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Redazione
Bassanonet.it
Special report
Il Deserto dei Berici
Serve davvero un “Tribunale di prossimità” come chiede Bassano? La giustizia è sempre più telematica, c’è sempre meno bisogno di andare fisicamente in Tribunale e al Tribunale di Vicenza le cancellerie (e non solo) si sono svuotate
Pubblicato il 31-01-2025
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Rieccolo qua, in tutta la sua enormità e brutalismo architettonico: il Tribunale di Borgo Berga a Vicenza.
Ci sono stato per la verità poche volte, anche perché non è una meta segnalata dalle guide del Touring Club.
E tutte le volte che ci sono stato, fino a qualche anno fa, mi aveva sempre colpito il frenetico viavai di gente nel grande atrio di ingresso e nei corridoi delle varie sezioni, un formicaio alla ricerca dei rispettivi formichieri.
Il corridoio della cancelleria civile del Tribunale di Vicenza (foto Alessandro Tich)
Diversamente dal passato, dove ci andavo con la Tv al seguito di qualche notizia importante di giudiziaria, questa volta mi avventuro a Borgo Berga di mia iniziativa e per tutt’altro motivo.
Faccio infatti questa incursione in territorio “nemico” per verificare sul campo quanto sia valido il dibattuto argomento - direttamente legato al Tribunale della Pedemontana - della cosiddetta “giustizia di prossimità”, autentico mantra dei sostenitori del progetto bassanese, e di conseguenza della effettiva necessità di recarsi “fisicamente” al palazzo di giustizia, meglio se per l’appunto “prossimo” ovvero vicino a casa.
Lo faccio anche pungolato dalle recenti notizie arrivate dall’inaugurazione dell’Anno Giudiziario a Venezia, che hanno rilanciato la voce sull’argomento dei magistrati e degli avvocati.
I quali hanno sottolineato per l’ennesima volta come la giustizia sia ormai entrata “in un’era di dematerializzazione degli atti, di condivisi collegamenti da remoto e di riduzione dei casi di presenze fisiche indispensabili”, come ha affermato il presidente della Corte d’Appello di Venezia Carlo Citterio.
In altre parole, quella di oggi è sempre più una giustizia online, gestita per via telematica, tale da rendere inutile l’istituzione di un nuovo Tribunale pieno di stanze per accogliere in presenza i cittadini del territorio.
Ma la giustizia sarà davvero “smart” (dal punto di vista tecnologico) come viene raccontata? E davvero i Tribunali sono diventati dei luoghi dove i casi che richiedono “presenze fisiche indispensabili” delle parti in causa o dei fruitori dei servizi giudiziari sono sempre più ridotti?
Per constatarlo di persona, mi reco al Tribunale di Vicenza in un giorno di metà settimana (mercoledì 29 gennaio) e in un classico orario di punta per il lavoro degli uffici giudiziari, dalle 11 e mezza a mezzogiorno e passa.
Ed è stato così, egregi lettori, che il vostro umile cronista nonché esploratore in terra vicentina ha scoperto il Deserto dei Berici.
Il primo impatto con il vuoto cosmico, o quasi, è proprio il grande atrio di ingresso del Tribunale di Vicenza che ho citato prima.
Al posto del formicaio di un tempo ci sono solo poche figure di passaggio, in gran parte avvocati, mentre fuori dall’ingresso un gruppo di “utenti” del Tribunale attende di poter entrare: sono meno di dieci persone.
Una cosa che non avevo visto negli anni delle mie non frequenti frequentazioni del palazzo di giustizia del capoluogo è un tabellone digitale collocato su una parete vicino all’entrata.
È il tabellone delle udienze di giornata in programma nella Sezione Civile.
Sul menù in alto sono indicati i nomi dei giudici, sotto ciascun nome il numero dell’aula dove quel giudice tiene le udienze e sotto ancora gli orari delle stesse, con il numero di iscrizione a ruolo e l’anno di inizio di ciascuna causa.
E qui già mi sorprendo: delle 34 udienze (le ho contate sulla foto che ho scattato e che vedete pubblicata sotto) indicate sul tabellone, la stragrande maggioranza, e cioè 22, riguardano cause iniziate nel 2024. Due udienze sono inoltre riferite a procedimenti iscritti a ruolo addirittura nel 2025, e siamo a gennaio.
È un indicatore di “tempi lunghi della giustizia” che si riducono e di un Tribunale di Vicenza che sta facendo passi da gigante nello smaltimento dell’arretrato giudiziario.
Al piano inferiore del Tribunale c’è la Sezione Penale, il luogo certamente meno simpatico, e non solo per il tipo di cause che tratta, di un complesso edilizio già poco piacevole per conto suo.
Del resto, mi dicono che chi ha progettato il palazzone di Borgo Berga era un esperto di edilizia carceraria: ci sarà un perché.
Al mio arrivo da viandante bassanese nei meandri del Penale, introdotti da un ampio atrio con colonne, senza anima viva, sono in corso due udienze.
