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Laura Vicenzi
Giornalista
Bassanonet.it
Il Mercante rivive al Castello
Martedì 2 agosto, al Castello degli Ezzelini, è andato in scena The Merchant of Venice, di Shakespeare, evento del cartellone di OperaEstate Festival Veneto
Pubblicato il 03 ago 2016
Visto 2.781 volte
È andato in scena ieri sera, martedì 2 agosto, al Teatro intitolato a Tito Gobbi, nel Castello degli Ezzelini, The Merchant of Venice (Il mercante di Venezia), opera teatrale di William Shakespeare proposta per il cartellone di OperaEstate Festival Veneto dalla Compagnia de’ Colombari diretta da Karin Coonrod.
La Compagnia è composta da un collettivo artistico internazionale con sede negli Stati Uniti, ma è nata ad Orvieto, nel 2004, e ama ambientare le proprie produzioni teatrali in luoghi sorprendenti: per quest’opera di Shakespeare, il Ghetto di Venezia, il carcere Due Palazzi di Padova, ora il Castello medioevale bassanese, giusta cornice anch’esso per la messa in scena di questa commedia dai contenuti drammatici, dove il chiuso delle mura non è solo scenografia, ma un personaggio vivo, che impersona l’ingabbiamento del tessuto sociale, e insieme il crinale dove regole umane e senso di giustizia cercano spesso invano un abbraccio.
Il mercante di Venezia fu scritto dal Bardo negli anni tra il 1594 e il 1598, ispirato a Giannetto, una novella di Giovanni Fiorentino, autore italiano trecentesco, ma come tante opere di Shakespeare, anche a distanza di quattro secoli, è di un’attualità che sgomenta. Oltre ai temi universali di amicizia e amore, mai banali in Shakesperare, basti guardare al cenno di smarrimento mimato di Porzia (interpretata da Linda Powell) di fronte alle prove di riconoscenza, affetto e dedizione assoluta di Bassanio (Michele Athos Guidi) per Antonio (Stefano Scherini), centrale è il tema dello straniero e dello spaesamento, quest’ultimo incarnato soprattutto dalla giovane Gessica, la figlia di Shylock che fugge dalla sua casa e dal suo mondo per unirsi a Lorenzo, un Cristiano; accanto c'è il tema forte dell’imperio dell'economia e del denaro – che si parli di ducati invece che di euro è un dettaglio – visti come faro di ogni azione umana.
L’interpretazione di Shylock, l’ebreo usuraio, è stata affidata a più attori, anche a una donna, per far risaltare che dell’Ebreo è stato rappresentato uno stato, una condizione, e la nostra propensione che pare eterna al non riconoscimento dell’altro. Nessun istrionismo tra gli attori, molto bravi, con belle voci, che hanno animato tutto il teatro, platea compresa, e coinvolto parte del pubblico come comparsa nella scena col Doge e i maggiorenti di Venezia: a farla da padrone il testo, pressoché integrale, fatto rivivere nello stile dell’epoca.
Al termine della commedia, è apparsa sui muri antichi, in tante lingue, la scritta luminosa “misericordia”, un invito che giunge da lontano a infrangere, con la luce della ragione, le barriere dell’incomprensione e dell’inclemenza.
È sempre un privilegio, anche per chi nel suo bagaglio culturale non ha un Inglese fluente, poter assistere a una rappresentazione in lingua originale delle opere di questo grande poeta del teatro, anche prendendo il rischio che tanti meravigliosi giochi di parole che si possono apprezzare leggendo Shakespeare in traduzione si possano perdere nel venticello locale. Gli inserti nel testo in Veneziano, affidati in gran parte a un bravissimo (a una bravissima) Lancillotto narratore da commedia dell’arte – Shakespeare affida spesso ai personaggi cosiddetti minori, ai servi, ai buffoni, le sue battute-chiave – e insieme la musica, il bel canto, le risate da guitti, ma anche la palude della giustizia rappresentata nel IV atto dalla scena al cospetto del Doge, hanno restituito una familiarità del tutto italiana al testo.
Applausi per lo spettacolo dal pubblico bassanese, in parte provato, ma soddisfatto e grato.
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