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“Cosa possiamo fare?” Questa la prima domanda che è sorta nella mente dei rappresentanti d’istituto del liceo scientifico “J. Da Ponte” Marta Zardo, Erio Dissegna, Benedetta Gheller e Giovanni Mocellin, nel momento in cui si sono ritrovati a vivere la scuola attraverso uno schermo e a rapportarsi con insegnanti e compagni solo digitalmente. Il loro impegno, però, è rimasto costante e, per quello che hanno potuto, sono riusciti a radunare ogni mese gli studenti nelle assemblee d’istituto che si sono tenute su piattaforme online. Ma c’era ancora qualcosa che mancava per completare il loro progetto: un aiuto anche al loro territorio in ginocchio.
“Ogni anno promuoviamo la vendita di maglie e felpe con il logo della nostra scuola, così gli avanzi che abbiamo finiscono nella cassa studenti e li investiamo in progetti, assemblee e laboratori. Tuttavia quest’anno non abbiamo avuto costi, pertanto avevamo un discreto avanzo a nostra disposizione” afferma Erio Dissegna della 4 ES. “Così è nata l’idea di devolvere l’intera somma guadagnata, ossia 597 euro, sul conto corrente della Regione Veneto creato per la lotta al Coronavirus. Siamo consapevoli che non è una cifra che farà la differenza, ma per noi era importante mettere in atto un’azione simbolica che potesse rappresentare tutti gli studenti della scuola che provengono da varie località venete, le quali hanno tutte vissuto a loro modo questo momento drammatico”.
Da sinistra a destra: Benedetta Gheller, Marta Zardo, Erio Dissegna, Giovanni Mocellin
A fargli eco la voce di Marta Zardo della 4 CS: “Questa raccolta secondo noi è una dimostrazione che anche i giovani hanno a cuore il proprio territorio e le questioni che lo interessano. Abbiamo a cuore anche il fatto di dover far la nostra parte, anche solo con piccoli gesti. L’aspetto interessante da mettere in evidenza, però, è il fatto che non sia stata solo una nostra idea, ma gli stessi studenti ci hanno chiesto di devolvere questo denaro per aiutare la Regione. Tanto che oltre alla cifra guadagnata con il vestiario, abbiamo unito anche il denaro raccolto per il torneo di calcetto che è stato annullato, perché i partecipanti non hanno richiesto il rimborso ma desideravano fare una donazione”. Non si può dire, quindi, che i più giovani non hanno capito la situazione drammatica che si stava realizzando al di fuori della propria casa. “Il motivo che ci ha spinto a farlo - continua Marta – è il fatto che ogni giorno sentiamo parlare di responsabilità e di senso civico, tanto che la stessa Costituzione è diventata materia del nostro studio per diventare cittadini attivi e coscienti. Perciò, quando ci siamo trovati a vivere questo momento di crisi abbiamo deciso di mettere in pratica la teoria studiata dai libri. Allo stesso tempo, volevamo dimostrare gratitudine nei confronti di chi si è impegnato in questi mesi ad arginare il problema e a garantire la sicurezza partendo dallo stesso Presidente Luca Zaia fino ad arrivare alla Protezione Civile e alla Croce Rossa, senza dimenticare i professori, che si sono impegnati a garantire il nostro diritto allo studio”.
Così, quattro giovani rappresentanti sono stati la voce del desiderio di un intero liceo, composto da centinaia di studenti che in questi mesi si sono adattati a fare scuola online, nonostante le difficoltà. “Da questa esperienza negativa siamo comunque stati in grado di trarre un aspetto positivo. – interviene Erio – Infatti noi studenti abbiamo capito l’importanza del rapporto interpersonale sia con i propri compagni che con gli stessi insegnanti. All’inizio della quarantena ci sembrava piacevole rimanere a casa a fare scuola, ma giorno dopo giorno abbiamo incontrato difficoltà non indifferenti che hanno messo alla prova il nostro impegno. Da parte di noi rappresentanti, invece, abbiamo cercato di mettere in atto qualche iniziativa online così da mantenere i contatti tra gli studenti e garantire una sorta di normalità”.
La parola “normalità” conclude quindi il nostro colloquio, che pur provenendo da menti giovani ancora incastonate nell’ambiente scolastico, dimostrano di essere consapevoli dell’ambiente in cui vivono. Quello che per loro era “normalità” è stato stravolto in poco tempo e il sentirsi privi di questo pregio ha maturato in loro la voglia di essere cittadini del proprio Paese e, in qualche modo, di fare la differenza.
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