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Davide CarboneDavide Carbone
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Viaggio al centro della Magistratura italiana

Il giornalista de "L'Espresso" Stefano Livadiotti ospite del ciclo di conferenze della Libreria "La Bassanese" per presentare la sua inchiesta sulla giustizia italiana

Pubblicato il 10-10-2009
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E' storia di questi giorni la bocciatura, da parte della Corte Costituzionale, del cosiddetto "Lodo Alfano" e l'attacco (ultimo di una lunga serie) di Silvio Berlusconi alla classe dirigente della Magistratura italiana, colpevole a suo dire di fare un uso "politico e criminoso" dell'amministrazione della giustizia. Appena una settimana fa il Ministro della Funzione Pubblica Renato Brunetta definiva "un mostro" l'Associazione Nazionale Magistrati ed invocava l'installazione dei tanto pubblicizzati tornelli all'ingresso di Tribunali e Palazzi di Giustizia, per stroncare l'assenteismo ed aumentare l'efficienza dell'apparato legislativo. Per un motivo o per un altro, insomma, la Magistratura italiana si trova sempre più spesso ad occupare le prime pagine dei quotidiani nazionali, in un dibattito che ne mette in dubbio legittimità ed imparzialità. Stefano Livadiotti, inchiestista de "L'Espresso" si spinge dove nessuno ha mai osato prima: nel suo "Magistrati - L'ultracasta" privilegi, stipendi, avanzamenti di carriera ed altro viene passato al setaccio, attraverso un metodo d'indagine proprio di chi esercita la professione di giornalista economico da quasi 25 anni.
"Non mi sono addentrato nelle vicende che vedono coinvolti i vari De Magistris, Di Pietro, Woodcock. Quello è un lavoro che lascio volentieri a chi è più portato rispetto a me ad inchieste di questo tipo. Da giornalista economico, mi sono affidato ai numeri: quanti sono gli esponenti di questa classe professionale, quanto guadagnano, che risultati ottengono. Sulla base di questi dati, che in alcuni casi ho dovuto quasi trafugare, ho tratto poi le mie conclusioni".
Il ritratto che ne scaturisce è tutt'altro che limpido: ne emerge una classe professionale caratterizzata da contraddizioni che mettono fortemente in dubbio il concetto di meritocrazia.

Stefano Livadiotti con Marco Bernardi, organizzatore degli "Incontri Senza Censura".

"Ogni magistrato, all'inizio della propria carriera, sa che dopo 28 anni, salvo rare eccezioni, arriverà al livello massimo che questa figura professionale può raggiungere, cioè 'Giudice di Cassazione idoneo a funzioni direttive superiori'. Sa di aver diritto a 51 giorni di ferie l'anno. E sa che arriverà a guadagnare anche il quintuplo rispetto ai lavoratori 'normali', per un lavoro giornaliero medio di 4,2 ore. E questo è un trattamento che viene riservato a tutti i componenti di questa classe professionale, dal magistrato che lavora nel piccolo Tribunale di provincia a quello che opera nel Palazzo di Giustizia di una grande metropoli".
Attenzione, però, a non fare di tutta l'erba un fascio: "Questo non è un libro contro la Magistratura tout court - precisa Livadiotti - ma semplicemente un approfondimento che vuole attirare l'attenzione su un'anomalia a livello europeo che ci portiamo dietro da decenni. Come in tutte le professioni, ci sono persone all'interno della Magistratura che mandano avanti il loro lavoro in maniera eroica, ma c'è anche chi utilizza questi casi di eccellenza come paravento per poter sfuggire metodicamente ad ogni tipo di controllo, in nome dell'amministrazione della giustizia. Studiando attentamente i numeri, che provengono da fonti al di sopra di ogni sospetto, ci si rende conto che anche la tanto denunciata mancanza di fondi non è una giustificazione sufficiente a spiegare l'ingolfamento degli uffici ed il malfunzionamento dell'intero sistema".
I casi di negligenze eclatanti sono numerosi, così come poco comprensibili risultano le dinamiche interne che regolano avanzamenti di grado o provvedimenti disciplinari: "Le prove per le promozioni sono una farsa: - illustra il giornalista - le superano il 99,6% dei candidati. Di contro, a subire sanzioni disciplinari concrete è appena lo 0,065%. Del resto, non si può pretendere chissà quale equità quando ci si giudica tra 'colleghi', con sentenze di assoluzione che a volte sono davvero al limite del grottesco".
E allora ci si rende conto che una vera riforma della giustizia non si può concretizzare unicamente in innovazioni all'insegna della tecnologia, come possono essere la digitalizzazione telematica degli archivi e la notifica di atti giudiziari via e-mail: è forse l'atteggiamento a dover cambiare, sfuggendo sì al giogo della politica ma non ad una ferrea regolamentazione che riesca ad ottimizzare risorse e tempo. Per innescare una rivoluzione interna e fare in modo che non si verifichino più casi come quello di O.S., cittadino sardo che non è sopravvissuto all'iter giudiziario di un processo che si è trascinato per 47 anni, prima di giungere a sentenza definitiva.

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