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Laura Vicenzi
Giornalista
Bassanonet.it
Modalità lettura 3 - n.13
Cullati dagli anni Sessanta. Resoconto di un incontro tra immagini, musica e parole, a corollario della mostra vicentina Pop/Beat Italia 1960-1979
Pubblicato il 14 apr 2024
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Il numero odierno della nostra rubrica dedicata alla lettura volge lo sguardo all’indietro, l’angolo non molto aperto in realtà (non dovrebbe essere necessaria una macchina del tempo di quelle amate da H.G. Wells per esplorare un decennio del secolo scorso), ma gli anni Sessanta rappresentano un tempo e insieme un non-luogo così lontani dalle nostre vite da sembrare appartenere a una sorta di quarta dimensione, e quindi viaggiare con un mezzo che abbia a che fare con il fantastico è necessario — il biglietto di ritorno in tasca, naturalmente.
Domenica 7 aprile, la Basilica Palladiana di Vicenza, in una delle iniziative collaterali alla mostra “Pop/Beat Italia 1960-1979” (la nostra visita: shorturl.at/eJ046) ha ospitato una conferenza-spettacolo intitolata “Il sogno e il risveglio. Gli anni ‘60 tra cinema, tv, letteratura”. Una narrazione per parole, musica e immagini, quella condotta da Jacopo Bulgarini d’Elci con Livio Pacella, il loro un sodalizio collaudato da tempo anche su Mondoserie.it, piccolo grande mondo legato all’attualità dell’immaginario televisivo in cui è intrigante perdersi (ce ne siamo occupati qui: shorturl.at/imS27).
Jacopo Bulgarini d'Elci, conferenza Il sogno e il risveglio. Gli anni ‘60 tra cinema, tv, letteratura
Il via alla conferenza, in una virata da stile libero, l’ha data l’incipit letto e interpretato da Pacella di La metamorfosi di Kafka, materia immortale che parla di sogno, di risveglio e di racconto, quindi perfettamente in tema.
La galleria di fotogrammi e brevi spezzoni tratti da film celebri targati anni ‘60 che è seguita, in sottofondo le note di Bang Bang, canzone dall’atmosfera western che inscena duelli d’amore, ha confermato senz’ombra di dubbio il predominio dell’immagine, che imperversava in quel decennio: niente a che fare con l’overdose da disincanto del mondo odierno, tutto era profumato della sostanza di cui sono fatti i sogni, tutti nel nostro occidente sono stati abitanti di un arcobaleno lunare dove ogni cosa pareva possibile.
Resta impressa nella retina un’estetica dai toni vintage votata alla giovinezza e alla bellezza, osservate le immagini scelte. Tra le tante, a scorrere, le foto di Easy Rider, con i profili di Jack Nicholson, Peter Fonda e delle loro Harley (sulle note di Born to be Wild); alcune istantanee incantate da Kubrick in 2001 Odissea nello spazio; Sean Connery, che fa la sua comparsa elegante e raffinato nei panni di James Bond e Jean-Paul Belmondo/Bebel, con stampato il sorriso storto del seduttore; tra le figure femminili, Lolita, sempre di Kubrick, a guidare da dietro gli occhiali a cuore una sfilata di bellissime attrici dal trucco e le acconciature cotonate ma già ribelli, donne inconfondibili diventate presto icone. Annunciato, è arrivato il trailer di un film che è un pianeta a sé (una stella, meglio dire), ovvero La dolce vita, e l’abbraccio di un bello e bravo di casa nostra con l’atomica bambola bionda è parso rappresentarlo per intero, l’amore-attrazione del tutto italiano di quei tempi e non solo per “l’America a stelle e strisce”, aspetto emerso in più momenti, nel corso della conferenza.
Il popolo italiano in quegli anni, ha ricordato Bulgarini d’Elci, viveva gli effetti del boom economico, l’avvento del “Made in Italy”, il dilagare del consumismo (che si concretizzava, negli orizzonti da pareti di casa, col possesso di un’automobilina privata e di un televisore), tutti elementi chiave di una società diversa da quella originaria con natali contadini. Fattori stigmatizzati con forza da Pier Paolo Pasolini, che nel brano interpretato da Pacella espresse la sua condanna per il dilagare dell’edonismo di massa e di un nuovo fascismo propagandato attraverso i mezzi di comunicazione e di informazione — Pasolini lo rappresentò con arte, l’“accattone”, colui che non poteva farcela a inseguire i propri sogni.
Ambivalenza e contrasti inconciliabili accompagnarono quegli anni e acquistarono terreno in un modo che evoca i risvegli più bruschi: in un servizio Rai d’epoca, le automobili portavano al mare le famiglie spensierate alle prese con le prime vere estati, ma poi sempre l’auto, diventata una sorta di Christine infernale, è diventata protagonista nera, con quel clacson da clown, nel mitico Il sorpasso; l’affascinante pubblicità di Carosello era opera d’autore, ma nel dopocena educava i piccoli a diventare grandi consumatori; si viaggiava veloci verso l’emancipazione e le conquiste civili, ma Gian Maria Volonté ricordò nei fatti, in Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto quanto potevano e possano essere subdoli i meccanismi del potere.
