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Cosa ci lascia la storia di Andrea
Eco Jacopo
Alla mostra “Tre Capolavori a Vicenza. Leonardo da Vinci, Jacopo Bassano, Gianandrea Gazzola”, esposta la pala di Jacopo “L’alluvione del Colmeda”, straordinario monito cinquecentesco sul dissesto idrogeologico
Pubblicato il 03 feb 2025
Visto 10.333 volte
Ciao, Jacopo. Mi fa un grande piacere incontrarti anche qui.
I tuoi capolavori sono esposti nei musei di tutto il mondo, ma è bello poterti rivedere, oltre che al Museo Civico di Bassano, vicino a casa.
Ti vedo assieme a Leonardo da Vinci, che però non era un bassanese. Peccato ma non importa: ce ne faremo una ragione.
Jacopo Bassano, 'L'alluvione del Colmeda', olio su tela, 1576 (foto Alessandro Tich)
Mi trovo nella Basilica Palladiana di Vicenza, dove fino al prossimo 9 marzo è allestito l’evento espositivo “Tre Capolavori a Vicenza. Leonardo da Vinci, Jacopo Bassano, Gianandrea Gazzola”, ideato e promosso dal Comune di Vicenza in co-organizzazione con Intesa San Paolo e curato dal direttore del Palladio Museum Guido Beltramini.
Non ci sono andato apposta: lo scopo della mia trasferta vicentina è stato quello di visitare il Tribunale di Borgo Berga per vedere di persona come funzionano le cose e per intervistare il sostituto procuratore della Repubblica Hans Roderich Blattner sul Tribunale della Pedemontana.
Ma visto che ero già qui, ne ho approfittato per fare un salto in Piazza dei Signori e compiere una incuriosita incursione in Basilica.
Tra l’altro, l’ingresso alla mostra è gratuito per tutti i residenti in Provincia di Vicenza, basta esibire la carta d’identità.
Pensate un po’ se Bassano del Grappa fosse diventata Provincia, come era vicina a diventarlo più di una quindicina di anni fa: avrei dovuto pagare il biglietto d’ingresso.
A questo punto sorge però immediata la domanda: cosa accomuna Leonardo a Jacopo e, a loro volta, cos’hanno a che vedere questi due grandi nomi del Rinascimento (in realtà dire “grande” per Leonardo da Vinci è riduttivo) con Gianandrea Gazzola, veronese, classe 1948, artista contemporaneo noto per le sue installazioni?
Come per tutti gli eventi espositivi che si rispettino, è sempre questione di “filo conduttore”.
E il fil rouge che collega le opere esposte a Vicenza è il concetto di “natura”, principalmente declinato nel suo elemento più vitale ed essenziale: l’acqua.
All’ingresso della mostra veniamo accolti da “Per Silentia III”, la gigantesca installazione site-specific di Gianandrea Gazzola che trasferisce le onde sonore dall’aria all’acqua contenuta in una grande e scenografica vasca quadrata, di 12 metri per lato.
Una serie di lamelle metalliche, che vibrano con intensità e frequenze diverse governate da un computer, comunicano le loro vibrazioni ad ultrasuoni all’acqua che, investita da due potenti fasci di luce, appare in continuo movimento.
Se Gazzola voleva impressionare il pubblico, ci è riuscito.
Di Leonardo Da Vinci sono invece esposti tre frammenti della sua mente superiore, vale a dire tre disegni dal Codice Atlantico, provenienti dalla Veneranda Biblioteca Ambrosiana di Milano.
Sono lo Studio sulla percezione dell’ombra e del colore, lo Studio sulla riflessione della luce e lo Studio sulla trasmissione della forza: tre disegni che rappresentano il tentativo di Leonardo di penetrare i meccanismi più intimi della natura.
Ad esempio, egli immagina l’aria intorno a noi attraversata dalle scie delle “species” ovvero da elementi infinitesimali emessi dai corpi.
