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Luigi Marcadella
Giornalista
Bassanonet.it
Neet Work
L’ultima tappa sul lavoro che cambia. Il rapporto sempre più “agile” tra giovani e occupazione. L’analisi del sociologo vicentino Luca Romano (LAN)
Pubblicato il 23 giu 2022
Visto 6.283 volte
E siamo arrivati a tre. Con la tappa conclusiva, dopo Free e Good Work, sul lavoro (o non lavoro) che cambia.
L’ultimo rapporto Bes (benessere equo e sostenibile), curato dall’Istat sui dati del 2021, si è occupato anche di incasellare quel piccolo esercito di giovani, e non più giovani in molti casi, che non studiano, non lavorano e non cercano una occupazione stabile del loro tempo.
Categoria Neet: Not in education, employment or training, che include la fascia di età compresa tra 15 e 29 anni.
Luca Romano (Local Area Network)
Come ci aiuterà a capire il sociologo vicentino Luca Romano, direttore di Local Area Network, centro di ricerche sulle trasformazioni territoriali del Nordest, in realtà la questione è ancora più complessa da scandagliare, perché tra i Neet ci sono comunque molti giovani che lavorano in mondi “grigi” (social, internet, tecnologia), dove per le statistiche di rilevazione è difficile trovarli.
Sta di fatto che l’Italia detiene il primato in Europa del maggior numero di Neet e il rapporto Bes permette di verificarne la situazione regione per regione. In totale in Italia nel 2021, tra i giovani di 15-29 anni, il 23,1% della popolazione non ha né studiato né lavorato (il 23,7% nel 2020).
Bassanonet ha richiesto direttamente all’ufficio stampa dell’Istat alcuni singoli dati locali.
In Veneto il dato dei Neet si attesta al 14,7% e nel vicentino risulta leggermente più alto (15,9%).
Dottor Romano, cartelli con offerte di lavoro fuori dalle aziende, hotel e ristoranti che non trovano personale. E a margine si leggono i dati nazionali sui Neet. Che succede?
«L’euforia sul mercato del lavoro dopo il Covid era in parte prevedibile. In estate si aggiunge sempre la ripresa del settore turismo, delle vacanze, dell’intrattenimento. Manca all’appello quel piccolo esercito di lavoratori stagionali che durante il Covid si è ricollocato o addirittura se ne è andato dall’Italia. Stiamo osservando anche i primi effetti del fattore demografico: mancano giovani, quelli adeguatamente formati alla fine degli anni scolastici non soddisfano nemmeno le richieste delle aziende».
Il fenomeno dei Neet, anche qui in Veneto, segnala però qualcosa di profondo che sta cambiando nell’approccio al lavoro.
«Luca Ricolfi la chiama società signorile di massa. Ci sono fasce di giovani, benestanti, o comunque non poveri, magari con una formazione culturale diciamo esigente, che non sentono assolutamente la pressione del lavoro».
La teoria dei giovani agiati convince forse più dei bassi salari. Anche se non provenienti da famiglie ricche, molti giovani possono permettersi di spostare in avanti la questione lavoro?
«Convince anche me, anche se non sposo la teoria che vedrebbe una parte consistente di giovani classificabili come fannulloni. Al contrario, l’ultima ricerca che abbiamo condotto a Vicenza sui Neet ha rilevato tanti giovani, sulla carta né studenti né lavoratori, che in realtà svolgevano lavori tra i più diversi, sui social o sulle nuove tecnologie. Impieghi ibridi, tra il non lavoro e il lavoro parziale. Una condizione che permette di rinviare a lungo la ricerca del lavoro vero».
I lavori che un tempo nessuno voleva più fare, adesso veramente nessuno vuole più farli.
«Assolutamente sì. Il settore dei servizi alla persona è eclatante, operatori e infermieri nelle case di riposo non si trovano più. Durante le ricerche su questo campo, molti direttori di case di riposo mi hanno confessato che i loro operatori spesso gli dicono che i loro figli si vergognano delle professioni dei genitori. Faremo a gara per far arrivare operatori da altri Paesi».
Questione reddito: ci sono casi di buoni posti pubblici che vengono rifiutati dai vincitori di concorso. Spostarsi di città, sobbarcarsi un affitto, pagare le bollette, porta in molti casi ad un livello di quasi povertà. Quindi meglio stare a casa?
«Da sempre l’economia familiare rende più elastici i redditi. Nel vicentino eravamo abituati bene, i giovani potevano permettersi di scegliere le aziende soprattutto in base alla distanza da casa».
Anche osservando i numeri veneti del Rapporto Bes, la voglia di emergere con il lavoro è ancora un segno di distinzione sociale qui da noi?
«Risposta a due facce. Il dinamismo in termini di creazione di nuove imprese sicuramente non c’è più nemmeno in Veneto. Si sta riducendo a ritmi molto veloci il lavoro in proprio. D’altro canto una recente ricerca di Lan, su un campione di 300 imprenditori, ha ritrovato quasi intatto lo spirito di intraprendenza tipico dei veneti».
Avete chiesto se siamo ancora una terra di imprenditori?
«L’88% ha risposto di sì. In realtà questo dinamismo è rimasto impresso nell’intraprendenza e nell’impegno dei lavoratori dentro le imprese».
Però nei primi mesi del 2022 in Veneto c’è stato un +50% di dimissioni volontarie rispetto allo scorso anno.
«Quasi il 60% di questi dimissionari dopo un mese era già occupato. È la ricerca di un posto di lavoro migliore, magari meglio pagato, più vicino a casa e soprattutto più flessibile negli orari».
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