Ci sono nei Sixsties delle date indimenticabili, ricordano fatti entrati all’istante nel Dna dell’umanità intera: l’allunaggio (nella notte del 20 luglio 1969), quando il mondo si fermò per assistere all’evento che avrebbe cambiato per sempre la percezione del nostro posto nello spazio e, on the dark side, l’omicidio di John Fitzgerald Kennedy (il 22 novembre 1963).
Ma tutto scorre, e in Basilica, da Pulp, l'ultimo romanzo di Charles Bukowski, è stato scelto un brano dove lo scrittore si affaccia con il suo amabile ghigno disperato e si interroga su come la gente passi la vita ad aspettare le epifanie ingannevoli di fatti piccoli, fino al momento in cui arriva, grande attesa, la morte.
C’è un filone molto interessante, coniugante paura e desiderio, che ebbe uno sviluppo importante negli anni ‘60, a testimoniarlo rimangono film come Il Laureato, con l’amore-passione cantato da Simon&Garfunkel, e Ultimo tango a Parigi, film di Bertolucci del 1972 con un incantevole, maledetto Marlon Brando. Per le incursioni nella paura vera e propria, sono stati evocati Psyco, di Hitchcock, Rosemary's Baby, di Roman Polanski, La notte dei morti viventi, horror firmato da George A. Romero.
L’inquietudine intanto aumentava: nel privato, osservata e letta da Antonioni nella sua trilogia dell’incomunicabilità, e nel sociale, espressa in capolavori come Il dottor Stranamore. Le parole di William Burroughs, un assaggio di Pasto nudo, hanno descritto con voce roca un viaggio nella tossicità del mondo, dei suoi nuovi codici (a barre).
Il relatore ha infine ricordato alcune opere cinematografiche realizzate in tempi successivi, ma tese a celebrare i Sessanta, il loro sentire, i loro eventi: Full Metal Jacket, di Kubrick (sulle note di Paint it Black); Apocalypse Now, film cult di Francis Ford Coppola, con un Brando-colonnello Kurtz dal cuore di tenebra (la navigazione accompagnata dai Doors). All'insegna dell’incombenza di diventare “adulti”, dono da fata cattiva della vita, sono stati citati American Graffiti, il più recente The Dreamers, di Bertolucci, l’indimenticabile Un mercoledì da leoni, costruito sull’onda poetica di un’amicizia virile. Oscuri e minacciosi, nel finale e giù il sipario, Fragole e sangue, che parla di una contestazione giovanile drammaticamente repressa e Zabriskie Point, quest’ultimo ancora di Michelangelo Antonioni, proiettato in Basilica il finale al rallentatore con la scena angosciante e insieme meravigliosa in cui la villa esplode in mille pezzi, e in una danza triste, esplodono e volano suppellettili, librerie, vestiti, le cose “umane” che conteneva.
Come lettura conclusiva della conferenza è stato scelto il finale struggente di Un oscuro scrutare, capolavoro di Philip K. Dick, scrittore visionario sospeso tra Cielo e Inferi, un brano in cui colui che disse “io sono il romanzo”, che giocò con tanti altri agli anni Sessanta, che giocò con gli anni Sessanta, celebrò i suoi compagni ferocemente puniti e perdenti, minati dalla malattia o defunti.
Il resoconto di questa conferenza architettata con cura, che ha messo in luce come arte e letteratura così intessute offrano strumenti e chiavi di lettura imprescindibili, espresse al meglio dei loro linguaggi, per com-prendere un periodo storico tanto articolato, tutto vette e abissi — un decennio spesso liquidato a stereotipi e poco o troppo interpretato, insomma di difficile collocazione — ha una nota a margine: se il patrimonio di immagini qui giocoforza parzialmente elencato è stato all’epoca o in seguito globalmente condiviso, se è diventato per quanto sia possibile esserlo per opere come queste “popolare”, grazie a mezzi divulgativi come il cinema, e soprattutto la televisione, ancor più con la sua evoluzione tecnologica attuale, non si può dire lo stesso per le opere letterarie citate, materiale tanto prezioso quanto praticato solo da chi l’ha cercato, spesso senza l’ausilio di veicolanti di sorta. Anche laddove il prodotto audiovisivo, il film, sia stato tratto direttamente da un’opera letteraria, è sempre più forte l’impulso a praticare solo le scorciatoie di messe in scena già elaborate da altri — seppure nei casi nominati si tratti di grandi maestri.
Ma quanta bellezza, nei frutti dal sapore doloroso nati dai pensieri di grandi scrittori. Come risuonano chiare e pure, le loro parole senza volto. Cullate in un tempo determinato, portano con sé un’incantevole pretesa di eternità, molte opere consegnateci in “modalità lettura”.
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