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Che Ponte che fa
A proposito delle due ipotesi delineate da Fondazione Santagata per il possibile inserimento del Ponte di Bassano nella “Tentative List” dei siti italiani aspiranti al titolo di Patrimonio dell’Umanità Unesco
Pubblicato il 13 dic 2022
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Operazione Mastro Lindo.
Sono continuate anche oggi, martedì 13 dicembre, le operazioni di pulizia della pavimentazione e dell’intradosso della copertura del Ponte Vecchio disposte dal Comune ed eseguite dalla ditta Asolo Costruzioni e Restauri Srl di Asolo.
Ponte chiuso al transito fino al termine dei lavori, ma ne è valsa la pena: per Natale, piccioni e maleducati permettendo, avremo un Monumento Nazionale “lustro” come Dio comanda.
Il Ponte oggi, durante i lavori di pulizia (foto Alessandro Tich)
E come ogni momento di pausa che si rispetti, l’occasione mi dà spunto per esprimere qualche riflessione sull’obiettivo che la città di Bassano sogna per il suo cosiddetto Ponte Palladiano: il suo inserimento nella “Tentative List” italiana dei siti aspiranti alla candidatura alla lista mondiale dei Patrimoni dell’Umanità dell’Unesco. Per la serie: tentar non nuoce.
Rispetto ai diversi articoli già pubblicati da chi vi scrive sull’argomento si aggiunge in questo periodo un elemento di novità. Vale a dire lo studio di fattibilità commissionato dall’amministrazione comunale alla Fondazione Santagata per l’Economia della Cultura di Torino e dedicato ai possibili scenari dell’ipotesi di candidatura.
Come noto, i risultati dello studio sono stati presentati lo scorso 21 novembre in un incontro pubblico nella sala Chilesotti del Museo Civico, con gli interventi di Alessio Re, segretario generale della Fondazione Santagata e del prof. Guido Beltramini, storico dell’architettura, direttore del Centro Internazionale di Studi di Architettura Andrea Palladio di Vicenza, che ha collaborato all’integrazione del documento tramite un lavoro di consulenza e revisione storica. E adesso, egregi lettori, giochiamo un po’ a Bridge.
Lo studio di fattibilità è ovviamente un testo molto articolato. Ma i suoi esiti, resi noti all’incontro in Museo, si possono riassumere in poche parole.
I “nuovi scenari di valorizzazione” del Ponte in prospettiva Unesco - peraltro ampiamente annunciati - sono due.
Da una parte è emersa l’ipotesi di un percorso che inserisca il Ponte di Bassano e altri manufatti suoi “cugini” in altri Paesi (Svizzera e Germania in particolare), analoghi per caratteristiche del materiale costruttivo, in una possibile richiesta di candidatura per gli antichi ponti coperti di legno d’Europa. Dall’altra, si è ipotizzata una possibile “estensione” al Ponte di Bassano, progettato originariamente da Palladio negli anni ‘60 del ‘500, dei confini del sito Unesco delle Ville Palladiane di Vicenza.
Nel primo caso si partirebbe da zero. Nel secondo invece, citando il titolo di un noto film, si ricomincerebbe perlomeno da tre, trattandosi di un monumento da aggiungere e “incorporare” a un Patrimonio dell’Umanità già esistente.
Si tratta di una strada obbligata dal momento che, come ho già avuto più volte occasione di scrivere, il nostro Ponte Vecchio da solo non ha possibilità alcuna di essere inserito nella “Tentative List”. L’Italia è ormai troppo “piena” di siti Unesco già riconosciuti e pertanto per il nostro Paese - a cui è concessa una sola candidatura ufficiale all’anno, selezionata dalla lista dei pretendenti - non vengono più prese in considerazione le candidature singole: di un solo monumento, di una sola città, di un solo sito naturale eccetera.
L’unica via di uscita per tentare e sperare di ambire alla “Tentative List” nazionale, indicata al Comune di Bassano dallo stesso Ufficio Unesco per l’Italia, è quella di optare per una ipotesi di candidatura “seriale” e preferibilmente anche “transnazionale”.
La candidatura “seriale” inserisce il monumento, la città eccetera in una “serie” di siti uniti per storia e caratteristiche, che aspirano insieme a conquistare la candidatura alla lista del World Heritage.
È proprio il caso della “serie” dei ponti coperti di legno in Europa. Potrebbe considerarsi “seriale” anche l’allargamento al Ponte del riconoscimento Unesco delle Ville Palladiane, a cui il manufatto sul Brenta è legato dal fatto di essere stato progettato in origine dallo stesso architetto.
Comunque sia, per un’ipotesi di richiesta di candidatura “ex novo” come quella dei ponti coperti la procedura “transnazionale” è una via obbligata. Sempre per il fatto che l’Italia già abbonda di siti Unesco, e come sempre suggerito dall’Ufficio Unesco nazionale, una candidatura condivisa con altri Paesi ha più chance di essere presa in considerazione, a condizione che il Comune capofila non sia italiano.
L’ipotesi della candidatura “seriale” per gli antichi ponti lignei coperti europei è la meno ovvia ma è anche la più suggestiva - proprio perché concentrata sull’“oggetto ponte” -, anche se più complessa da perseguire per il contesto internazionale in cui si colloca.
