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Laura Vicenzi
Giornalista
Bassanonet.it
Tutta mia la città...?
Uno sguardo alle nostre città deserte: restituiscono cartoline che parlano in modo inedito di loro, in questi giorni. Un'intervista all'architetto Sergio Los
Pubblicato il 01 apr 2020
Visto 7.234 volte
“Tutta mia la città, un deserto che conosco…” sono i versi di una vecchia canzone che circolano in mente in questi giorni guardando le cartoline inedite della nostra Bassano. Ma riportando i pensieri a terra: tutta mia no di sicuro e poi in questo deserto davvero non ci riconosciamo. "Ci sarà da costruire un mondo migliore, e gli architetti hanno ruolo importante". Queste le parole di Renzo Piano pronunciate ieri, 31 marzo, in un videomessaggio affidato al Maxxi e diretto in modo particolare ai giovani professionisti, parole che esortano a guardare avanti e oltre, rispetto ai confini di casa imposti dalla pandemia di coronavirus che ha invaso il mondo.
Della necessità di nuovi sguardi, portatori di una certa dose di lungimiranza e di progettazione rispetto a tanta miopia dimostrata spesso dalla politica, parliamo con Sergio Los, architetto bassanese e docente all’Iuav di Venezia, da tempi non sospetti studioso dello sviluppo di metodi e strumenti finalizzati alla progettazione di un’architettura sostenibile e tra i padri della bioarchitettura italiana.
Foto Alessandro Tich
Professor Los, il ruolo degli architetti e degli urbanisti può essere davvero importante, in un’epoca come la nostra. Serve anche una certa dose di visionarietà?
Era meglio se Renzo Piano avesse esortato, non solo gli architetti ma anche i cittadini, loro clienti — lo voglio fare io — a osservare finalmente i confini di casa che, distratti dalla globalizzazione, hanno purtroppo dimenticato. È l’iperconnessionismo del mondo attuale, della barbarie moderna, che ha portato qui il corona-virus, molto estraneo alle nostre contrade, per due motivi: il primo riguarda il viaggiare come estetizzazione del mondo messo in vetrina, quel turismo mercantile che rende tutto mercificato allo stesso modo; il secondo riguarda quel corona-virus artificiale che (mettiamo per finalità difensive) i cinesi studiavano cinque anni fa, sostenendo essere i rischi delle ricerche compensati dai relativi benefici (mettiamo anche che sia vero quello che i virologi dicono essere l’attuale virus diverso), avevano però capito che il passaggio dai pipistrelli all’uomo non fosse tanto remoto. Perché allora non studiare qualche vaccino o antivirale con un po’ di anticipo?
Tornando all’architettura, vorrei osservare che la prima cosa da cambiare è la sua inutile quanto dannosa internazionalità — insegnata in tutte le scuole del mondo — nonostante sia costruita in luoghi climaticamente diversi. Lasciando all’impianto, che è invece regionale, il compito di climatizzare, sprechiamo risorse non rinnovabili e inquiniamo l’ambiente circostante, contribuendo così fortemente alle emergenze climatiche. L’architettura dunque dovrebbe essere regionale e mostrare nell’involucro edilizio, più che nell’invisibile impianto, la sua identità culturale regionale. Soprattutto in Italia, dove la nostra gloriosa tradizione avrebbe dovuto vaccinarli rispetto alla tentazione modernista. La progettazione professionale non ha migliorato l’architettura, rispetto alla cultura distribuita amatoriale che la precede, basta confrontare il centro storico di Bassano, come di qualsiasi altra città italiana, con le sue moderne periferie. L’individualismo progettuale, che spinge ogni dottore in architettura a diversificarsi dai colleghi, non è buono quando insieme dovrebbero fare città. Con la sua architettura amatoriale Palladio, che imparava dagli artigiani, era più bravo. Le dinamiche della modernità vorrebbero che, come con la moda, gli edifici cambiassero a ogni stagione, ma questo sarebbe ancora peggio.
I luoghi della cosiddetta condivisione, che erano le piazze, il centro, stanno diventando sempre di più la piazza virtuale, il centro di interesse — spesso fibrillante — indicato di volta in volta dai social.
