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Redazione
Bassanonet.it
Special report
Robert von Karajan
Eccellenze locali in trasferta: intervista a Roberto Zarpellon, direttore d’orchestra da Casoni di Mussolente, reduce da un concerto al Musikverein, la celeberrima “Sala Dorata” del Concerto di Capodanno di Vienna
Pubblicato il 05-02-2022
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“Io sono un topo di campagna, che con la forza di volontà che avevano i nostri emigranti, orfano di padre, è andato a studiare all’Accademia musicale di Vienna.”
Il maestro Roberto Zarpellon, direttore d’orchestra, classe ‘60, di Casoni di Mussolente, oggi residente ad Asolo, riassume in queste poche parole i tratti essenziali della sua autobiografia.
Il suo primo concerto lo aveva diretto ancora nel 1983, sul podio di quella che allora si chiamava Orchestra Pro Arte Bassano, poi diventata Orchestra da camera Lorenzo Da Ponte, ispirata al nome del librettista trevigiano di Mozart che era originario di Ceneda, oggi Vittorio Veneto.
Fonte immagine: Facebook / Jeunesse - musik.erleben
“Una volta a Vienna ho sentito dire che Mozart lo possono fare solo gli austriaci - racconta Zarpellon -. Io ho pensato che cosa sarebbe Mozart senza gli italiani.”
L’Orchestra Lorenzo Da Ponte, sotto la sua direzione, continua ancora oggi ad esibirsi in Italia e in Europa raggruppando alcuni dei migliori musicisti dell’area mitteleuropea.
Ed è quello che è accaduto lo scorso lunedì 31 gennaio, in collaborazione con l’Orchestra di Padova e del Veneto e con l’emergente violinista sudafricano-tedesca Christina Brabetz come “special guest”, al Musikverein di Vienna. Già: proprio il Musikverein, la sontuosa e celeberrima “grande sala dorata” da concerto che ogni 1 gennaio compare in mondovisione per il Concerto di Capodanno dei Wiener Philharmoniker, diretti dai più celebrati direttori d’orchestra del mondo.
Qui, sul prestigioso podio dove appena 30 giorni prima era salito a dirigere i Wiener il maestro Daniel Barenboim, Zarpellon ha preso la bacchetta per dirigere l’Ouverture del “Barbiere di Siviglia” di Rossini, il Concerto per violino di Beethoven e la Sinfonia n. 4, detta Sinfonia “Italiana”, di Mendelssohn.
Sul palco, un ensemble di orchestrali in buona parte giovani con musicisti ungheresi, croati, austriaci e italiani. Tra questi, anche tre fra i migliori allievi del Conservatorio “Steffani” di Castelfranco Veneto, portati a Vienna direttamente da Zarpellon.
Il maestro divide infatti la sua carriera tra l’attività concertistica e il suo ruolo di docente al Conservatorio di Castelfranco, dove insegna direzione d’orchestra.
Roberto da Casoni è di casa nella capitale austriaca. La sua Orchestra Lorenzo Da Ponte collabora con l’associazione musicale viennese Jeunesse, finanziata dal governo austriaco e produttrice di 600 concerti all’anno in tutta l’Austria.
Nell’ambito della collaborazione con Jeunesse ha intrapreso una serie di concerti per il ciclo delle nove sinfonie di Beethoven al Konzerthaus di Vienna. Fino a che, all’improvviso, non è arrivata l’occasione di eseguire un concerto nella “Sala Dorata” del Concerto di Capodanno.
È stato il frutto di una congiunzione astrale: il 31 gennaio al Musikverein era in programma un concerto dell’Orchestra nazionale cinese che doveva eseguire il Concerto di Capodanno per il Capodanno cinese, in collegamento televisivo con tutta la Cina.
Ma per qualche ragione i cinesi hanno dato forfait, coi biglietti del concerto già venduti.
L’organizzazione ha quindi chiamato Roberto Zarpellon chiedendogli di spostare il concerto che lui aveva già in scaletta per il 10 gennaio al Konzerthaus, con la settima sinfonia di Beethoven, al 31 gennaio al Musikverein con un nuovo repertorio. Sono quelle opportunità a cui non si può dire di no.
E così il direttore d’orchestra di casa nostra, con i suoi orchestrali, è salito per la prima volta sul palco della grande “Sala Dorata”. E mi immagino che abbia provato l’indescrivibile ebbrezza di trovarsi su quel podio calcato a suo tempo da un gigante come Herbert von Karajan.
Non si offenderà dunque se per questa occasione, in via del tutto eccezionale, lo ribattezzo Robert von Karajan.