Detto in parole povere, dovrebbe scattare una non semplice procedura tale per cui il Comune di Bassano del Grappa si deve rapportare con le altre città europee che detengono analoghi beni storici per poi costruire un percorso condiviso di possibile candidatura collettiva.
L’amministrazione Pavan, quando ancora si parlava di candidatura “singola” del Ponte, ha cercato una scorciatoia di visibilità internazionale con il patto di gemellaggio siglato l’anno scorso tra il nostro Ponte Vecchio e il Ponte Vecchio (Stari Most) di Mostar, Patrimonio dell’Umanità Unesco assieme all’antico centro storico della città capoluogo dell’Erzegovina. Ma quello di Mostar è un ponte di pietra, è un ponte scoperto, ha tutta un’altra storia e anche se coevo di quello palladiano il suo gemellaggio con il Ponte di Bassano non è funzionale ai fini di un riconoscimento “per proprietà transitiva” al manufatto sul Brenta da parte dell’Organizzazione per la Cultura delle Nazioni Unite.
Quella di tentare di unire i propositi con altri ponti di legno coperti nel Vecchio Continente non è invece un’ipotesi peregrina, anzi. Lo avevo addirittura anticipato in tempi non sospetti, e cioè lo scorso 6 febbraio, quando con il mio articolo “Guardia Svizzera” mi ero idealmente rivolto - con una “lettera aperta immaginaria” - allo splendido e antico (1332)
Kapellbrücke, il ponte coperto di legno su fiume Reuss della città svizzera di Lucerna.
“Perché allora non pensare - avevo scritto in quell’articolo appellandomi al nostro ideale “lettore” Ponte di Lucerna - a un tentativo di candidatura “transnazionale” che riguardi il macro-tema degli antichi Ponti urbani di legno coperti d’Europa, mettendoti in relazione con il Ponte Vecchio di Bassano?”.
Ma guarda un po’: è la stessa conclusione a cui è giunto nove mesi dopo lo studio di fattibilità di Fondazione Santagata.
A dire il vero, anche la possibilità di “estendere” il marchio Unesco dalle Ville Palladiane vicentine al Ponte di Bassano è altrettanto stuzzicante.
Ma qui ci scontriamo con alcuni elementi della realtà attuale.
Come spiega la stessa Fondazione Santagata nel suo sito fondazionesantagata.it, lo studio di fattibilità è stato “finalizzato alla valutazione del capitale storico-culturale del Ponte e alla definizione di possibili scenari di candidatura perseguibili sulla base dei criteri e dei requisiti della Lista del Patrimonio Mondiale: Outstanding Universal Value (“eccezionale valore universale”, NdR), criteri culturali, autenticità, integrità”.
Ecco, appunto: possiamo parlare di “autenticità” e “integrità” per il Ponte Vecchio di Bassano del Grappa, detto anche Ponte degli Alpini?
Diversamente dalle Ville Palladiane, il nostro Ponte è infatti un’altra cosa rispetto a come lo progettò e lo fece eseguire nel 1569 il sommo architetto padovano, oggetto di varianti e di modifiche conseguenti alla natura violenta del Brenta in piena che ne ha causato nei secoli diverse ricostruzioni. L’impianto generale del monumento si richiama certamente al suo disegno originario, tuttavia basti vedere le raffigurazioni della ricostruzione settecentesca del Ferracina e di quella ottocentesca del Casarotti per capire, senza essere esperti o studiosi in materia, che vi sono variazioni in alcune forme architettoniche, in particolare col Ferracina, ed elementi strutturali aggiunti.
Per non parlare dell’ultimo e sofferto restauro quinquennale del manufatto, alle cui fondamenta e all’interno delle cui stilate è stato montato un castello di travi di acciaio inossidabile che ben poco ha da spartire (uso un eufemismo) con le soluzioni statiche pensate e progettate alla sua epoca da Andrea Palladio.
Possiamo quindi considerare l’attuale Ponte di Bassano un’effettiva opera “palladiana”?
Non è una questione di lana caprina, dal momento che una delle ipotesi in gioco in prospettiva Unesco è quella di “conglobarlo” nel riconoscimento già esistente assieme alle Ville disegnate dallo stesso architetto.
Anche perché, a proposito di “autenticità” e “integrità”, ricordo che anche il Ponte di Mostar è stato distrutto - nel 1993 da una bomba, in piena guerra in Bosnia Erzegovina - ma è stato ricostruito tale e quale, addirittura con lo stesso tipo di pietra e con i blocchi delle stesse dimensioni del progetto del 1566 dell’architetto Mimar Hajruddin, che operò secondo il disegno del più grande architetto del mondo musulmano di allora, Mimar Sinan.
E allora: Forza Ponte di Bassano, per la tua aspirazione ad entrare fra i Patrimoni dell’Umanità dell’Unesco siamo tutti con te, anche se si tratta di una procedura che richiede tempi lunghi e passaggi complessi. Ma con quelle gambe di acciaio inox che ti ritrovi, è meglio che la cosa non si sappia troppo in giro.
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