Nelle strade e piazze vissute della nostra città storica vedo oggi una specie di modello a scala reale di quell’architettura civica che mi ricorda le ‘stanze a cielo aperto’ dei quadri di Ambrogio Lorenzetti, abitate da comunità artigiane con processioni e bambini che giocano, botteghe e gente che lavora, un progetto che renderebbe la nostra vita ancora possibile. Liberata dalle macchine e dal loro adrenalinico fetore, essa fa comprendere il valore di quel sistema reticolare condiviso che definisco ‘architettura civica’ (montando l’architettura civile di Francesco Milizia con l’arte civica di Camillo Sitte), quel complesso di luoghi dove la città animava la vita della comunità civica che l’abitava; ricordo quando, vivendo a Marostica bastava andare in piazza per incontrare ogni giorno quasi tutti. Purtroppo, il presente corona-virus pare invece il marketing dell’informatica e del futuro smart 4.0 che pavento, ognuno in casa solitario davanti al computer a lavorare, a chattare, a ordinare tutto il necessario per sopravvivere, con la roba portata da droni. Una miserabile esistenza che mi fa prefigurare l’inferno, e la questione: quali tremendi peccati abbiamo mai fatto per meritare questo castigo?
«Senza la città non potremmo perseguire la sostenibilità: la sostenibilità presuppone passione, cooperazione e quelle reti di pensiero fertile che solo la città, con il suo sistema di comunicazione, ha sempre fornito», ha dichiarato. La città. Una metropoli può essere sostenibile?
Credo che solo la città, con una democrazia deliberativa, animata da una comunità discutente, possa portarci fuori dalla maledizione attuale, dalla conclamata incompatibilità del sistema termo-industriale con l’ambiente circostante vivente. L’Italia dovrebbe partire dalle sue città piccole e medie per renderle autosussistenti, almeno per gli approvvigionamenti quotidiani che assicurano la sopravvivenza locale. Quindi il terreno circostante vicino alla città dovrebbe tornare coltivabile per alimentarla direttamente. Un sentimento radicalmente diverso dall’esistenza megalopolitana di chi lavora a distanza e vede allontanarsi i prodotti del proprio lavoro, come vede giungere da lontano tutti i prodotti di cui necessita per sopravvivere, come se vivesse nomade nella sala d’aspetto di una mitica stazione ferroviaria o porto di mare.
In un futuro prossimo, in opposizione all’assembramento indotto dall’incremento demografico mondiale, può avere un senso il criterio di "fondare" nuove contrade, di insediare altre comunità con possibilità di vita autonoma e di relazione sul modello delle Laite, per capirci?
Per essere discutenti e capaci di autogoverno le città non possono diventare troppo grandi (ma neanche troppo piccole: né dinosauri né formiche), le metropoli saranno inevitabilmente governate per cittadini-clienti (se non sudditi) dell’amministrazione, non per collaboratori-cittadini, ma le città dovrebbero essere proporzionate in base al territorio di cui dispongono per alimentarsi. Ho fatto in tal senso qualche progetto con Natasha Pulitzer, ecovillaggi per ambiti anche molto diversi, quello umbro per Jacopo Fo o quello di Mandela per riqualificare degli shacks sudafricani a Cape Town. Bisogna ricordare le città medievali, Siena per esempio, con potenti sistemi di comunicazione per far partecipare i cittadini e farli parlare della loro città.
Le megalopoli sono il segno della nostra barbarie politica, della quale anche il coronavirus è un segnale, nonostante la straordinaria civica generosità con cui le persone l’hanno umanamente affrontato. L’esodo indiano dalle megalopoli verso i villaggi fa comprendere il comune sentire nei momenti difficili, quando improvvisamente tace la baraonda distraente che assilla tutti i giorni della nostra adrenalinica modernità.