Le aule che le ospitano sono anche gli unici due spazi della Sezione da cui in quel momento partono segnali di vita sulla Terra: tutto il resto è un ovattato silenzio nella penombra del piano interrato.
Ma è la Sezione Civile, sviluppata nei tre piani superiori e dove si concentra la maggior parte dell’attività giudiziaria ordinaria rivolta al cittadino, il comparto del palazzo di giustizia in cui il Deserto dei Berici raggiunge la sua massima estensione.
Uno sfollamento degli uffici che viene reso possibile grazie proprio alla dematerializzazione degli atti e delle pratiche evase in modalità telematica.
Sono le procedure di una giustizia “a distanza” e su piattaforma digitale che fa ormai parte del quotidiano e che nella maggior parte dei casi non rende più necessaria la presenza fisica in Tribunale dei cittadini-utenti.
Leggere i cartelli indicatori della Sezione Civile è un po’ come sfogliare in velocità un Bignami di Giurisprudenza.
Volontaria giurisdizione, giudice tutelare, lavoro e previdenza, famiglia, successioni, atti notori, contenzioso, fallimenti, esecuzioni mobiliari e immobiliari, decreti ingiuntivi, eccetera eccetera.
Qui c’è la summa di tutte le questioni e purtroppo anche problemi di carattere giudiziario che possono incorrere nella vita quotidiana.
Corridoi di qua e di là, a destra e sinistra. Presenza fisica di persone che non siano impiegati del Tribunale: zero.
L’unica zona dove c’è un po’ di gente seduta ad aspettare (e che ovviamente non posso fotografare per la privacy), a occhio una ventina di persone tra parti in causa e avvocati, è il corridoio C, al primo piano, adibito alle cause civili.
Ma è la classica eccezione che conferma la regola.
Mi reco quindi alla cancelleria civile, che come in ogni Tribunale è sempre stata un punto focale di “incontro” tra il cittadino, volente o nolente, e l’organizzazione giudiziaria.
Qui si richiedono e rilasciano copie di atti e provvedimenti, si gestisce la documentazione delle attività giudiziarie e la custodia degli atti, e così via.
Eppure nell’area della cancelleria civile, in giorno infrasettimanale e in orario di punta, non c’è proprio nessuno: la quintessenza del vuoto assoluto.
Attenzione: questo non vuol dire che siano vuoti anche gli uffici.
Le porte sono aperte e dentro ogni stanza della cancelleria, come in tutte le stanze davanti alle quali sono passato nel resto del palazzo, c’è almeno un funzionario giudiziario o amministrativo seduto al computer.
Ad essere totalmente vuoto è quello che una volta era il corridoio di attesa per il pubblico, quando gli atti giudiziari venivano depositati o ritirati a mano e il pubblico in presenza era talmente numeroso, come mi rivelano gli addetti ai lavori, da rendere necessario l’utilizzo di un eliminacode.
Ora non serve più: le code, e non solo quelle, sono state eliminate per sempre.
Bye Bye Borgo Berga, vado alla conclusione.
Oggi non solo gli uffici giudiziari, ma un po’ tutti gli attori del sistema della giustizia stanno abbracciando le grandi opportunità operative offerte dall’era digitale.
Prova ne sia anche il sempre più frequente ricorso alle udienze in collegamento audiovisivo a distanza e anche - laddove non ci sia necessità di dibattimento o di escussione di testimoni - alle cosiddette udienze cartolari, con lo scambio telematico di note scritte che consente all’avvocato di seguire una causa in qualsiasi Tribunale d’Italia, isole comprese, senza mai mettervi piede.
È insomma una giustizia che sta andando progressivamente non solo verso la dematerializzazione degli atti, ma anche dell’utenza.
Per cui a questo punto mi chiedo: serve davvero, anche e soprattutto in prospettiva, un “Tribunale di prossimità” come richiede e vuole Bassano del Grappa, volendo di fatto ricreare le condizioni di una giustizia “analogica” pre-2012?
E ponendo anche il caso che il Governo accenda il semaforo verde per la partenza del Tribunale del circondario pedemontano, si tratta veramente di un servizio indispensabile per il cittadino che vi abita nelle vicinanze?
O sarebbe solamente una facilitazione per gli avvocati del Bassanese e dintorni in termini di chilometri da percorrere con l’auto per andare al palazzo di giustizia?
Mi dispiace scriverlo perché per anni e anni - e ne fa fede l’archivio degli articoli dedicati all’argomento su Bassanonet - ho seguito e anche giornalisticamente sostenuto prima la causa della non chiusura e poi quella della riapertura del Tribunale di Bassano, successivamente evolutasi nel progetto allargato di istituzione del Tribunale della Pedemontana.
Ma la mia onestà intellettuale, una dote che penso di non avere mai gettato alle ortiche, oggi mi impone di ripensare la questione in termini meno bassanocentrici e più aderenti alla realtà delle cose.
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