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Un mio caro amico, la scorsa settimana, mi ha mandato un messaggino su WhatsApp: “Le elezioni politiche sono un tiro al piattello. Vince chi la spara più grossa.”
Caspita, se ha ragione. Vi confesso che in questi giorni faccio ancora fatica a stare dietro alle dichiarazioni e alle schermaglie incrociate dei diversi leader che per il voto del prossimo 4 marzo tirano fuori dal cappello a cilindro le più miracolose medicine per i problemi di questo Paese che soffre ormai da anni di una prolungata acidità di stomaco, in primis nei confronti della stessa classe politica.
E penso di essere in compagnia, all'interno del rinnovato club degli elettori spaesati, di qualche milione di miei connazionali. C'è ancora un mese abbondante per tentare di raccapezzarsi in mezzo all'ampia offerta dei mercati generali del consenso e farsi un'idea un po' più nitida di quello che propone il menù, ma per chi non vota per partito preso - e cioè per una scelta ideologica a priori, indipendentemente dal programma dei vari e fin troppo numerosi simboli di lista - la vedo comunque dura.
Tabelloni elettorali in attesa dei manifesti in viale delle Fosse a Bassano
Il sogno di queste notti di mezzo inverno è quello di dare finalmente a questa nostra bistrattata Italia una governabilità popolare, con un esecutivo e un parlamento che siano reale espressione della maggioranza dei voti raccolti nelle urne. Cosa che, nella passata legislatura, come ben sappiamo non è accaduta.
Per questo motivo, dopo una discussione in parlamento trascinatasi alle calende greche, hanno inventato il “Rosatellum”: la nuova legge elettorale (detta anche “Rosatellum bis” o “Rosatellum 2.0” dopo le ultime modifiche) con la quale tutti dovremo fare i conti nel momento in cui, domenica 4 marzo, dovremo apporre il fatidico segno sulla scheda a meno che non si decida di votare scheda bianca.
Non sarà semplice capire al volo come si vota e soprattutto perché: auguri in anticipo.
Il nuovo sistema elettorale procede nel solco di quanto già propinato agli italiani nelle più recenti elezioni politiche: il consenso pre-stampato, con il quale l'elettore deve dare la sua preferenza tra nomi di candidati prescelti dai partiti e già presenti sulla scheda elettorale, come in un modulo già predisposto allo scopo e da compilare solamente mettendoci una “x”. Non ti piacciono né l'uno o né gli altri degli aspiranti parlamentari preselezionati che chiedono il tuo voto nel tuo collegio? Questo passa il convento, bellezza.
La grande novità è che alle prossime politiche riceveremo un'unica scheda (una per la Camera e una, riservata agli elettori dai 25 anni di età, per il Senato) che contiene tutto. Quasi un gioco per “solutori più che abili” della Settimana Enigmistica, anche se in realtà il voto dobbiamo mettere un solo segno.
Cerchiamo dunque di capirci anticipatamente qualcosa.
Premessa fondamentale: il Rosatellum ha introdotto un sistema misto, che prevede che il parlamento venga eletto in due modi diversi ma collegati tra loro.
Il primo modo si chiama “uninominale”: in ogni collegio uninominale (ad esempio quello di Bassano del Grappa) le coalizioni o i partiti candidano una sola persona.
Il simbolo A (coalizione o partito) candida la persona A, il simbolo B la persona B, il simbolo C la persona C e via dicendo. Vince in quel collegio, e viene eletto, il candidato che prende più voti degli altri. Si tratta dunque di un voto maggioritario.
Il secondo modo si chiama “plurinominale”: in ogni collegio plurinominale (il nostro si chiama Veneto 02) le coalizioni e i partiti presentano un “listino corto” e bloccato con più nomi di candidati, nel nostro caso con quattro nominativi.
I seggi del collegio saranno divisi in modo proporzionale ai voti ottenuti dalle coalizioni o dai partiti. Si tratta dunque di un voto proporzionale, i cui complicati dettagli per la ripartizione dei seggi su base nazionale ve li risparmio perché vi voglio bene.
I candidati del plurinominale (nei limiti dei seggi ai quali ciascuna lista avrà diritto in proporzione ai voti ottenuti) saranno eletti in base al già prefissato ordine di presentazione nel listino sulla scheda.
Fin qui tutto chiaro? Tenete duro che andiamo avanti.
Circa un terzo dei seggi tra Camera e Senato sarà eletto nei confronti diretti nei collegi uninominali, mentre i restanti due terzi saranno eletti con il sistema proporzionale. Dunque noi comuni elettori, che cosa caspita dovremo fare?
Sulla scheda elettorale ogni partito o coalizione avrà un proprio riquadro.
