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La storia dell’Orso
Il caso del bar “Orso” in via Vittorelli a Bassano: sottoposto “fiscalmente e giuridicamente solo alla Autorità Nazionale Veneta” e senza obbligo di esibire il Green Pass per chi siede ai tavoli interni
Pubblicato il 10 nov 2021
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Oggi, egregi lettori, vi racconto la storia dell’Orso. Ed è una storia vera. Perché c’è chi esprime il proprio pensiero sui social e chi invece lo espone in vetrina.
È il caso, appunto, del bar “Orso” di via Vittorelli a Bassano, a pochi passi dal Comando della Polizia locale. Il bar prende il nome dal suo giovane contitolare Sebastian Orso che lo gestisce in società con la madre, Validia Ferraro. La società di famiglia, la Se.Ti.Va. Snc, conduce da pochi mesi il locale in centro storico, dove è subentrata alla precedente gestione nello scorso fine luglio. Ma già da quasi subito - e cioè dopo che il 6 agosto è entrato in vigore per i pubblici esercizi l’obbligo di richiedere il Green Pass ai propri clienti intenzionati a consumare al tavolo all’interno dei locali - ha lasciato il “segno”. Anzi: due “segni”.
Si tratta di due avvisi affissi sulla vetrina del bar che lanciano due messaggi distinti e che non passano di certo inosservati. Sul primo, dove appare scritta in grande la sigla C.L.N. (Comitato Liberazione Nazionale) Veneto e dove campeggia la bandiera del Leon di San Marco, si informa che “questa azienda è di nazionalità veneta, non soggetta a fisco e istituzioni italiane (L 212/2010 e L 881/77)” e che “risponde fiscalmente e giuridicamente solo alla Autorità Nazionale Veneta”.
Sebastian Orso e Validia Ferraro davanti alla vetrina del loro bar (foto Alessandro Tich)
Non vi faccio perdere tempo con approfondimenti sulle due leggi citate nell’avviso: basterà ricordare, per capire il “l’essenza” del messaggio, che la legge 881/77 riguarda la ratifica da parte dell’Italia del Patto internazionale delle Nazioni Unite sui diritti civili e politici: un appiglio legislativo, da parte del C.L.N. Veneto, per invocare il diritto all’autodeterminazione del popolo veneto.
Il secondo avviso è invece incentrato sull’attualità di oggi in materia di Green Pass.
Si legge (maiuscole comprese): “Presentazione GREEN PASS. La presentazione del «Green Pass» all’ingresso di questo locale è esclusivamente VOLONTARIA e per nessuna ragione viene richiesta forzatamente ai clienti nel rispetto della vigente norma sulla privacy.” “Questo - prosegue il testo del cartello - perché nel «Green Pass» sono contenute informazioni sensibili che vanno oltre a quelle strettamente necessarie per accedere al locale. Pertanto obbligarne l’esibizione comporta violazione della Legge nr. 196 del 30 giugno 2003 in vigore dal 1° gennaio 2004 che sostituisce la Legge del 31 dicembre 1996 nr. 675.”
Il decreto legislativo n. 196 del 2003 riguarda appunto il “Codice in materia di protezione dei dati personali”. Al netto del fatto che la signora Validia e figlio disporranno di un consulente legale sicuramente “sul pezzo”, appare innegabile che qui la brioche e il cappuccino sono sottoposti ad un regime, per così dire, alternativo. E non solo qui.
Oltre all’“Orso”, la società di famiglia gestisce infatti altri due pubblici esercizi: il bar “Marconi” a San Zenone degli Ezzelini e il “Refill Bar” (ex “Cupole”) a Cavaso del Tomba. E anche sulle vetrine di questi due locali sono affissi gli stessi due avvisi che sono esposti in via Vittorelli. E a proposito di leggi, di disposizioni e di diritti vari: Sebastian Orso si occupa nella fattispecie della gestione del bar di Bassano, portando sempre con sé, come mi racconta, una copia della Costituzione Italiana che si tiene stretta fin da quando l’aveva ricevuta alle scuole medie.
