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Laura VicenziLaura Vicenzi
Giornalista
Bassanonet.it

Musica

Ventenni, questi Afterhours

A chiusura dello Sherwood Festival, una tappa del tour Ballate per piccole iene

Pubblicato il 14-07-2025
Visto 4.817 volte

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Si è appena concluso sabato 12 luglio, a Padova, lo Sherwood Festival, manifestazione indipendente con una lunga storia risalente agli anni Novanta, che ogni estate per un mese trasforma un parcheggio, quello dello Stadio Euganeo, in centro animato da musica, cultura, sport, socialità, dibattiti, azioni tese all’informazione e all’attenzione alla crisi climatica.
Un programma fitto di concerti e di eventi per un lungo festival che accoglie circa 150 000 presenze e che sta dritto in piedi grazie al volontariato di tante persone. Questa edizione 2025 ha ospitato le esibizioni di numerosi artisti italiani e internazionali e accanto offerto appuntamenti dedicati ai libri, ai fumetti, ai più piccoli, allo sport.

Aftehours a Padova, allo Sherwood Festival (foto Jacopo Paccagnella)

Lo scorso mercoledì 9 luglio, uno degli ultimi importanti appuntamenti ha visto protagonisti gli Afterhours, in una tappa del tour: “Ballate per piccole iene”.
A introdurre il concerto, perché al talento non si guarda solo dagli schermi tv, ma con coerenza lo si promuove di fatto sui palchi, due giovani band veronesi chiamate a esibirsi dal progetto di Germi “Carne fresca”: No Sex b.m. e Inaria.
Un fitto pubblico formato con rappresentanze di tre generazioni ha poi accolto Manuel Agnelli e la formazione allestita per il tour, ovvero quella di vent’anni or sono: Giorgio Prette (batteria), Andrea Viti (basso), Dario Ciffo (violino, chitarra), con l’aggiunta di Giacomo Rossetti (chitarra, tastiere, percussioni).
Il via con la sezione ritmica di La sottile linea bianca, pezzo seguito subito dopo da Ballata per la mia piccola iena. Agnelli è apparso elegante in completo grigio, a contrasto col carisma che lo contraddistingue di stampo piuttosto piratesco (qui allo Sherwood si dovrebbe dire banditesco). Qualcosa nella sua figura ricorda che la popolarità attribuisce un aspetto confidenziale che non dovrebbe.
Dal palco, anch’esso in grigionero, illuminato da video con immagini inquietanti, arrivano cantate parole durissime: è l’ingresso in un disco da stagione all’inferno, incubi, carne, sangue e pochi sconti. L’album viene riproposto e rivissuto per intero e per molti aspetti i testi suonano oggi come una profezia avverata, sono disperatamente attuali.
Sempre intensi, i demoni che abitano Il sangue di Giuda e Male in polvere. Tutti a cantare, più forte con i cosiddetti “classici”, anche se a definirli così pare di attribuire loro qualcosa di depotenziato. Più avanti arriveranno Non è per sempre, Male di miele, Quello che non c’è, Ci sono molti modi, Dea, Adrenalina, ma anche canzoni che la band non suonava dal vivo da vent’anni prima del tour, come ha sottolineato Agnelli.

A inframezzare i tre momenti in cui è stato suddiviso il concerto, tra le altre, una versione dark e dal ritmo ossessivo de La canzone di Marinella. A scorrere, Non si esce vivi dagli anni Ottanta, dove a essere tirata in causa come fonte di straniamento era la televisione – guardando all’odierno, sempre di schermi si tratta; poi i panorami di Padania, che esortano drammaticamente a “fare parte della storia anche quella più crudele”, Bye Bye Bombay, coi suoi porti neri. Il finale è lasciato a Pelle splendida, con la sua ironica resa al depensamento, e poi a contrasto la visione che forse non sarà per sempre ma attuale di sicuro sì di “nazioni che giocano a essere Dio" con l'aggiunta appropriata di "manipolando il tuo Dna”.
Nel mentre del concerto, riferito al presente, Agnelli ha invitato alla partecipazione, all’esserci di persona quando è necessario; ha stigmatizzato un mondo musicale finito in mano a pochi grossi produttori che sfornano canzoni tutte uguali, omologate anche dall’autotune; ha lodato tanti giovani gruppi che fanno musica con passione e che con competenza cantano e suonano davvero.

Cantare e suonare bene è cosa che riesce molto bene a questi “ventenni” Afterhours. Una corrente percepibile di intesa vera, tra i componenti del gruppo, e a esaltarla qualcosa di umano, terreo, a rendere per nulla pacchetto celebrativo e preconfezionato il concerto.

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