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Laura Vicenzi
Giornalista
Bassanonet.it
Intervista a Luciano Troisio
In viaggio sul fiume dei pensieri
Pubblicato il 28 feb 2009
Visto 4.167 volte
Ha spesso definito l’Asia la sua seconda patria. La “cuna” però è qui
Certo, la mia cuna individuale è in Occidente, sebbene mi consideri ormai privo di un vero territorio. Una volta avevo un orto, ora abito all’ultimo piano, parlo con poche piante grasse…
Luciano Troisio
“Uno scrittore è in perenne attesa del nulla” ha scritto in Nuvole di Drago. La ricerca del nulla come si concilia con la curiosità e l’intraprendenza che muovono al viaggio?
La contraddizione è apparente: in effetti uno scrittore è in perenne attesa. Tutto può accadere, sebbene ex post si possa verificare che “non succede mai nulla” se non un trito quotidiano, anche in viaggio. Per questo motivo (e per molti altri) bisognerebbe viaggiare in luoghi sempre diversi, avere piccoli orizzonti di novità, al fine di combattere la noia perenne. Soprattutto mai tornare nei paradisi.
Nel presentare il suo libro lei ha rifuggito il temine “la follia sottile del viaggiatore”. Il cercare l’Altrove, l’avvicinarsi all’ignoto, non comportano forse una piccola grande dose di pazzia?
Naturalmente io mi considero sano (come in generale i pazzi). Vorrei essere contagiato dalla follia sottile. A volte, se penso a certi spostamenti troppo faticosi, a certe alzatacce, alle centinaia di chilometri di strade sterrate tutte buche, ai disagi in generale, mi viene da invidiare i miei amici pantofolai che stanno in panciolle in bellissime località italiche, e penso che solo un matto può affrontare tali disagi e fatiche.
La strada del fiume raccontata nell’itinerario del viaggio in battello è diversa dalle altre vie di conoscenza di un territorio, della sua gente. Lo scorrere dell’acqua, il suo potere dilavante, forniscono una prospettiva di distacco necessaria, cercata?
Ho percorso in battello, sia lento che veloce, molti fiumi asiatici, ho trascorso a bordo interi giorni. La sera però ci scaricavano, ci portavano in orrende locande (ci vendevano, ci ricompravano da infinite agenzie locali). Spesso si trattava di una scelta, di un programma voluto: un viaggio lento di due o tre giorni, e notti in alberghi sempre diversi, e uguali per squallore, per cucina spartana. Invece di osservare il paesaggio, la gente, da un finestrino di autobus, lo si delibava più lentamente dal battello, si deviava rallentando in canali laterali, piccoli, popolati da bibliche palme d’acqua, si poteva ammirare fotografare la gente rivierasca, la vita quotidiana, i bambini, i pescatori seminudi affondare le mani nel fango, catturare molluschi. Potevamo sostare, visitare luoghi, templi, rovine. Il tempo del battello è più lento, direi quasi filosofico: permette riflessioni, è il tempo del passato, della tradizione. Inoltre spesso (sto pensando al delta del Mekong) non c’è altro mezzo per visitare certe aree, e non solo quelle fluviali. Per giungere ad Angkor Vat si può naturalmente prendere un aereo da varie città, in un’ora si arriva. Ma via terra le strade sono infami, si viaggia a una media di 15 all’ora, mentre in quattro ore il battello veloce risale il Ton Le Sap e arriva a sei chilometri dall’area archeologica più grande del mondo. Molti freak preferiscono l’autobus. Io non ho l’età, e soprattutto rifletto che ci sono sempre delle tratte obbligatorie su strade orripilanti (e pericolose). Quindi se posso evito le facoltative. Quest’anno ho disceso il Mekong da nord, dal Triangolo d’Oro verso Luang Prabang. In due giorni non abbiamo visto nemmeno un uccello. Già questo solo grave fatto mi ha permesso delle riflessioni più che sufficienti.
Lei ama anche l’immagine oltre che la parola: è possibile una sintesi estrema di alcuni Paesi che ha visitato, un’istantanea espressa con un unico vocabolo?