Chiedo innanzitutto a Validia Ferraro, a cui ho chiesto appuntamento per un’intervista dopo aver “scoperto” i due manifesti, di spiegarmi l’avviso che pone il suo locale sotto l’egida fiscale e giuridica “dell’Autorità Nazionale Veneta”.
Mi spiega che non si tratta di una “ribellione” per non pagare il dovuto: “Ho sempre pagato quello che si deve pagare. Le multe le paghi e paghi tutto: luce, acqua, eccetera.”
Ma il C.L.N. è diventato, per così dire, il suo referente per tutti i dubbi in materia fiscale e legislativa. “Io sono un’italiana pura, però sono anche veneta - mi dice -. E col fatto che il Veneto deve entrare in autonomia, qua tra una cosa e l’altra non succede niente. Il C.L.N. Veneto c’è da parecchi anni, ma era un po’ appartato. Ho conosciuto un suo esponente che è venuto al mio bar, al “Marconi” di San Zenone, e mi ha proposto di fare una riunione.” “Dopo aver fatto la riunione al “Marconi” ho capito una cosa: la libertà bisogna prendersela da soli - continua la esercente -. Purtroppo in questo mondo bisogna lottare, non per me e neanche per i miei figli che sono maggiorenni, ma per i figli dei miei figli. Perché se non lotti, non hai nulla. Se invece lotti, qualcosa salterà fuori.”
Ma cosa significa, sul piano strettamente pratico, “rispondere fiscalmente e giuridicamente solo all’Autorità Nazionale Veneta”? “Sei tutelata da un lato - replica la mia interlocutrice -. Se hai bisogno di un consiglio, di qualsiasi cosa, chiedi e qualche risposta me la danno. Mentre se vado dai carabinieri, dai vigili o dal sindaco, mi dicono su.” “È come l’anno scorso - aggiunge la barista -, quando ho tenuto sempre aperto il mio locale tutti i giorni anche dopo le otto di sera quando si doveva chiudere alle sei. Sono venute due pattuglie dei carabinieri e non hanno fatto nulla, perché tutto quello che ha creato il nostro Stato lo ha creato dietro un Dpcm. Quindi non c’è nessuna legge che dichiara tutto quello che hanno fatto.”
E perché non sono obbligato ad esibire il Green Pass, seduto a un tavolo interno del bar “Orso”?
“Se io le chiedo il Green Pass sono passibile di denuncia - afferma Validia Ferraro -. Perché è una cosa privata. Noi andiamo di qua e andiamo di là, anche quando andiamo in banca, e c’è sempre scritto “la privacy”, non è vero? Ma in questo Green Pass non c’è privacy. Com’è possibile, se io per qualsiasi documento che devo fare devo firmare per la privacy e per l’autorizzazione al trattamento dei miei dati personali?”. “Il Green Pass è una cosa personale - aggiunge -. Solo il medico può richiederlo, tutti gli altri sono a rischio di denuncia.”
Ma i clienti e le persone in generale come reagiscono ai due messaggi che appaiono in vetrina? Qui mi risponde il figlio, che tutti i giorni qui a Bassano ha a che fare con la clientela.
“Tanti entrano e mi chiedono: “guardi, ho il Green Pass, posso sedermi?” e io rispondo che è una loro cosa personale e non è un tipo di informazione che a me interessa - conferma Sebastian Orso -. Altri mi chiedono informazioni e io rispondo: “lì c’è scritto tutto; se volete andare a guardarvi le leggi, lì sono scritte”. È una cosa personale, neanche un’autorità può chiedermi informazioni sulla mia sanità.”
E siccome il bar di via Vittorelli si trova a pochi metri dal Comando della Polizia locale, chiedo infine a Sebastian se qualche agente abbia mai contestato o comunque fatto le pulci ai due avvisi esposti in vetrina, in particolare a quello sul Green Pass. “No, ho visto qualche vigile leggerlo ma non ha detto nulla - mi risponde -. Vengono qui anche a bersi il caffè ma non contestano niente. Forse la pensano anche loro così.”
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