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Lorna Geremia
Contributor
Bassanonet.it
Hamnet – Nel nome del figlio
Dietro l’arte, l’uomo: chi era William Shakespeare?
Pubblicato il 20-02-2026
Visto 159 volte
Recensione
“Hamnet - nel nome del figlio”, il film diretto da Chloé Zhao e tratto dall’omonimo romanzo di Maggie O'Farrell, colora gli spazi vuoti della storia per dare voce a ciò che i documenti non raccontano: il dolore privato dietro al mito di William Shakespeare.
Il film parte da un fatto realmente accaduto nel 1956, la morte di Hamnet, unico figlio maschio di Shakespeare, e ci costruisce intorno un racconto che mescola realtà e immaginazione.
Al centro della narrazione c’è il futuro autore dell’Amleto, deprivato del suo ruolo leggendario, l’uomo prima del genio, semplicemente William: un marito e un padre.
Il trailer del film.
Agnes e Will sono il nodo emotivo del racconto. Si incontrano tra gli alberi, in uno spazio bucolico che sembra sospeso nel tempo, quasi un Eden segreto; lì metteranno le radici di un amore istintivo, terreno e spirituale.
Agnes, interpretata da Jessie Buckley, viene raffigurata come una creatura mitologica, donna e strega. Vive in simbiosi con la natura, guarisce con le erbe e partorisce nella foresta come se dovesse ricongiungersi con la terra madre.
Will, cui presta volto e inquietudine Paul Mescal, è invece un giovane uomo ancora acerbo, imprigionato nelle aspettative della famiglia natia che lo vorrebbe lavoratore e non pensatore. In lui già vibra un’inquietudine che non trova spazio nella vita quotidiana del volgo e talvolta sfocia in frustrazione.
Sarà una tragedia, la morte di Hamnet, a soli undici anni ed in circostanze misteriose, a stravolgere la vita degli sposi.
Il film racconta cosa accade quando il lutto entra in una casa e ne cambia tutto: i suoni delle parole e il sapore del cibo, creando una frattura irreversibile. Ma è anche una riflessione su un tema delicato ma vissuto da tutti noi, come affrontiamo il dolore?
Agnes reagisce chiudendosi in sé stessa. Abita il dolore e lo custodisce come un reliquiario. Non comprende la scelta di Will di partire per Londra, ai suoi occhi è un tradimento: come si può scegliere il teatro invece di piangere insieme il figlio morto?
Eppure Will non fugge: sublima. “Perché cantando il duol si disacerba”, scriveva Francesco Petrarca. Attraverso l’arte il dolore diventa meno pungente, trova una forma che lo rende sopportabile.
Shakespeare sceglie di affrontare il lutto con la propria arte; trasforma l’assenza in presenza scenica, inventando uno spazio dove il figlio possa vivere per sempre.
Hamnet è infatti la genesi dell’Amleto. È qui che il film pone la sua domanda più profonda: chi si cela dietro l’artista? Prima di essere Shakespeare, Will è solo un uomo devastato dalla morte del figlio, che ha deciso di agire invece di chinarsi al lutto; proprio da qui nasce la famosa domanda che si pone Amleto: “Essere o non essere”: vivere o morire? Agire o subire?
Agnes resta nel dolore. William lo trasforma. Ma entrambi i modi sono meritevoli di esistere, perché uniti dall’amore. Il film non giudica, non stabilisce gerarchie emotive. Mostra due modalità diverse di sopravvivere alla stessa tragedia.
La scena della rappresentazione dell’Amleto è il cuore pulsante del film. Agnes assiste alla messa in scena della morte del figlio, trasfigurata in finzione.
Qui assistiamo al miracolo del teatro: il dolore di uno diventa il dolore di tutti. La perdita privata si fa esperienza collettiva.
Il teatro è catarsi. Lo spettatore riconosce sé stesso nella sofferenza altrui e, attraverso quel riconoscimento, si libera. Il dolore condiviso si fa più leggero. È ciò che accade ad Agnes: vedendo rappresentata la morte del figlio, comprende finalmente la scelta di Will. Capisce che quella non è stata fuga, ma un atto d’amore. Un modo per tenere aperto il cuore.
“Tieni aperto il tuo cuore”, ripete spesso Agnes nel film. È un invito che attraversa la narrazione e arriva dritto allo spettatore.
Non vergogniamoci dei nostri sentimenti, di qualsiasi natura essi siano. Non vergogniamoci del pianto. Anche da una tragedia può nascere la speranza. Anche dal buio può emergere un linguaggio universale come quello teatrale.
I sentimenti, suggerisce il film, possono essere un motore potente. Possono trasformare il dolore in un’opera destinata a restare nella storia. Senza la perdita di Hamnet, sarebbe esistito l’Amleto che conosciamo?
Ciò che sicuramente sappiamo è che Will è un uomo che ha scelto di non chiudere il cuore e, proprio per questo, ha saputo parlare al mondo intero.
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