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“Sinceramente, non avevo molta voglia di scrivere questo libro. Insomma, si viveva benissimo anche senza”. A pronunciare queste parole è Francesco Guccini, nel corso dell’incontro tenutosi ieri sera in Piazza De Fabris a Nove per la presentazione del libro “Non so che viso avesse – quasi un’autobiografia” scritto dal cantautore modenese in collaborazione con l’italianista e poeta Andrea Bertoni.
Un’ammissione, quella di Guccini, che può spiazzare solo coloro che mai hanno avuto a che fare con le canzoni e la poetica dell’artista, settantenne tra meno di un mese: una poetica che parla di amicizia, ironia e a volte scomoda sincerità in grado di coinvolgere tutti coloro che nelle sue canzoni si riconoscono, da oltre quarant’anni.
L’opera è strutturata in due parti: nella prima il cantautore ripercorre la propria vita, tra spaccati di vita contadina e ricordi d’infanzia, partendo da Pàvana, il paesino dei nonni paterni sull’Appennino tosco-emiliano in cui Guccini andò a vivere con la madre dopo la partenza del padre per il fronte, all’inizio della seconda guerra mondiale; nella seconda parte del libro è l’italianista Andrea Bertoni, concittadino di Guccini, a tracciare una biografia del cantante attraverso le sue canzoni.
Francesco Guccini durante l'incontro (foto Claudia Fincato)
Canzoni ispirate da ricordi e sentimenti ancora ben vivi nella mente del cantante, che ne ha parlato per più di due ore nel corso di un incontro che fin dalle primissime battute ha assunto i toni di una chiacchierata informale tra amici, magari in una delle tante osterie da lui frequentate, davanti ad un bicchiere di vino.
Proprio come nel libro che veniva presentato, l’ospite della serata ha lasciato da parte le proprie canzoni per concentrarsi sui ricordi più o meno sbiaditi di una vita passata a “cantare soltanto il tempo”: dalla prima chitarra comprata nel ’57 per 5.000 lire, agli avventurosi viaggi affrontati assieme ai propri giovanissimi compagni d’avventura per andare a suonare in giro per l’Italia ed all’estero, passando attraverso collaborazioni con artisti che avrebbero costituito la spina dorsale della musica italiana dal secondo dopoguerra ad oggi.
“Hurricanes, Snakers, Marinos, I Gatti: queste sono state le prime esperienze musicali – spiega Guccini - dopo aver tentato la via del giornalismo a ‘La Gazzetta dell’Emilia’, con uno stipendio mensile di 20.000 lire. Imparai a suonare la chitarra provando canzoni come ‘Only you’ e ‘Rock around the clock’, assieme a giovanissimi ed in un ambiente in cui se uno era in grado di rifare l’assolo di chitarra di ‘Be Bop a Lula’ veniva considerato una leggenda”.
Per chi, come lui, non ha mai rinnegato la natura spesso dissacrante della propria poetica, non è difficile rievocare volti e situazioni vissute nell’arco di una vita passata a raccontare se stesso attraverso vicende che spesso avevano come protagonisti gli altri, con episodi che hanno scatenato a più riprese gli applausi divertiti del foltissimo pubblico presente: “Penso ad un viaggio affrontato all’epoca de ‘I Gatti’ per andare a suonare in Svizzera, vicino a Basilea – prosegue l’ospite - : ci ritrovammo a fare da accompagnamento musicale al cantante napoletano Nunzio Gallo su un palcoscenico stracolmo di bandiere italiane, dopo che a nostra insaputa il nome del gruppo era stato cambiato per l’occasione in ‘I fusti all’italiana’. E penso poi all’osteria dei Poeti, il cui nome dal suono romantico si spiega in realtà con il cognome di una nobile famiglia bolognese, antichi proprietari della stradina in cui l’osteria si trova. O la zuppa di fagioli ‘a tempo’ che si mangiava da Ghitone: avevi cinque minuti per mangiare questa zuppa, che non veniva nemmeno servita nei piatti, ma in appositi buchi scavati nei tavoli. Tavoli ai quali i cucchiai erano legati con delle catenelle, tanta era la fiducia data agli avventori…”.
L’incontro, organizzato dal Comune di Nove in collaborazione con l’Associazione “Laboratorio Natura”, è poi proseguito con le domande del pubblico, curioso di conoscere particolari retroscena legati a questa o quella particolare canzone, con un occhio attento alla carriera letteraria del cantautore, che nel 1989 fece il proprio esordio da romanziere con “Cròniche Epafàniche”, opera in cui Pàvana e i ricordi associati a questo luogo rivestono un ruolo centrale.
“Non so che viso avesse – quasi un’autobiografia”, con l’immediato rimando all’incipit di quella che forse risulta essere la canzone più famosa di Francesco Guccini, “La locomotiva”, affronta argomenti che non passano mai di moda: quei ricordi che ognuno di noi si porta dentro, le prime cose viste da bambini, i primi luoghi, le prime facce. E, tornando a casa, sembra quasi di aver trascorso le ultime ore a parlare del più e del meno assieme ad un amico di vecchia data.
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