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Lorna Geremia

Lorna Geremia
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Cinema

Il Diavolo veste Prada 2: il ceruleo sbiadito del sequel

Tra algoritmi, intelligenza artificiale e click-baiting: vent'anni dopo, il mito di Miranda Priestly rinasce come il film più politico (e triste) dell'anno

Pubblicato il 06 mag 2026
Visto 2.915 volte

Recensione
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"Tutti vogliono questa vita, tutti vogliono essere noi."
Era la sentenza pronunciata da Miranda Priestly alla giovane assistente Andrea Sachs ne Il Diavolo veste Prada, con quella glaciale supponenza di chi considera un privilegio assoluto lavorare nell’élite fashion dell’editoria. Vent’anni dopo, con Il Diavolo veste Prada 2, la domanda sorge spontanea: ne siamo davvero così sicuri?
Nel 2006 il film di David Frankel segnò un’intera generazione di Millennial. Tutti abbiamo fantasticato di fare carriera nel giornalismo come Andy Sachs (Anne Hathaway), di esercitare il potere algido di Miranda (Meryl Streep) o di possedere il guardaroba inarrivabile di Emily (Emily Blunt).

Il trailer del film.

Ma cosa resta oggi di quel sogno? Che fine ha fatto la giovane Andy che attraversava New York di corsa, su costose Manolo Blahnik, per soddisfare ogni capriccio della sua direttrice?
La risposta del sequel è chiara: i personaggi sono cambiati poco, mentre il mondo attorno a loro è irriconoscibile. Il vero diavolo non è più Miranda, bensì la crisi dell’editoria, tra licenziamenti improvvisi e gerarchie ribaltate. Se un tempo era lei a decretare il destino dei brand emergenti, oggi sono investitori e sponsor a imporre le regole del gioco.
I magazine sono diventati digitali, l’intelligenza artificiale incombe, e il mito di Runway si incrina. Anche il film, purtroppo, fatica a reggere il confronto con l’originale. I personaggi appaiono sospesi nel tempo: Andy ha conquistato sicurezza e carriera, ma basta rientrare nel vecchio ufficio per cercare ancora l’approvazione di Miranda, come una stagista al primo giorno.
Nigel (Stanley Tucci) resta il fedele cerimoniere del glamour, dispensando abiti come passaporti per mondi esclusivi.
L’unica vera evoluzione è Emily, sorprendente per ironia, nonché portavoce di una riflessione finale dal tono apertamente femminista: “Non ti serve un uomo, non hai bisogno di nessuno per dimostrare chi sei”.
E il celebre maglioncino color ceruleo? Torna in un cameo, insieme a presenze come Lady Gaga e Donatella Versace. Ma la nostalgia, da sola, non basta a restituire la magia di vent’anni fa.

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