In testa al riquadro ci sarà uno spazio rettangolare con un unico nome: quello del candidato scelto per il collegio uninominale in cui risediamo. Sotto lo spazio rettangolare ci saranno una serie di caselle con un simbolo di partito e i nomi del listino dei candidati che per quello stesso simbolo corrono al plurinominale (proporzionale).
Come si vota? Si possono fare al massimo due segni sulla scheda.
Si può barrare il nome del candidato al collegio uninominale che preferiamo e/o si può barrare il simbolo della lista o di una delle liste che lo appoggiano.
Mettendo un segno sul candidato il voto viene esteso automaticamente alla lista e, nel caso di coalizione, sarà distribuito tra le liste che lo sostengono in proporzione ai risultati ottenuti nel collegio. Mettendo un segno sulla lista il voto andrà alla lista stessa e al candidato sostenuto all'uninominale. Quindi i due segni devono essere fatti nello stesso riquadro: non si può votare un candidato all'uninominale e un partito o coalizione che ne appoggiano un altro. Il “voto disgiunto” non è più ammesso e la scheda verrebbe annullata. Non si devono inoltre fare segni sui nomi dei candidati del listino plurinominale, che deve rimanere immacolato in quanto le preferenze, per il proporzionale, non sono più previste.
La nuova modalità del sistema misto Rosatellum riguarda l'elezione dei membri del parlamento. Per quanto riguarda invece l'influenza del voto sul prossimo governo, vattelapesca. La nuova legge elettorale non prevede l'indicazione sulla scheda di un candidato premier per le coalizioni o i partiti in lizza e non c'è l'obbligo per i partiti in coalizione di presentare un programma comune. La legge inoltre non prevede alcun premio di maggioranza, né alcun vincolo che impedisca dopo il voto ai partiti di “cambiare” alleati. La qual cosa - nel caso in cui nessun partito o coalizione superi la fatidica soglia del 40% dei consensi sul piano nazionale - apre la porta alla difficile prospettiva di coalizioni allargate, se non totalmente inedite.
Caro popolo italiano: auguri in anticipo bis.
Tutto ciò predetto, resta il dubbio di chi mandare al parlamento a Roma come nostro rappresentante e soprattutto come nostro dipendente (ogni tanto mi piace ricordarlo).
Tra i 20 simboli in corsa alla Camera e i 22 al Senato che nel nostro collegio elettorale ci chiederanno il voto, non c'è che l'imbarazzo della scelta.
Ancora più imbarazzante - ma è una costante di tutte le elezioni politiche - è il fatto che i candidati, salvo alcune eccezioni, sono di fatto degli illustri sconosciuti, o perlomeno conosciuti solo nelle rispettive città o aree di provenienza. Gli elettori, se ne avranno tempo e voglia, dovranno consultare internet per scoprirne il curriculum.
Per non parlare dei nomi che arrivano da fuori territorio, se non da altri mondi.
Come ad esempio Niccolò Ghedini, candidato al Senato per Forza Italia nel collegio plurinominale Veneto 02 e nell'uninominale 06 di Bassano del Grappa, che in fatto di candidati paracadutati da altrove nella zona di Bassano è degno di un raid della Brigata Folgore. L'umanità delle candidature è molto varia e quindi in questa sede è opportuno stringere il cerchio. Riassumo pertanto quello che offre la carta dei vini per quanto riguarda i candidati Doc (di Origine Controllata) dell'area bassanese.
Tra i parlamentari uscenti, che aspirano alla riconferma del seggio, Bassano ne conta uno solo: la senatrice del PD Rosanna Filippin che si ricandida col suo partito nella coalizione di centrosinistra, ma questa volta alla Camera, al collegio uninominale 06 di Bassano e al plurinominale Veneto 02. Dimostratasi nella passata legislatura più un politico di partito che di territorio, ha ottenuto il premio-fedeltà col privilegio della doppia candidatura.
Corrono per uno scranno a Montecitorio anche due ex sindaci: Germano Racchella (Cartigliano) nell'uninominale a Bassano per la Lega e Rossella Olivo (Romano d'Ezzelino) al plurinominale per Forza Italia. Entrambi bruciati da una passata esperienza di candidati alle politiche, hanno trovato nello chewing gum la cartina con la scritta: “Non hai vinto ritenta”. Per i bookmakers Racchella, comunque blindato nell'uninominale, ha delle chances concrete di staccare il biglietto per la capitale.
Ritorna in auge anche Mauro Beraldin, già riconosciuto highlander del PD bassanese da cui ora si è dissociato, premiato con la doppia candidatura alla Camera (uninominale a Bassano e plurinominale) per Liberi e Uguali con Pietro Grasso.
