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Elvio Rotondo
Contributor
Bassanonet.it
Caos Sahel
Gli attacchi indiscriminati di gruppi armati, l’insicurezza, le violazioni dei diritti umani e gli effetti del cambiamento climatico hanno innescato sfollamenti massicci in tutta la regione
Pubblicato il 03 gen 2024
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Il Sahel è una regione semiarida che si estende da est a ovest attraverso l'Africa, delimitata a nord dal deserto del Sahara e a sud dalle savane tropicali. Le comunità del Sahel si affidano all'agricoltura e alla pastorizia, che sono altamente condizionate dai cambiamenti climatici. Mutamenti che hanno portato a una forte crisi alimentare e alla competizione per le risorse, mettendo milioni di persone in una situazione di grave insicurezza alimentare.
Nel corso degli ultimi anni, la regione è stata caratterizzata anche da cambiamenti significativi in ambito politico e della sicurezza, ne sono prova i colpi di stato in Mali nel 2020, nel Ciad nel 2021, in Burkina Faso nel 2022 e in Niger nel 2023.
Il Sahel si trova al centro di complesse dinamiche che non coinvolgono solo gli stati della regione ma anche i principali attori internazionali.
Gli attacchi indiscriminati da parte di gruppi armati e milizie, l'insicurezza, le diffuse violazioni dei diritti umani, tra cui la violenza di genere e la violenza sui bambini, e gli effetti del cambiamento climatico hanno innescato sfollamenti massicci in tutta la regione. Secondo una stima dell’UNHCR 3,7 milioni di persone sarebbero sfollate internamente e più di mezzo milione di rifugiati e richiedenti asilo avrebbero cercato rifugio nei paesi vicini.
Le organizzazioni estremiste violente affiliate ad al-Qaeda e allo Stato islamico hanno approfittato dei governi deboli e degli stati al collasso prosperando nelle aree di instabilità e cercando di sfruttare tale precarietà per i propri fini, come dimostrano gli attacchi in Niger dopo il colpo di stato (29 soldati uccisi il 3 ottobre scorso).
La situazione della sicurezza in gran parte della regione rimane disastrosa per i continui attacchi da parte di gruppi affiliati ad al-Qaeda e allo Stato islamico oltre ai combattimenti tra comunità rivali.
In seguito al ritiro delle truppe francesi (2022) dal Mali, si è registrata un’impennata della violenza jihadista e dei ribelli. La Francia, il mese scorso, ha ritirato anche i suoi 1.500 soldati dal Niger, a seguito delle pressioni della giunta. L'esercito francese ha completato il 22 dicembre scorso lo smantellamento delle sue installazioni nella base della capitale Niamey dopo circa 10 anni di presenza militare nella regione. Parigi ha chiuso anche l'ambasciata francese in Niger.
In Niger, per il momento, sono presenti le basi di Stati Uniti (1.100 militari) e Italia (250 militari), che la giunta non ha finora annunciato di voler espellere. I soldati statunitensi assistono i paesi della regione nell’affrontare gruppi terroristici e le sue diramazioni ma lavoravano anche a stretto contatto con le altre forze presenti nel continente. L’Italia, alla luce del Piano Mattei, avrebbe tutto l’interesse a negoziare con la giunta di Niamey un accordo che permetta la continuazione della missione MISIN (Missione bilaterale di supporto nella Repubblica del Niger). La missione è stata creata nel 2018 con lo scopo di addestrare le forze di sicurezza e difesa locali per migliorare il processo di sviluppo e rafforzamento delle abilità e capacità al fine di renderle efficaci nel mantenere una condizione di sicurezza accettabile, ed in grado di contrastare le attività illegali collegate al traffico di esseri umani e di armi nonché il terrorismo di matrice jihadista.
Il 2 dicembre scorso, il Niger e Burkina Faso, hanno annunciato il loro ritiro dalla forza congiunta G5 Sahel, seguendo l’esempio del Mali dello scorso anno.
Il G5 Sahel è una forza creata nel 2014 da Niger, Burkina Faso, Mali, Mauritania e Ciad, con l'obiettivo di mettere in comune capacità e mezzi per fare del Sahel un'area di sicurezza e sviluppo migliorando il coordinamento nella lotta contro il terrorismo.
L’area è particolarmente interessata dagli effetti dei cambiamenti climatici, dall'insicurezza alimentare e da una debolezza delle strutture statali.
Il 5 dicembre dello scorso anno, la giunta militare nigerina ha annunciato di voler porre fine a due missioni dell’Unione Europea per la sicurezza e la difesa.
Nonostante la guerra in Ucraina, la Russia continua a focalizzare la sua attenzione sulla regione africana del Sahel. Attraverso il famigerato gruppo mercenario Wagner, Mosca si sta inserendo in paesi come Mali e Burkina Faso, approfittando del crescente sentimento antieuropeo e dei fallimenti di lunga data degli attori internazionali e locali nell’affrontare le cause profonde dell’instabilità regionale. Mosca ha già stretto accordi di cooperazione militare ed economica con le giunte di Mali e Burkina Faso ed è stata particolarmente attiva nel presentare i suoi contractor privati come alternative agli addestratori occidentali.
Pochi giorni fa Mosca ha riaperto l’ambasciata in Burkina Faso dopo circa 32 anni, fatto significativo, che indica il grande cambiamento nelle politiche dell’ex colonia francese dopo il colpo di stato del settembre 2022 e la conseguente tensione diplomatica con Parigi.
La Cina rimane un partner del Niger in diversi settori, tra cui energia, petrolio e infrastrutture. I due Paesi stanno lavorando alla costruzione di un oleodotto per l'esportazione di petrolio lungo 2.000 chilometri (1.243 miglia) che faciliterebbe il trasporto del greggio dai giacimenti di Agadem, nel sud del Niger, al porto di Seme, in Benin.
In generale, Pechino ha importanti interessi politici ed economici in Africa, soprattutto per quanto riguarda l’accesso alle risorse naturali, il commercio e il mercato, ed è impegnata per la sicurezza degli investimenti cinesi. Ha storicamente mantenuto un approccio passivo sulle questioni di sicurezza in Africa, ma gli investimenti e la presenza dei cittadini cinesi nel continente ha portato Pechino ad assumere un ruolo più attivo nella sicurezza regionale, ne è la dimostrazione la realizzazione della sua prima base militare estera a Gibuti nel 2016.
I cinesi sono impegnati anche nella vendita di armi ai Paesi africani, diventando un attore chiave in questo settore. Il principio di non interferenza dichiarato dalla Cina in politica estera fornisce agli Stati africani l’accesso alle armi indipendentemente dalle dinamiche interne.
Le opinioni più ciniche sugli investimenti cinesi nel continente includono l’idea della “diplomazia della trappola del debito”, in base alla quale i prestiti cinesi indebitano deliberatamente i Paesi per consentire alla Cina di ottenere vantaggi strategici, come porti o concessioni minerarie.
A Gibuti, Pechino vanta alcuni successi come il grande porto multiuso di Doraleh, la linea ferroviaria tra Gibuti e l’Etiopia e il gasdotto tra i due paesi. Il Paese ospita anche la Zona di libero scambio internazionale, dove le aziende possono operare senza pagare l’imposta sul reddito, l’imposta sulla proprietà, l’imposta sui dividendi o l’Iva. In totale, la Cina ha speso 14 miliardi di dollari (11,8 miliardi di euro) in investimenti e prestiti per Gibuti tra il 2012 e il 2020. Ma il dinamismo cinese mira anche a altre regioni del globo.
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