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Se un progetto "tradisce". Focus sulla lettera del prof. Domenico Patassini, docente allo IUAV e accademico olimpico, pubblicata oggi nella pagina degli interventi del quotidiano locale e intitolata "Il restauro del Ponte è svuotato di senso"
Pubblicato il 20 nov 2018
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Leggere fa sempre bene. E oggi ho letto e riletto con attenzione l'intervento, pubblicato in data odierna nella pagina delle “lettere alla redazione” del Giornale di Vicenza, a firma del professor Domenico Patassini, docente dello IUAV (Istituto Universitario di Architettura di Venezia) e membro dell'Accademia Olimpica di Vicenza, intitolato dal quotidiano locale “Il restauro del Ponte è svuotato di senso”.
La cosa interessante è che il prof. Patassini non è il classico “esperto della domenica”: categoria con la quale l'Amministrazione comunale di Bassano del Grappa tende a bollare chiunque intervenga in modo critico, e in quanto tale democratico, sul progetto di restauro, sui lavori in appalto e sulla loro gestione pubblica. Stiamo infatti parlando di un docente universitario dal curriculum di prim'ordine.
Urbanista, insegna Cultura della valutazione al Dipartimento di Progettazione e pianificazione in ambienti complessi dell’Università IUAV di Venezia. Già preside della Facoltà di Pianificazione presso la stessa Università dal 2004 al 2010, è tuttora membro del Collegio docenti del Dottorato in ‘Nuove tecnologie: territorio e ambiente’, in qualità di esperto. Sempre presso lo IUAV ha insegnato dal 1976 al 2011 modelli di analisi territoriale, teorie e tecniche della valutazione di supporto all’urbanistica e ai processi di pianificazione. Ha pubblicato numerosi testi e articoli sugli argomenti e ha svolto attività professionale come ‘planner’ e come formatore in Italia e all’estero, presso amministrazioni pubbliche e università.
Il prof. Domenico Patassini (fonte immagine: vimeo.com #VASFoggia 2013)
È stato presidente della Associazione Italiana di Valutazione (AIV) ed è tuttora membro del Board editoriale della rivista Rassegna Italiana di Valutazione (RIV) e della relativa collana FrancoAngeli. Per il curriculum di sintesi completo, vi rimando a www.iuav.it/Ateneo1/docenti/docenti201/Patassini-/index.htm mentre per un curriculum più dettagliato vi rimando a www.iuav.it/Ateneo1/docenti/docenti201/Patassini-/CV-Europass.pdf.
In più, in tutti questi quattro anni di vicissitudini della Pontenovela il prof. Patassini non ha mai fatto sentire pubblicamente la sua voce in merito agli aspetti propriamente architettonico-costruttivi dell'intervento di ripristino e consolidamento del Ponte; non è membro del Comitato Amici del Ponte Vecchio di Bassano che riunisce architetti, ingegneri e docenti universitari contrari all'attuale progetto di restauro e non è coinvolto in nessun'altra forma di aggregazione civica o social interessata a vario titolo all'argomento. Niente di niente. Only IUAV.
Da qui l'interesse ad apprendere, ma anche da parte nostra a divulgare ulteriormente il suo pensiero. Nella prima parte del suo tagliente ma circostanziato e argomentato intervento, il docente affronta la questione dal punto di vista della funzione del Ponte di Bassano in rapporto al contesto ambientale in cui è stato costruito.
Rileva che il Ponte “prende la forma che ha per gli scopi a cui intende servire, ma anche per il luogo che occupa e che crea in un ambiente fluviale appartenente ad una “figura” paesaggistica del Pedemonte e a due centri storici”. Sottolinea che “Palladio, quando l'ha concepito e poi trattato nei suoi testi, ha fatto i conti con entrambi questi elementi” e che “il suo progetto è condizionato dal fatto che il ponte debba servire a certi usi e collocarsi in condizioni naturali e architettoniche esistenti”. Vale a dire le “condizioni naturali” di “un fiume dinamico e a regime variabile, all'uscita di un canale lungo 24 km che si apre con il Vallison per vagare sui terreni sedimentari del Veneto centrale e raggiungere la laguna”.
