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I farfalloni
Considerazioni a ruota libera sui nostri comportamenti collettivi nei giorni del Veneto “zona gialla”
Pubblicato il 22 dic 2020
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Ogni giorno in questo mese di dicembre, andando a lavorare in redazione, passo vicino al nuovo “corner” per i selfie allestito per il periodo natalizio in piazza Libertà.
Un mio caro amico che vive all’estero, a cui ho mandato una foto del baldacchino tutto luci, lo ha ribattezzato “il farfallone”. Basta guardare l’immagine che ho pubblicato qui sopra per capire il perché. La gente si immortala sotto la volta del grande fiocco a papillon per raccogliere un souvenir bassanese di questo assurdo Natale 2020.
Questo accade finché c’è movimento in piazza. Ma alla sera, quando esco dalla redazione per tornare a casa e quando i locali sono chiusi mentre le Forze del Vuoto girano per il centro storico con i loro lampeggianti accesi per controllare l’ottemperanza al coprifuoco, quel farfallone acceso mi infonde una grande tristezza. Lasciato lì, assieme all’albero di Natale con la sua ulteriore cascata di lucette, a presidiare una piazza senza vita, mentre la loggia del municipio continua ad irradiare musiche natalizie ascoltate da nessuno.
Foto Alessandro Tich
Neanche Charles Dickens avrebbe potuto immaginare un Natale così conturbante.
Ma proprio quel bussolotto luminoso per gli autoscatti natalizi si presenta quasi come un simbolo di questo momento storico, ergendosi a metafora dei nostri comportamenti collettivi nei giorni del Veneto “zona gialla”. In questi giorni, infatti, siamo stati tutti dei farfalloni. Ci siamo sentiti liberi di volare di qua e di là nelle fasce orarie senza restrizioni. Abbiamo interpretato il colore giallo come il semaforo verde per fare tutti i nostri comodi. Mascherati, ma spudorati. Negli scorsi fine settimana siamo stati sepolti dalle notizie e dalle immagini dei media riguardanti le vie e le piazze delle città del Bel Paese inondate di gente, negli orari extra-coprifuoco.
Non ha fatto eccezione il Veneto e neppure Bassano del Grappa, letteralmente invasa dagli escursionisti della domenica. E mi fa ridere, perché preferisco non piangere, l’atteggiamento del nostro governatore Zaia che ha definito gli “assalti alle città” come “assembramenti immondi”, giustificando in questo modo il suo decreto-capolavoro in forma di semi-lockdown dalle 2 del pomeriggio, prima che la “zona rossa di Natale in tutta Italia” del governo Conte azzeri tutto. Ma cosa si aspettava Zaia, che i veneti passassero il periodo dell’Avvento e dello shopping natalizio, in previsione delle Festività in prigionia domestica, restando a casa a guardare la televisione?
La realtà è che abbiamo cambiato atteggiamento nei confronti della stessa emergenza Covid. Durante il primo lockdown eravamo un popolo sotto choc, tenuto assieme da una presunta solidarietà sociale che faceva esporre su migliaia di balconi e di finestre la scritta “#andràtuttobene”. Li vedete più in giro cartelli e striscioni del genere? Eppure il contagio è in mezzo a noi, come e in taluni casi più di prima.
Mi fermo soltanto al nostro territorio. Il bollettino Covid-19 di oggi, martedì 22 dicembre 2020, dell’Ulss 7 Pedemontana indica un dato storico complessivo di 17.180 casi positivi, 204 in più di ieri. Di questi, 8.383 sono attestati nel territorio del Distretto 1, ovvero il territorio del Bassanese e dell’Altopiano. Attualmente i ricoverati per Covid nelle strutture dell’Ulss 7 sono 231 (con 20 ricoverati in più rispetto a ieri all’Ospedale di Bassano) cui 50 in Terapia Semi-Intensiva e 19 in Terapia Intensiva. Mentre i decessi per Covid nelle strutture dell’Ulss 7, da inizio pandemia, sono 292.
Sono numeri relativi a statistiche che nei primi mesi di quest’anno richiamavano spasmodicamente la pubblica attenzione. Oggi sono i numeri di un fenomeno che ci coinvolge tutti e che continua a bombardarci per via mediatica, ma che sembra non appartenerci più.
Diciamola tutta: non vediamo l’ora di toglierci di dosso quegli strofinacci che ci coprono naso e bocca dalla mattina alla sera, di rinchiudere per sempre nel dimenticatoio gli enormi disagi che stiamo vivendo e di gettare via la chiave. Sogniamo il momento in cui questo incubo comincerà ad essere solo un argomento da libri di storia, in attesa della manna dal cielo distribuita dall’Era del Vaccino.
Sicuramente quello che verrà “dopo” sarà molto diverso da quello che c’è stato “prima”: un nuovo ordine delle cose, del potere mondiale, dell’economia, degli stessi rapporti sociali. La nuova parola chiave delle politiche per l’immediato futuro è “resilienza” e certamente concordo con chi sostiene che questo cataclisma sanitario è una straordinaria occasione per ripensare il nostro modo di vivere. Certamente.
Ma io sono convinto di un’altra cosa. E cioè che a emergenza finita o per meglio dire sotto controllo, presumibilmente verso l’estate dell’anno prossimo, ritorneremo a fare i farfalloni. Come se nulla fosse. Come nei due dopoguerra o come negli anni ’80 dopo un decennio di terrorismo, la nostra reazione collettiva sarà quella di dedicarci alla gioia dell’effimero. Certo dovremo ricostruire anche l’assetto economico e sociale. Ma non sarà un compito facile, perché nel frattempo siamo diventati molto più cattivi.
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