Si passa quindi agli aspiranti “Saranno Famosi” nelle varie liste, sulla cui competenza e sul cui reale legame col territorio bassanese vanno condotte ulteriori ricerche: non ce ne vogliano.
Se l'espressione territoriale dei prescelti per la corsa alla Camera ha ancora qualche barlume di bassanesità, per il Senato invece non ci resta che piangere.
C'è comunque un nome di rilievo: quello di Giorgio Santini, senatore uscente, candidato a Bassano all'uninominale per la coalizione di centrosinistra col Partito Democratico.
Con il nostro territorio non ha mai avuto più di tanto a che fare, ma risulta comunque nato a Marostica. Rappresentante della nostra zona almeno per l'anagrafe.
Lo è anche Barbara Guidolin, di Rosà dove è stata anche candidato sindaco, storica attivista del Movimento 5 Stelle con il cui simbolo si presenta sia al plurinominale che all'uninominale di Bassano. Per il resto - esclusa l'Isola dei Famosi con i vari vicentini-padovani-e non come ad esempio Daniela Sbrollini (Pd), Erika Stefani (Lega), Flavio Tosi (Noi con l'Italia-Udc), Maria Elisabetta Alberti Casellati (Forza Italia), Daniela Santanchè (Fratelli d'Italia) e persino Emma Bonino (Europa con Emma Bonino) - ci sono solo candidati ancora senza biografi.
Per questo, probabilmente, fa rumore l'esclusione di alcuni volti noti della politica locale, rimasti fuori dai giochi delle politiche per le quali - evidentemente - nutrivano aspirazioni. Ci metto dentro nell'elenco dei “trombati” in partenza anche Gedorem Andreatta, il già consigliere comunale pentastellato di Marostica prima annunciato in lista e poi escluso dal M5S, fulminato sulla via di Damasco dalle voci e cattiverie diffuse sulla rete in merito alla sua precedente gestione dell'albergo dei migranti “Adele” di Vicenza. Che non è un hotel a cinque stelle. Ma mi riferisco soprattutto ai big, o presunti tali, rimasti scornati - per scelta politica o per sfiga pura - dai rispettivi partiti.
È il caso di Elena Donazzan, assessore regionale in quota Forza Italia, la cui non pienamente positiva considerazione agli occhi di Silvio Berlusconi, secondo ambienti bene informati, sarebbe risaputa. Detto, fatto. La pasionaria di destra bassanese è stata scartata dalla lista forzista e lei l'ha presa malissimo. Dichiarando con parole al fulmicotone che “anche nel mio partito le donne sono state usate ad anzi, abusate al solo scopo di far scattare un uomo in più nei listini”. E aggiungendo - solo ora però, dopo la sua esclusione - che si tratta di “uno scandalo che si aggiunge a quello delle liste precompilate e slegate dal territorio”. La rabbia e l'orgoglio, ma a scoppio ritardato.
Un caso a parte è rappresentato dallo sfortunato Dino Secco, deputato uscente, sul cui cognome si possono ora scatenare le più facili ironie. Fuoriuscito da Forza Italia, è salito sul treno di Energie per l'Italia di Stefano Parisi, prima annunciata come possibile “quarta gamba” della coalizione di centrodestra e poi in predicato di correre da sola.
Finché Parisi si è candidato alla presidenza della Regione Lazio rendendo “incompatibile”, a seguito di accordo coi leader di centrodestra, la corsa del partito alla Camera e al Senato. Energie per l'Italia alle politiche non ci sarà e Secco è rimasto col cerino in mano: e per fortuna che ha finito la benzina.
E che dire di Mara Bizzotto, europarlamentare leghista, non considerata per una candidatura a Roma dal suo grande amico Matteo Salvini?
Sembra che l'eurodeputata bassanese, dopo due mandati a Bruxelles, avesse espresso il gradimento circa un suo ritorno a fare politica in Italia. Ma Salvini l'innovatore, riguardo all'euro-Mara con la quale ha pure condiviso gli scranni del parlamento europeo, non è stato dello stesso avviso e l'ha tenuta fuori dai giochi. A quanto pare, visti anche i suoi poco tangibili risultati in tutti questi anni per il nostro territorio, è meglio che se ne stia in Europa.
Comunque sia, chi c'è c'è e chi non c'è si attacca al palo per aspettare, eventualmente, il prossimo giro. Buon divertimento quindi, il prossimo 4 marzo, con il tiro al piattellum: ovvero con le elezioni politiche targate Rosatellum.
E speriamo, tra un piattello e l'altro, di imbroccarne almeno uno.
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