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La spatola magica
Incontro con Yana Kiyko, pittrice e insegnante di pittura nata in Uzbekistan e bassanese di adozione, dopo il successo della sua mostra personale “Luce” allo Spazio Corona. “È stato un omaggio alla città che mi ha accolto a braccia aperte”
Pubblicato il 04 dic 2024
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Nome: Yana. Cognome: Kiyko.
A prima vista, sembra quasi un cognome giapponese. In effetti, questa assonanza da estremo oriente può trarre in inganno, se è vero che in occasione di una sua mostra di qualche tempo fa qualcuno poco informato aveva scritto di lei presentandola addirittura come “artista coreana”.
Yana, invece, è una artista di origine e madrelingua russa nata in Uzbekistan, sulla Via della Seta, a Tashkent, la capitale. È figlia di una famiglia russa stabilitasi come tante altre nella repubblica dell’Asia centrale nel contesto delle grandi migrazioni interne nell’ex Unione Sovietica. Uzbeki e russi: due mondi paralleli, due lingue diverse, due religioni diverse, musulmana e cristiana, come mi racconta Yana.
Yana Kiyko nel suo studio e scuola di pittura di strada Marchesane (foto Alessandro Tich)
Ma lei è anche bassanese, a tutti gli effetti: vent’anni fa si è sposata con un nostro concittadino, che poi svelerò chi è, qui da vent’anni vive, in vent’anni ha imparato perfettamente l’italiano e qui da vent’anni svolge brillantemente la sua attività di pittrice e di insegnante di pittura.
E proprio per celebrare questo ventennale di vita da bassanese di adozione, ha realizzato una mostra delle sue opere, concepita come un omaggio alla città che, dice, l’ha “accolta a braccia aperte”.
Mi riferisco alla sua mostra personale “Luce”, che è stata allestita con grande successo allo Spazio Corona dal 19 ottobre al 10 novembre scorsi.
Diplomatasi al College of Art di Tashkent, Yana Kiyko è nata e cresciuta in una famiglia di tradizione pittorica. Ne ha raccolto l’eredità, ma sviluppando il suo stile particolare: una pittura a olio su tela costruita con sapienti e precisi colpi di spatola, in cui le diverse gradazioni di luce e le figure percepite tra i getti di colore cristallizzano lo scorrere del tempo all’interno dello stesso quadro.
Una sapienza che lei diffonde anche agli altri.
La sua scuola di pittura conta attualmente un’ottantina di iscritti, un numero davvero rilevante. Gli allievi apprendono da lei i segreti della pittura con la spatola che, come mi rivela l’artista e docente, “è una tecnica molto liberatoria, che riesce a sbloccare moltissime persone”. Insomma: la spatola magica.
Per me quello con Yana Kiyko è anche un incontro in modalità Amarcord.
Suo marito è infatti Stefano Furlani, titolare di un centro di grafica e stampa in strada Marchesane, che gestisce assieme alla moglie, nei pressi della nuova rotatoria ed ex incrocio da esame di scuola guida dei Tre Ponti.
“Di mattina faccio la tipografa, il pomeriggio l’artista e l’insegnante, anche se qualche volta mi dedico all’arte di notte”, rivela la pittrice, che qui ha anche il suo studio e la sede della sua scuola.
Perché Amarcord? Perché in passato Stefano è stato il mio editore - assieme al padre, il compianto cavalier Renato Furlani - nei miei dieci indimenticabili anni di lavoro a Telealto Veneto, emittente televisiva regionale con sede in viale Vicenza a Bassano, dove ho imparato tutto quello che c’era da imparare nella mia professione.
Una televisione storica, la cui capacità di coniugare le esigenze di informazione e di intrattenimento imposte dai palinsesti quotidiani con la libertà creativa dei suoi giornalisti, conduttori, tecnici e di tutti i collaboratori è rimasta insuperata.
Ma quella era un’altra epoca, sicuramente migliore per le Tv.
Parliamo invece di un’altra libertà creativa, attuale e contemporanea: quella che consente a Yana di esprimersi sulla tela e di reinventarsi costantemente.
Yana: innanzitutto che sensazioni hai avuto dalla tua mostra allo Spazio Corona?
Una sensazione molto bella, molto luminosa. È stato un modo per mostrare anche un pochino del mio percorso. Perché ho esposto opere fatte soprattutto qui in Italia, con l’aggiunta di un paio che ho portato dall’Uzbekistan, per vedere la differenza di come ero vent’anni fa. Ho avuto bellissime recensioni, quello che faccio e quello che cerco anche di trasmettere è stato pienamente capito, dai bassanesi e anche dai non bassanesi. È stato anche un “corso concentrato” di pittura per i miei alunni, perché stanno facendo i primi piccoli passi, preparandosi magari a qualche esposizione.
In vent’anni qua a Bassano è stata allora necessaria una mostra per farti meglio conoscere?
Sì, ma in modo diverso. Perché c’è tantissima gente che mi conosce già, non solo con l’attività che svolgo insieme a Stefano ma anche come pittrice. Però devo dire che è stata un po’ l’essenza di quello che volevo far vedere, per far meglio scoprire il mio percorso nei dipinti che è trasmettere luce. Ovvero quello che per me è fondamentale in ogni opera che faccio: la luminosità, la luce.
Tu hai un’ottantina di iscritti alla tua scuola. Sono tanti…
Sono tanti. Devo dire con orgoglio che io, evidentemente, riesco a trasmettere quello che cerco proprio di spiegare ai miei studenti e che mettiamo in moto sempre: imparare a dipingere in libertà. Che è proprio un modo di dipingere liberatorio, senza aver paura della tela bianca. E anche arrangiarsi dopo con qualche quadro da soli è una bellissima cosa. La tecnica mia li aiuta molto e anche lo strumento, la spatola. Ma anche come preparo la lezione: dico le dritte giuste per riuscire a completare un quadro anche con abbastanza facilità.
Tu dici che la spatola è una tecnica che “riesce a sbloccare moltissime persone”. In che senso?
Nel senso che io vedo tantissime persone che arrivano e non sanno da cosa cominciare o come continuare il dipinto, che colore scegliere, cosa modificare nel quadro per riuscire a completarlo. Liberando la fantasia, attraverso lo strumento che prepara tante sorprese, io riesco ad insegnare come si procede con ogni dipinto, raccontando anche una storia, per ogni quadro, perché sono convinta che tutti quanti abbiamo la fantasia. Bisogna un po’ smuoverla.
Pensi dunque che riuscire a sbloccarsi davanti a una tela, può aiutare un po’ anche a sbloccarsi nella vita?
Assolutamente sì. Perché grazie all’arte ci sono già tante giornate raddrizzate. Ma anche dei percorsi dopo, magari, una brutta malattia. Ci sono persone che mi hanno espresso delle bellissime confessioni, rivelato dei loro segreti. È stato molto importante anche questo percorso. Commovente, perché piangevo, proprio, quando ho sentito queste cose. Si sono aperte tante anime, tante voci che ho sentito. Per qualcuno è stato anche un modo per uscire da una divisione, dal marito o dalla moglie, o da un periodo problematico, per cominciare un po’ a “pasticciare” coi colori e a pensare a qualcos’altro.
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