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“E' stato evitato un nuovo Heysel”.
Così il Ministro dell'Interno, Roberto Maroni, sul comportamento delle forze di sicurezza allo Stadio di Genova, nella folle notte di Italia-Serbia messa a ferro e fuoco dagli scalmanati ultras serbi.
Una notte di incidenti e di tensioni che ha rievocato il ricordo di una delle più grandi tragedie mai accadute in uno stadio di calcio: 29 maggio 1985, stadio Heysel di Bruxelles, finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool, 39 morti - di cui 32 italiani - nella gigantesca calca provocata dagli hooligans inglesi nella famigerata curva del settore Z. Due delle vittime erano di Bassano del Grappa: Mario Ronchi e Amedeo Spolaore. Erano partiti da Bassano, assieme ad altre 14 persone, per assistere alla finale della Juve.
Battista Cenere con i biglietti del volo e della tragica finale di Coppa dei Campioni allo Stadio Heysel
Di quel gruppo, nella curva Z, faceva parte anche Battista “Titta” Cenere, noto commerciante bassanese di abbigliamento, scampato alla bolgia della morte gettandosi dal muro dello stadio.
Di quella tragedia di 25 anni fa conserva ancora in negozio i ritagli di giornale, e i biglietti dell'aereo e della partita - incorniciati in un quadro - a futura memoria di quella notte d'inferno, diventata la pietra di paragone per la sicurezza negli stadi e il cui fantasma, di fronte a scene come quelle viste l'altroieri in televisione, riappare inevitabilmente.
Battista Cenere, che cosa ricorda di quella notte maledetta all'Heysel?
“Noi non dovevamo trovarci nel settore Z, dove è accaduta tutta la tragedia. Avevamo infatti prenotato le poltronissime numerate centrali. Siamo saliti in aereo all'aeroporto di Venezia e solo dopo il decollo chi aveva organizzato la trasferta ci ha consegnato i biglietti: al posto della tribuna centrale i biglietti erano tutti per la curva del settore Z, e non potevamo più tornare indietro.
Allo stadio siamo quindi andati in curva: da una parte c'eravamo noi, e dall'altra gli hooligans inglesi. Ci divideva soltanto una rete plastificata tenuta su con dei paletti. Alla prima carica degli hooligans, siamo arretrati. Alla seconda carica ci siamo già trovati addosso al muro, il famoso muro dell'Heysel. Io ero teso, avevo paura di una terza carica, sono salito sul muro dello stadio, sono andato al di là del muro, mi sono allungato con le braccia e mi sono lasciato andare giù con un salto di vari metri.
In curva, in quel momento, era iniziata la terza carica, che è stata una carica di massa. Io sono scappato nel pullman. C'erano sirene, polizia, croce rossa, pompieri. Dopo mezz'ora sono rientrato nello stadio, da un altro ingresso, e da una transenna vedevo una strada esterna dove giacevano i corpi delle vittime. Una di queste, lo avevo riconosciuto, era Spolaore. Il peggio è accaduto nel volo di rientro, perché nel nostro gruppo oltre a Spolaore e Ronchi mancavano altre tre persone di cui non avevamo più notizie, e che invece, ma lo abbiamo saputo solo a Bassano, erano riuscite a salvarsi.”
Ma quanto è successo l'Heysel e quanto poteva succedere allo stadio di Genova sono situazioni paragonabili?
“Non sono paragonabili, perché all'Heysel c'è stato uno scontro fra hooligans e spettatori, uno scontro diretto fra persone preparate per far del male e uccidere e noi, persone disarmate. Ci è mancato poco, però, che gli ultras serbi oltrepassassero il loro settore, forse la presenza della polizia italiana li ha fermati. Ma la polizia italiana doveva intervenire.”
Che impressioni ha avuto, guardando alla Tv le scene di Genova?
“E' una cosa che fa pensare ai parenti e agli amici morti. E quello che è accaduto a Genova si poteva evitare, perché è assolutamente impossibile che la polizia italiana e la polizia serba non fossero state a conoscenza di che personaggi avevano per le mani. La polizia italiana doveva colpire, così come colpiscono loro.”
Ma la tragedia dell'Heysel, a 25 anni di distanza, ha insegnato qualcosa o può ancora insegnare qualcosa a chi è tenuto a garantire la sicurezza negli stadi?
“Dovrebbe far pensare e riflettere i responsabili della nostra difesa e della nostra incolumità, per non trovarci in seguito ancora scoperti.”
Dopo l'Heysel, lei è più tornato in uno stadio?
“No. Mai più. Ero un tifoso, ero juventino. Da allora ho lasciato il calcio e non ho più patito l'assenza di questo sport. La Gazzetta dello Sport per me è una nausea, con quei titoli che ingrandiscono ancora di più i fatti e degradano l'Italia.”
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