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Silvia PizzatoSilvia Pizzato
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Metti una sera coi bambini di Afghanistan e Sudan

Tutto esaurito per "Domani torno a casa", il reportage frutto di due anni di riprese, 360 ore di girato tra il Centro chirurgico per le vittime della guerra di Kabul e il nuovo Centro Cardiochirurgico di Khartoum

Pubblicato il 26-11-2009
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Sala piena al Cinema Teatro Valbrenta a Solagna per la proiezione del film documentario “Domani torno a casa” con la regia di Fabrizio Lazzaretti e Paolo Santolini e le bellissime musiche di Massimo Nunzi, coprodotto da Rai Cinema e Casa Magnolia e presentato lo scorso anno alla 65^ Mostra del Cinema di Venezia.
Il film racconta la storia di due ragazzi, entrambi vittime della guerra, e si srotola lungo le loro storie parallele. Yogoub vive nel Sudan martoriato da oltre 25 anni di guerra civile, soffre di insufficienza mitralica.
Murtaza vive con i genitori lontano dalla capitale, arriva a Kabul per le gravi ferite causate dallo scoppio di una mina con cui giocava, che lo ha lasciato senza un braccio.

Murtaza

“La troupe composta da italiani è stata con noi due anni - ha raccontato il Dott. Gabriele Risica, Direttore U.Q. Cardiologia dell’Ospedale Civile di Venezia ed operatore internazionale di Emergency, introducendo la serata -, le scene sono tutte reali e sono state girate mentre lavoravamo”.
Scene talvolta forti, come l’intervento a cuore aperto di Yogoub, senza scadere in una drammaticità esasperata.
La scena apre a Kabul, al Centro chirurgico per le vittime della guerra di Emergency. La camera riprende le lacrime di un bambino in silenzio, bambini con i segni della guerra sul corpo, arti amputati a causa delle mine, e Murtaza.
In Sudan una mamma spiega con voce sommessa al figlio cardiopatico che non possono lasciare il campo profughi di Mayo dove vivono da 8 anni, in fuga dalla guerra civile, i loro villaggi distrutti lasciati alle spalle. Pensa con rassegnazione che morirà Yogoub, un bambino saggio che ama studiare e discute con gli amici su cosa fare da grande.
Scorrono scene di vita quotidiana nel campo profughi di Mayo, dove vivono dalle 400 alle 500 mila persone senza acqua e fognature, in condizioni igieniche e sanitarie disastrose. Qui gli operatori di Emergency fanno anche educazione sanitaria.
A Kabul, Murtaza, taciturno e con gli occhi svegli e tristi, solo e lontano da casa, cerca rifugio tra i fiori del giardino “che scacciano la noia”. Qui l’unico divertimento per i bambini è una carrozzina, finché un giorno gli aquiloni prendono il posto nel cielo degli elicotteri da guerra che sorvolano la città.
Yogoub respira con affanno, deve appoggiarsi agli amici per camminare e stare a guardare mentre fanno il bagno, quando arriva a Soba, al Centro Cardiochirurgico di Emergency. L’ospedale esegue mille interventi l’anno, in un territorio dove il bacino d’utenza è di circa 300 milioni di abitanti.
“Le possibilità sono limitate, bisogna operare chi ha qualche chance di uscirne vivo - spiega il dottor Risica -. Decidiamo della vita dei nostri pazienti, questo è l’aspetto più duro del nostro lavoro. Quando Yogoub è arrivato da noi era al limite delle forze”.
Un intervento costa al Centro tremila dollari (contro i 10 mila degli ospedali militari), per i pazienti è free of charge. “Tutto ciò che facciamo è possibile grazie ai fondi raccolti in serate come questa, organizzata dal gruppo di Emergency di Bassano” ringrazia Risica.
In cambio, i membri della famiglia di Yagoub hanno donato il sangue. Superati i postumi di una complicazione durante l’intervento, Yogoub sta bene ed è tornato a studiare.
Anche Murtaza ha lasciato l’ospedale insieme ai genitori a bordo di un taxi che si allontana confondendosi nel traffico caotico della capitale afgana.

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