“Un’idea visionaria - come osserva il curatore Guido Beltramini - che entra in risonanza con le “onde visive” di Gazzola.”
Del Leonardo da Vinci esposto a Vicenza potrei continuare a scrivere in dettaglio, ma finirei col perdermi a rincorrere il suo genio.
E poi io sono qui principalmente per Jacopo Bassano, visto che scrivo per Bassanonet.
E - come sempre - non ne rimarrò deluso, anzi.
Come ci insegna lo stesso Leonardo, e purtroppo anche la nostra memoria recente sugli eventi atmosferici eccezionali, la natura è tanto buona madre quanto crudele matrigna, soprattutto se di mezzo c’è la mano dell’uomo.
Ed è il messaggio che traspare in tutti i colori del dipinto di Jacopo esposto in Basilica Palladiana.
Si tratta de “L’alluvione del Colmeda”, una pala ex-voto (olio su tela, 1576) realizzata per l’altare della chiesa di Santa Maria degli Angeli a Feltre e commissionata all’artista in seguito al nubifragio del 27 luglio 1564 che devastò il territorio e portò all’esondazione del torrente Colmeda che scorre nel Feltrino, complici il disboscamento e la manipolazione dei corsi d’acqua per scopi agricoli e produttivi, con un tragico bilancio di vite umane.
Così si legge su questo drammatico evento atmosferico e idrogeologico nella “Storia di Feltre”, opera seicentesca di Antonio Cambruzzi:
“Scendeano con tanto strepito le acque dai monti, che svelte dalle radici profonde annose querce, alti pini e grossissime piante, traendo seco smisurate pietre, pareva che precipitosi cadessero i monti stessi.”
Nel dipinto di Jacopo si vede, nella parte superiore, l’apparizione della Madonna con il Bambino tra i santi Crescenzio e Antonio da Padova, protettori delle comunità contro le calamità naturali, sopra a una nube temporalesca.
Nella parte inferiore, invece, il disastro: fango, detriti, corpi umani e animali trascinati via, alberi spezzati, suppellettili domestiche disperse in mezzo a un’acqua di tonalità marrone che enfatizza la portata della distruzione.
Abituato alle scene bibliche e ai paesaggi con pastori della pittura del Maestro bassanese, rimango basito dall’attualità di cotanta raffigurazione da cronaca in diretta.
Non c’è che dire: per il pubblico della mostra è la scoperta di un “Eco Jacopo”.
Un artista che in un’epoca dove la pittura spesso celebrava l’armonia tra uomo e natura, lancia un avvertimento sulle conseguenze dello sfruttamento intensivo delle risorse ed esprime in avanguardia una manifestazione embrionale di quella che oggi verrebbe chiamata coscienza ecologica.
Del resto, del problema era ben conscio anche un altro suo illustre contemporaneo, un certo Andrea Palladio, che in quegli anni sopra l’acqua avrebbe anche progettato un Ponte.
Palladio stesso progettò infatti una macchina per governare le acque e “vincere la Natura in quelle cose in cui noi vinti siamo”.
E accanto alla pala del Bassano è esposto il testo a stampa con i “Tre discorsi sopra il modo d’alzare le acque da’ luoghi bassi”, conservato nella Biblioteca Bertoliana di Vicenza, in cui è rappresentata la macchina palladiana.
Dipinto e libro sono ancora, a distanza di secoli, un monito e uno sprone per tutti.
Mi sento comunque un po’ a casa, perché in mezzo allo scenario di devozione religiosa e insieme post apocalittico de “L’alluvione del Colmeda”, compare uno degli elementi iconografici ricorrenti nella pittura di Jacopo.
È il profilo amico e inconfondibile del Grappa, il nostro monte che domina il territorio della Pedemontana: quello della superstrada, dell’Area Urbana e - per la gioia dei vicentini - anche del progetto del Tribunale.
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