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Sono trascorsi 20 giorni dal secondo dei due casi di meningite che si sono verificati nel territorio dell'Ulss n.3, a breve distanza l’uno dall’altro: nel primo caso, come si ricorderà, la patologia fu purtroppo all'origine della setticemia fulminante costata la vita a una bambina di Rossano Veneto di due anni e mezzo mentre il secondo caso riguarda una ragazza bassanese di 17 anni, istruttrice di nuoto presso le piscine di Rosà.
L'Azienda Ulss 3, tramite un comunicato, informa la popolazione che “il periodo massimo di incubazione - cioè il tempo massimo da quando una persona sana riceve il germe che le viene trasmesso da un malato, a quando, eventualmente, si ammala a sua volta - è di circa 10 giorni”. “Si può ragionevolmente affermare - dichiara dunque la nota - che, quanto a possibilità di trasmissione ad altre persone, anche il secondo caso può considerarsi concluso.”
“In entrambi i casi - informa ancora l'Ulss - si è trattato di meningite batterica da meningococco (Neisseria meningitidis) di gruppo B, per il quale - purtroppo - non è ancora disponibile un vaccino, anche se è prossima la sua immissione in commercio, dopo le necessarie registrazioni.
L’indagine genetica eseguita presso il Laboratorio di Microbiologia e Virologia dell’Azienda Ospedaliera di Padova (indagine che fornisce, per così dire, la “impronta digitale” molecolare del batterio) ha evidenziato che si è trattato di due “ceppi” diversi: quello che ha provocato il primo caso è diverso da quello responsabile del secondo.
Questo vuol dire che non c’è stato nessun contatto tra i due casi, per cui il secondo non è in nessun modo conseguenza del primo.”
“In generale - continua l'informativa - la contagiosità di un malato di meningite è relativamente bassa e i casi secondari (persone sane che si ammalano per essere state a stretto contatto con un malato di meningite) sono di solito rari.
Il meningococco può tuttavia causare anche focolai epidemici.
Per limitare il rischio di casi secondari è importante che i contatti stretti dei malati effettuino una profilassi con antibiotici.”
“Il fatto che nessuno dei due casi che si sono verificati nella nostra Ulss abbia causato, a sua volta, dei casi secondari - conclude l'Azienda sanitaria - significa che l’individuazione minuziosa dei contatti a rischio eseguita con la collaborazione indispensabile dei familiari (nel secondo caso anche degli amici e dei colleghi) ha consentito di raggiungere con la profilassi antibiotica probabilmente tutti coloro che erano stati a stretto contatto con i due ammalati.”
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