Roberto Zarpellon, che impressione fa dirigere un’orchestra in questo tempio della musica conosciuto da tutti perché lo vediamo ogni Capodanno in mondovisione?
Fa impressione perché per tutti quanti è “la sala delle sale”. Non solo nell’immaginario collettivo, ma anche per la storia. Chi fece costruire questa sala, attorno al 1870, furono gli Amici della Musica di Vienna, che era una associazione corale e che mosse i primi passi con Antonio Salieri. A guidarla poi furono nomi grossissimi. Brahms, Bruckner, Mahler, Liszt. Ho detto quattro nomi che oltre ad essere compositori hanno fatto i presidenti di questa istituzione. Quindi tu entri e c’è un corridoio dove ci sono tutti i busti di queste grandi figure. È veramente la sala dove è passata la storia della musica sinfonica.
Che lei, peraltro, conosceva già bene…
Io la conosco perché quando ero studente ci andavo ad ascoltare le prove, con i più grandi direttori. Karajan, Abbado, Bernstein, Kleiber… Poi entrare nel camerino, sedermi nello stesso posto dove si è seduto Karajan, è una sensazione difficile da esprimere a parole. Sottolineo il garbo col quale tutti ci hanno accolto: dal portiere alle maschere e fino all’ultimo che ti dà l’asciugamano. Il garbo di tutti i collaboratori che hanno capito che la musica e la cultura sono la loro vita e che mettono la pagnotta sopra il tavolo grazie alla musica. Quello che da noi in Italia non accade.
Lei ha un rapporto molto particolare con Beethoven. Perché?
Beethoven ci sembra lontano. Nei ritratti lo vediamo sempre arrabbiato, il suo cognome è fiammingo. In realtà è molto più vicino a noi di quanto possa sembrare. Lui nacque a Bonn e fece parte della cappella di corte di Bonn che aveva un direttore che si chiamava Andrea Luchesi, nato a Motta di Livenza. Fu maestro di cappella e Beethoven studiò con lui per 11 anni. Poi il barone Waldstein mandò per due volte Beethoven a Vienna, finanziandolo, e lì, la prima volta, c’era Lorenzo Da Ponte con le opere di Mozart. Poi Beethoven musicò i drammi di Goethe, questi drammi vennero messi in scena e le coreografie furono curate da un certo Salvatore Viganò che era il coreografo di corte a Vienna. Quello che è interessante è che Salvatore Viganò era un amico e frequentava l’atelier di Antonio Canova. Viganò risulta essere quello che ha rivoluzionato il balletto corale. Si dice che si sia ispirato alle “Ninfe Danzanti” di Canova. Questo è quindi un altro aspetto che avvicina Beethoven a noi. Quando lui scrisse le sue sinfonie, il Veneto era Austria. Per questo dico che dentro la musica di Beethoven c’è un pezzo importante della nostra storia, veneta e lombardo-veneta, e un pezzo della nostra identità. Quindi appartiene a noi più di quanto non sembri e mi viene anche da dire che nel famoso Inno Europeo c’è un po’ di “veneticità”.
Beethoven “alla veneta”. Una chiave di lettura interessante…
È un dato di fatto. E non dimentichiamo che Antonio Salieri, da Legnago, fu maestro di Beethoven a Vienna. E il barone Waldstein, che finanziò Beethoven, ebbe un bibliotecario: Giacomo Casanova. Luchesi, Da Ponte, Viganò con Canova, Salieri, Casanova. Cinque elementi che collegano Beethoven al Veneto.
Dopo aver diretto al Musikverein, per l’ambizione di un direttore d’orchestra resta ancora qualcosa?
L’ambizione mia non è quella di essere arrivato chissà dove, ma la mia ambizione è che faccio scuola e voglio aiutare i ragazzi. Questi arrivano in classe, mettono in maniera anche inconsapevole il loro futuro nelle mie mani e il mio cruccio è che ormai diamo diplomi con scritto sotto “disoccupato”.
Si parla e non si fa altro che parlare di cultura, ma non si fa nulla e nulla si muove. Siamo seduti su una miniera d’oro che è appunto la nostra tradizione culturale e nella fattispecie musicale, però continuiamo a guardare altrove. Ho saputo proprio ieri che c’è un’orchestra in Veneto, che viene applaudita, e va benissimo, che però dà 30 euro al giorno ai giovani orchestrali. Cioè neanche il panino da prendere quando vai al bar. Sono giovani, hanno i genitori che li accompagnano, che spendono tempo, soldi e benzina. Basta, basta, basta. Basta con questo sfruttamento.
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