Mentre le “condizioni architettoniche” vengono definite “dal rispecchiarsi di due cortine che in parte propongono il massiccio tipo edilizio vallivo”.
Patassini rimarca che la realizzazione del Ponte “interpreta la dinamica di queste condizioni e si presenta in certa misura “adattativa”, adatta cioè ad una manutenzione continua e consapevole”. “Per questo - scrive - è “ben riuscita” e si potrebbe dire una “soluzione felice”, intendendo con ciò che essa adempie efficacemente alle sue funzioni multiple e apporta qualcosa di nuovo al paesaggio urbano e a ciò a cui esso allude.”
Per il professore “il Ponte riscatta, in certa misura, una città che ha girato le spalle al fiume: che cerca di difendersi dalle sue bizze piuttosto che difenderlo come ecosistema complesso e di valore, come “servizio” alla città.” Pertanto “l'opera architettonica, con questa sua duplice connessione, determina un valore aggiunto, un vero “aumento dell'essere” direbbero di filosofi, ed è, quindi, un'opera d'arte” che “è un segno, ma anche un simbolo, che si presta generosamente a rappresentare le storie e gli eventi della vita quotidiana”. “Non lo sarebbe - aggiunge Patassini - se fosse un ponte qualunque, intenzionato a risolvere un certo “problema costruttivo”.”
“Nel progetto dell'ing. Claudio Modena (per quanto si sa di recente) - affonda il docente universitario - sembra prevalere questa intenzione che tende a svuotare il senso dell'opera d'arte.” “Come “opera d'arte” - prosegue - non rappresenta solo la soluzione artistica (oltre che statica e funzionale) di rilevanti problemi costruttivi posti dagli scopi, dal contesto naturale e antropico a cui appartiene. Essa porta con sé stabilmente scopi e contesto, li rende attuali anche quando la destinazione originaria sembra perdere terreno, diventare remota ed estranea.”
Ed è questo, sicuramente, il passo centrale della critica lanciata dal docente di chiara fama. “Le numerose distruzioni, parziali o totali - evidenzia ancora l'autore dell'intervento -, ma anche gli abusi (come il non molto antico manto d'asfalto e la più recente finzione litica), i tradimenti (come l'ultimo progetto in discussione) rimandano costantemente alla sua origine, al modo in cui è stato costruito.”
Il professore osserva ancora che “il progetto originario era “leale” con il fiume e diventava un'opera d'arte perché nella sua forma e nelle sue strutture esprimeva timori e paure, più che certezze”. E benché “sia stato compiuto l'impossibile per rendere nel tempo il manufatto incomprensibile, per falsificarne struttura e forme, esso ha svolto e svolge una funzione di salvaguardia e di tutela del contesto”.
Patassini afferma che “il Ponte non è solo opera d'arte per destinazione pratica, capacità di tutela e di generazione”. Elementi da cui non si può staccare, “pena una perdita di realtà” che la trasformerebbe “nella realtà di un fantasma, una vita decaduta”.
Ovvero la realtà che lo scrivente riconosce in “quella, purtroppo nota, della meta turistica, dello spritz affollato, una rappresentazione fotografica di una vita finita”.
“Per evitare di essere ridotto a pura astrazione e continuare ad interpretare il messaggio dell'inizio - conclude il prof. Domenico Patassini - non può indossare un “cappotto” per il gusto di sguardi assenti; del contesto dovrebbe mantenere la fluidità e rappresentarne al contempo bellezza e rischio: non soltanto nel sito specifico, ma anche nel tormentato Canale più a nord.”
Ipse dixit. E noi rilanciamo.
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