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Arriva l'autotune anche per i rivelatori di onde gravitazionali VIDEO
Laura Vicenzi
Giornalista
Bassanonet.it
Con Cassio Felice a metà
Uglydogs Records ha invitato a esibirsi in concerto al Vam il giovane cantautore livornese
Pubblicato il 22 lug 2024
Visto 6.025 volte
Il VAM venerdì 19 luglio ha ospitato un concerto organizzato da Uglydogs Records che ha portato a esibirsi con due musicisti un giovane interessante cantautore livornese. “Cassio” è il progetto artistico di Simone Brondi.
Trent’anni, da ragazzo è stato parte di un gruppo punk chiamato Tinkerbell, con cui ha pubblicato un disco in Giappone nel 2008; nel 2010 ha fondato un gruppo gypsy-psichedelico attivo fino al 2016, La Maison, che prodotto da Enrico Gabrielli e Taketo Gohara ha pubblicato un disco intitolato Vaine House (Trovarobato Records).
Nel 2020, l’anno della pandemia, Brondi ha registrato in studio il suo primo disco da solista. L’album, si intitola 19 luglio 1944, ed è stato prodotto da Andrea Pachetti. Le sue atmosfere sonore, sottolinea la critica musicale, ricordano la scena indie-rock dei primi anni 2000, spaziando fino ad approcci più moderni, con l’utilizzo dell’elettronica, di beat coinvolgenti, dell’autotune.
Cassio (Simone Brondi) al Vam
L’occasione della tappa nel trevigiano l’ha fornita l’uscita di un Ep: Felice a metà.
Durante il concerto, la pioggia forte intorno, Cassio imbracciata la chitarra ha confermato una forte presenza scenica, la bellezza poco compiaciuta un valore aggiunto che mai guasta, qualche tocco francese nell’aria ma anche a tratti un dondolio tecnopunk approdato da chissà dove. Interessante l’insieme sonoro creato dai tre musicisti (Dario Brandini al Roland, Andrea Filippi alla seconda chitarra elettrica). Tra le altre, diversa, ipnotica e trascinante, anche un po’ maledetta, l’esecuzione di Tekno (ascoltabile solo dal vivo, al momento).
I testi dell’album parlano del quotidiano, sono popolati di fantasmi ordinari — quelli di famiglia per primi (Shakespeare insegna). Ci sono stazioni-porto di mare dove si incontrano solo matti; giorni in cui “tutto a posto tutto a posto” certo non è; storie d’amore smarrite di quelle sempiterne, ma specchiate in questi anni ancora più frammentate, da “spero solo che tu non ti annoi” — se ce ne fosse mai bisogno, di un po’ di smarrimento in più.
I toni addomesticati dalla colonna sonora intonata al contemporaneo appaiono più adolescenti di quanto siano in realtà: le parole dicono altro, e si avvertono scorrere neanche tanto sotterranei una rabbia-delusione che dal vivo emerge bella chiara e “un pianto nel ridere” piuttosto pronunciato, da carnevale malinconico, anche se c’è più il Natale (di quelli che sanno essere tristissimi) come festa evocata nelle canzoni.
Parliamo di questi temi e del suo lavoro con Simone.
Nella presentazione dell’album compare la frase: “Ogni riferimento a persone e situazioni è basato su fatti realmente accaduti”. È importante per te che lo sia?
Credo che parlare di cose realmente accadute sia stato per me l’unica scorciatoia per raccontare tutta la merda che ho addosso. Parlo di persone ed eventi veri, come un giornalista, come un bambino delle elementari, come qualcuno che ha tanta voglia di vomitare.
Sì, per me è importante parlare di cose che esistono davvero, altrimenti starei zitto.
La data che dà il titolo all’album è la stessa del concerto portato a San Zenone: danno sensazioni particolari, queste corrispondenze?
Me l’hanno fatto presente diverse persone, onestamente non me ne ero neanche accorto. Forse perché la data in sé ha poca importanza per me, è solo la via dove abito, dove scrivo e dove succede ogni cosa che sporca la mia vita. Dopo aver deciso il nome dell’album ho anche scoperto che è la data della liberazione di Livorno dai fascisti, questo mi rende ancora più fiero. Ma questa è la versione che do quando voglio darmi un tono…
In Marti (uno dei quattro singoli estratti dal disco) canti una storia che sa di La sedia di lillà, detta coi toni odierni e con meno estetica decadente dentro. La droga detta senza troppe ipocrisie.
La droga spiegata da qualcuno che non l’ha vissuta è come un tramonto spiegato da un daltonico. Forse mi ripeto, e chiedo scusa, ma mi piace parlare di cose pesanti svuotandole dal dolore che si portano addosso, come le racconterebbe un bambino, senza filtri. Non dico che sia una dialettica intelligibile a tutti e neanche che sia una dialettica giusta… è solo la mia.
La verità è che mi stanno antipatiche le persone che parlano di cose stupide con paroloni, come se la loro merda profumasse, come se sapessero una verità che noi comuni mortali non sappiamo.
La verità è che io non so dove sto, non so dove collocarmi, ma credo di trovarmi nel punto più lontano da questo tipo di persone.
In Italia parli di “cantanti venduti vestiti da giovani e non sono giovani”: cos’è che ti infastidisce? È una questione d’età?
La frase “cantanti venduti vestiti da giovani” era una frase che mi faceva soltanto ridere, tutto qui. Non credo che l’età sia importante nell’arte e neanche l’estetica.
In realtà ci sono poche cose che mi infastidiscono, immagino che l’ipocrisia e la falsità siano le cose che tollero di meno, insieme all’arrivismo. Detto questo, aggiungo e confesso di non essere un campione di socialità. A me stanno simpatiche poche persone, e generalmente sono quelle che non stanno simpatiche a nessuno, gli emarginati.
I progetti nel cantiere di Cassio? E perché un nome così antico, pieno di echi?
A inizio Agosto suonerò a Fano, dopodiché sarò un po’ in giro come sempre. Scrivo quotidianamente cose diverse, da un mese all’altro mi sento cambiare il mondo addosso, dentro. Spero di continuare a pubblicare cose per tutta la vita, tutto qui.
La storia dietro al nome “Cassio” purtroppo non ha riferimenti storici, é piuttosto una banale storia familiare. Io sono il secondo di tre figli maschi e il mio babbo ha sempre avuto la passione per i nomi romani. Ovviamente mia madre non gli ha permesso di dare il nome Cassio a nessuno di noi, quindi, ora che ci penso, è più un omaggio a babbo.
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