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Back in the U.S.S.R.
Il diavolo fa le pentole ma non i copechi: due o tre cose, tra il serio e il faceto, sull’invasione della Russia nella nostra vita quotidiana
Pubblicato il 24 mar 2022
Visto 8.534 volte
Russia, Russia, Russia. E, ovviamente, anche e soprattutto Ucraina.
Da un mese non facciamo che parlare d’altro. Inevitabilmente, vorrei dire.
Come giornalista sono stato obbligatoriamente coinvolto dalla crisi bellica orientale per i suoi riflessi sul nostro territorio, nuova casa di una quantità di profughi ucraini fuggiti dalla guerra. Come cittadino ho sentito il peso della nuova situazione internazionale che mi fa respirare il clima della Guerra Fredda, che ho vissuto da giovane e che ho sperimentato con i miei occhi quando andavo a trovare i miei parenti in Ungheria, allora Paese oltrecortina, dove in ogni città c’era una caserma occupata e controllata dall’esercito sovietico. I militari sovietici avevano lì le loro case, le loro famiglie e si comportavano da militari sovietici: una volta a Debrecen, non lontano dal confine con l’attuale Ucraina, stavo facendo la fila in stazione per prendere il biglietto del treno ed è arrivato un giovane ufficiale sovjetski che ha saltato la coda ed è passato davanti a tutti, senza fiatare, senza scomporsi, senza chiedere scusa e voltandosi una sola volta verso la fila tranquillamente superata per dire la parola russki, facendoci capire che lui poteva farlo perché era “russo”. Il tenente Stronzov.
Foto Alessandro Tich
Mio zio Laci (diminutivo di László, in italiano Ladislao) chiamava i sovietici “gli svizzeri” per non farsi riconoscere da orecchie indiscrete. E mi raccontava in ungherese micidiali barzellette sull’URSS. Come questa: «Esattamente sulla linea di confine tra Ungheria e Unione Sovietica, un contadino ungherese trova una enorme patata e vuole raccoglierla. Dall’altra parte della linea, un contadino sovietico vede la stessa patata e dice a quello ungherese: “Fermo! La divideremo tra fratelli.” E il contadino ungherese: “No, no...questa volta faremo metà e metà.”»
Pensavo fossero ormai solo dei leggendari ricordi di gioventù. E invece oggi mi ritrovo a rivivere quel clima da Muro di Berlino che pensavamo fosse estinto come i dinosauri.
Back in the U.S.S.R.
Nel frattempo, con l’incalzare delle notizie quotidiane sulla guerra in Ucraina, mi sono trovato a reagire al nuovo bombardamento mediatico dopo quello sul Covid secondo un procedimento, per così dire, hegeliano.
Tesi: la Russia invade l’Ucraina, scoppia il Putinferio, il mondo scopre all’improvviso l’esistenza del carneade Zelensky, l’Europa lancia le prime sanzioni alla Russia, comincia a muoversi l’infinita ondata di profughi. Io sono attaccato all’ANSA per seguire gli sviluppi del conflitto e alla sera sono incollato alla televisione per vedere le immagini dei disastri
da Kharkiv, Mariupol eccetera e della marea umana che si riversa oltre il confine polacco fino a che non cado tra le braccia del generale Morfeo.
Antitesi: l’escalation bellica continua senza sosta, l’Europa lancia nuove sanzioni alla Russia, Putin minaccia ritorsioni atomiche, i profughi aumentano in progressione geometrica, Zelensky si fa applaudire da un parlamento al giorno mentre continua a chiedere la No Fly Zone, armi e aerei e sostegno concreto al suo popolo in guerra. Io sono ancora attaccato all’ANSA e alla sera guardo ancora la televisione, riuscendo addirittura a seguire per intero un “Porta a Porta” di Bruno Vespa.
Sintesi: da circa una decina di giorni alla sera non accendo più la televisione. E guardo l’ANSA solo una o due volte al giorno, prima o dopo i pasti come le pillole per il bruciore di stomaco. Mi sono assuefatto, inasprito e inacidito, non voglio che Putin invada anche la mia vita quotidiana.
Eppure so benissimo che stiamo scherzando col fuoco, che se la situazione degenera oltre i confini dell’Ucraina, e se vogliamo anche della Transnistria, anche la nostra vita quotidiana andrà a farsi fottere. Ma intanto l’altro ieri la benzina e il gasolio sono scesi, anche se provvisoriamente, a 1 e 7 al litro e questo basta per farci vedere la tanica mezza piena anziché mezza vuota. Basta poco, a noi comuni occidentali, per sentirci felici.
Ieri mattina passavo per largo Parolini a Bassano e sulla vetrina di una nota agenzia di traduzioni ho visto affisso un cartello con la scritta “Corso di russo”.
Caspita, questo sì che è essere sul pezzo. La lingua di Tolstoj, di Dostoevskij, di Gogol', di Čechov, di Puškin e del tenente Stronzov. Chissà che non ci convenga davvero govorit’ po-russki, e cioè parlare in russo, nella nostra futura vita di europei che sulla linea di confine con la Russia hanno trovato la patata bollentissima di un vicino potente, strafottente e bellicoso.
Meglio considerarlo il nuovo Hitler, con tutte le conseguenze preventivabili, nella vana speranza che la situazione al Cremlino imploda internamente per conto proprio?
Oppure è meglio turarsi il naso, per parafrasare il grande Montanelli, e cercare una futura possibile convivenza con Putin, analogamente alla convivenza con il virus?
Qual è il vaccino giusto - e certamente non è lo Sputnik - per ridurre al minimo gli effetti del contagio guerrafondaio di questi giorni? Sono domande per le quali ovviamente non trovo risposta: la mia sfera di cristallo è attualmente in riparazione e vi rimarrà a lungo.
Non mi resta quindi, come tutti, che vivere alla giornata quello che passa il convento ortodosso in base agli sviluppi giornalieri di questa follia.
L’ultimo della serie è l’anatema di Putin in campo energetico: le nazioni ostili, noi compresi, dovranno pagare il gas in rubli e non più in euro o in dollari. E a Bassano già circolano le battute sulle pompe del gasolio che dovranno cambiare la macchinetta del self service con il nuovo accettatore delle banconote del Cremlino. E a quale pompa servirsi? La numero один (uno), la numero два (due) o la numero три (tre)? Putin: dopo Beyfin, Bertin e Costantin, potrebbe essere un nuovo marchio di carburanti.
Ma, caro Vladimir, io continuerò a resistere. Corvo Russo non avrai il mio scalpo.
Facci pure pagare il gas in rubli, aumentandone il costo, vuol dire che a casa spegnerò i termosifoni. Tanto è già anche primavera. E finiscila di dire bugie al tuo popolo. Perché il diavolo fa le pentole ma non i copechi.
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