Domanda ardua che rasenta l’impossibilità. Dopo quattro anni di Cina direi senza dubbio: infernale, almeno la regione di Shanghai, una metropoli sozza di 18 milioni di abitanti. La Cina che ho conosciuto io è in bianco e nero, sporca, villana, l’impero delle sputacchiere (ma posso sbagliarmi). L’Indocina è invece molto più colorata, più gentile (colore fuxia), l’India è spirituale e tragica (colore rosso), Bali l’isola degli Dei, sfarzosa e magica, uno dei luoghi ancora belli (colore oro).
Lei ha dichiarato che “è riuscito a prendere le distanze dai Maestri, scrittori come Parise, Comisso, Gozzano, Barzini, Arbasino, Manganelli Hesse, Pasolini... e che ora è finalmente in grado di ‘sezionarli’, pur continuando ad amarli”. Il suo è uno stile spesso ironico, lei scrive per il lettore un po’ come racconterebbe ad un amico, è un rapporto colloquiale quello che instaura con chi “viaggia” con lei
Proprio così. Ho esaurito le lune di miele con gli autori amatissimi, quindi posso criticarli, ho guardato dietro le pagine, so del riempitivo, del banale. Potrei dilungarmi a dire come alcuni hanno ingannato i loro lettori… L’ironia è una costante consolante, in parte pianto sulla “bruttezza” del mondo. Fingo di scrivere lettere all’ipotesi leggente, (ho anche un ristretto numero di amiche e amici miei reali privilegiati corrispondenti, che informo via e-mail più direttamente), scrivo in modo colloquiale, con una certa “oralità” proprio per intrattenere. E’ in un certo senso una presa di posizione verso la “comunicazione” e la “condivisione”, che però non seguo così nettamente quando scrivo racconti, e ancor meno quando mi esprimo con versi (sebbene abbia definitivamente abbandonato l’oscurità novecentesca, ma non è detto che non ci sia qualche ritorno di fiamma…). Strizzo l’occhio, ammicco.
L’attuale paura occidentale delle Nuvole di Drago è solo timore dell’ignoto?
L’Occidente non ha ignoto, è il più informato di tutti, sebbene l’Asia sia l’antiqua mater. Siamo giunti a conoscere il Mondo attraverso l’Europa. Direi piuttosto timore della fine, percezione del crepuscolo, specie per la frastagliata Penisola occidentale europea. Sarà questo l’ultimo secolo per l’Europa? Si salverà solo l’America sua figlia bellissima (ma poco affascinante)? Escogiteremo qualche marchingegno per salvarci? Allah ha donato il petrolio all’Asia; speriamo che il Dio unico ci dia la creatività per non perire ed evitare, o ritardare, la seconda fine dell’Impero Romano.
Bellissima la sua idea di “Folia sine nomine”, un’antologia nella quale sono raccolte poesie inedite di 84 poeti contrassegnati da un numero e rigorosamente anonimi (l’elenco alfabetico dei nomi si trova solo alla fine del libro). Il testo poetico lasciato solo davanti agli occhi del lettore è un atto di sfida che cancella e scrive allo stesso tempo
Questa antologia segue, vent’anni dopo (nel frattempo molti amici ci hanno lasciato), il primo esperimento, che ebbe un grande successo, tanto che la prima antologia è divenuta una rarità bibliografica davvero cult nel settore, e si vorrebbe ristamparla. Gli articoli, le recensioni, i saggi di illustri personaggi su questo intrigante esperimento sono stati raccolti addirittura in un volume: La trasparenza dello scriba, Vallardi, 1982. E’ stato uno sberleffo di grande efficacia, che ha provocato infiniti malintesi ed errori clamorosi di critici illustri, dato che venerandi nobelandi sono stati del tutto ignorati e implumi giovinette scambiate per geniali mafiosi tromboni (con stizza dei medesimi). Per me è stata un’enorme soddisfazione.
Il suo prossimo progetto? Un nuovo itinerario di viaggio?
Il viaggio estivo è un problema soprattutto per motivi meteorologici, infatti nell’emisfero boreale piove dappertutto. La pioggia non mi piace. Attualmente lavoro per assemblare libri già scritti, sempre che ci sia un editore disponibile…
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