore aggiunto, fotografie e disegni che hanno guidato gli occhi del pubblico tra le mete vagabondanti del viaggio, mentre risuonavano i dispacci di Delmore, e di Igort. A scorrere tra gli altri, video e immagini di metropoli americane in bianco nero fermate nella memoria con i toni di un buio stranamente caldo, vivo, in movimento.
A contrasto, i visi rubizzi e beoti disegnati da Sundblom nelle pubblicità dell’epoca e i volti segnati a graffi dei “perdenti” — o giudicati tali, da certe società.
Narrato e raccontato in musica, in poesia, l’osceno della vita, fatto di arte e bellezza miscelati a disperazione, suicidio, alcol e eroina, i corpi come terre di battaglia, la ricerca di controllo e di libertà spinta all’estremo. Il materiale narrativo è densissimo, magmatico, infernale, le vite raccontate in fibrillazione sono ipnotizzanti. Personaggio tra gli altri, un mondo a stelle e strisce che da un lato proietta alle luci della ribalta e rende semidei, dall’altro si fa baraccone degli specchi deformanti, per creature speciali come queste.
Igort sul palco trasmette un’immagine di seraficità ovattata, quiete da centro del ciclone comunque, ad ascoltare i testi delle canzoni. La sua una voce che in canto ricorda molto quella di Lou Reed. Tra i bis finali una cover, atto che non sarebbe piaciuto al proprietario del locale catalizzatore di tanta vitalità artistica dove si esibiva tra gli altri il cantante newyorkese, ossia Perfect Day. Per chi conosceva i protagonisti delle storie e le loro opere, la solita tristezza per tanto inevitabile dolore e per l’usuale carattere postumo delle celebrazioni riservate ai maledetti.
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