Pubblicato il 05-04-2020 08:07
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Modalità lettura 1 - n.5

Una recensione di L’anno del pensiero magico, di Joan Didion, il racconto di un dramma che diventa lutto di tutti

Modalità lettura 1 - n.5

dallo spettacolo omonimo con Rosaria De Cicco (foto Ivan Nocera)

“È tutto accaduto, più o meno”: è l’inizio di Mattatoio n.5, di Kurt Vonnegut, e se fosse possibile, è la sintesi di L’anno del pensiero magico, di Joan Didion (Il Saggiatore, 2017, pagine 236, 18 euro).
A questo titolo, nel 2005, è stato conferito il “National Book Award” per la saggistica, si tratta infatti di un libro a metà tra il memoir, il saggio e l’opera di giornalismo investigativo che parla di un lutto e dell’evoluzione di una malattia drammatica (rispettivamente della morte improvvisa del marito e della grave malattia della figlia della Didion).
Iniziato il 4 ottobre 2004, il libro viene terminato il Capodanno del 2005. Il 30 dicembre 2003, mentre la loro figlia Quintana era ricoverata in coma in un reparto di cura intensiva in seguito allo shock settico causatole da una polmonite, il marito John Gregory Dunne — anch’egli scrittore — fu vittima di un attacco di cuore (dopo essersi leggermente ripresa nel corso del 2004, Quintana morì il 26 agosto 2005).
La presa diretta, nel racconto, ne fa un’opera di giornalismo. “È tutto accaduto”, dunque. È il “più o meno” il corpo a corpo che combatte Joan Didion, in immersione in un lutto che diventa presto lutto di tutti: più lei si ostina a recuperare particolari, segnali premonitori, a sezionare giorni e ore in un continuo rewind, con l’accuratezza di un anatomopatologo, e quindi parla dei suoi cari, dei suoi affetti, dei suoi ricordi e del suo dolore, più tutto ciò diventa nostro, e riconoscibile, traslabile, pericolosamente vicino.
Una narrazione precisa, a tratti asettica, e soprattutto interamente altrui, supera difese e parvenze d’autoimmunità diventando anche il nostro racconto del lutto come non farebbe una narrazione diversa, meno a sangue freddo, che prema forte sui tasti del dolore.
Il pensiero magico fa navigare i giorni con andamento ondivago a suon di “se”; intrattiene la mente con sogni di attese, di ritorni; gioca a muovere le tende e a far comparire all’improvviso oggetti, luoghi, profumi che illudono di qualche forma di presenza e così facendo riempie il vuoto, la mancanza. È un tipo di pensiero antico, anche bambino se si vuole, che dà sollievo.
Didion legge trattati sul lutto, fa delle ricerche approfondite, ad ampio spettro, senza preclusioni, cita l’Alcesti come il galateo di Emily Post, del 1922, quest’ultimo più utile e onesto, nella sua semplice praticità; nipote di un geologo, trova conforto nell’evidenza dell’assoluta mutevolezza, nei fatti terreni. Tanti libri, tanti discorsi, tante parole: utili e inutili.
La morte ci para di fronte la rivelazione dell’unicità. La parola può soccorrere ma non può dire a sufficienza né ciò che è stato né ciò che non sarà mai più, solo il “più o meno”, e di questo non ci si può accontentare, è questione di rispetto.

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