La vita da Hikikomori che conduciamo responsabilmente in questi giorni non ha precedenti, in assetto di pace. Se ci fossero più parchi e zone verdi disponibili tra le abitazioni, edifici che vivano con l’ambiente…
Disponibili tra le abitazioni dovrebbero esserci orti e campi coltivati, dove correre e passeggiare. La grande industria non serve per sopravvivere, serve per competere, guerreggiare, sprecare la vita da idioti antagonisti, bruciare miliardi con fantomatici giochi mercantili, per vivere in pace serve molto meno, e potremmo farlo dovunque. Nelle mie presentazioni dei progetti sostengo sempre che, paradossalmente, è nelle megalopoli moderne che uno è costretto a ritirarsi in disparte, a fare gli Hikikomori, sono città anti-comunicative, trasmettono suggestioni e comandi non discussioni interessanti cui vorremmo partecipare. La modernità non sollecita comunicazioni inter-personali, anche il linguaggio sta perdendo questo caratteristico sentimento che fa comunicare: roba da ‘big data’, distanti anni luce dall’empatia che anima il sentirsi a casa, fra amici di cui ci fidiamo, il sentimento che le città producevano e che possono tornare a produrre. Il nostro linguaggio italiano emerge dantesco e francescano, la divina commedia scritta ‘in dialetto toscano’ — in quello che Dante chiama il ‘parlar materno’ — fa conoscere un linguaggio morale, fa comprendere cosa è bene fare e cosa è male fare: fondamentale per sopravvivere, più di quello disciplinare. Chi scrivesse – costruisse – una commedia architettonica morale, in un architettonico parlar materno, cosa metterebbe all’inferno e cosa in paradiso (magari in purgatorio)? Dove metterebbe il centro storico e dove le periferie moderne?
Se gli italiani si distinguono dagli anglo-americani per il loro ‘capitale sociale’, come sostiene l’americano R. Putnam — che scrive anche un libro sulle regioni italiane – dov’è che l’architettura civica educa a costruire capitale sociale? Dove produce quella educazione alla solidarietà che anche il corona-virus ha avuto modo di mostrare? Le moderne periferie sono accampamenti di lottizzazioni e condomini, supermercati e capannoni, macchine e parcheggi, tutti recintati che assediano le città. Una colonizzazione che abbassa il capitale sociale e insegna a competere, a perseguire un mercantile egoismo finanziario. Oltre che sprecare terreno, che potrebbe essere coltivato, le moderne disperse periferie impongono macchine e parcheggi, mentre l’antico compatto centro civico può essere pedonale. Cosa faremo per ricomporre le moderne periferie? Le emergenze climatiche insegnano a riconoscere quanto quella colonizzazione termo-industriale abbia nascosto i costi spaventosi dei suoi immediati benefici. Costi cui ora dovremo far fronte, anche se oggi molti si illudono di poter adattare a tali emergenze climatiche la nostra improvvida forma di vita, ma sanno che non sarà così. Farebbe molto meglio, un paese che ha resistito coi suoi artigiani alla sciagurata distruzione del lavoro umano con quelle militari meccanizzazioni della produzione industriale, a riprendere la sua immaginazione manuale, il suo evidente artistico ingegno, riportando nella vita quello che i musei raccolgono, per toglierle al presente, opere che sono invece molto attuali, per progettare il futuro e non per ricordare un passato remoto. Non bisogna mai confondere la furbizia con l’intelligenza.
Questi giorni dovrebbero far riflettere, per discutere il futuro delle nostre città, di questa città. Le città sono plastiche, non granitiche ma neanche liquide, non possono cambiare improvvisamente, e i cambiamenti dovrebbero essere preceduti da discussioni per comprendere e consentire da cittadini, consapevoli che tra loro molti inurbati faranno di tutto per continuare a guadagnare modernizzando, promettendo e promettendo meravigliose transumanistiche tecnologie. Abbiamo già dato! Un altro mondo si può certamente fare, basterebbe semplicemente la concordia di un gruppo di persone consapevoli e responsabili che farebbero insieme questo progetto, anche senza chiedere soldi a nessuno. Come in ogni città, anche a Bassano vengono male investiti tanti denari, che potrebbero essere usati in modo molto più sicuro e controllato, per costruire condizioni di vita molto migliori. Manca soltanto la buona volontà, che non è poco.
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