Alessandro Tich
Direttore responsabile
Bassanonet.it
Pubblicato il 27-03-2020 23:03
in Il "Tich" nervoso | Visto 1.980 volte

A world of shit

Pensieri e parole in questo momento che ci vede tutti avvolti e bloccati col nastro isolante

A world of shit

Foto Alessandro Tich

“I’m in a world of shit. Yes. But I am alive. And I am not afraid.”
Traduzione: “Sono in un mondo di merda. Sì. Ma sono vivo. E non ho paura.”
È la celebre frase conclusiva di “Full Metal Jacket”, messa in bocca da Stanley Kubrick al protagonista, Joker, mentre la truppa di soldati americani avanza tra le rovine in fiamme della città vietnamita di Huế cantando la Marcia di Topolino, in quello che a mio personale parere è uno dei finali più indimenticabili della storia del cinema. Quello che dice il soldato Joker prima che il film proietti i titoli di coda mi torna spesso in mente in queste settimane che ci vedono tutti avvolti e bloccati col nastro isolante. Perché anche noi siamo in guerra, come continuano a ripeterci sui media dalla mattina alla sera, e perché veramente in questo momento, per il motivo noto a tutti, stiamo vivendo in un mondo di merda. Nella merda fino al collo, come si suole dire. E per quanto da questo mare di merda che arriva fino al collo riesca ancora ad emergere la testa, se non hai una mascherina da mettere sul viso, quando ad esempio riesci ad uscire di casa per andare a fare la spesa, rischi anche di perdere la faccia.
La pandemia in atto non sta solo stravolgendo il corso degli eventi, qui da noi come nel resto del mondo. Chiusi in gabbia come siamo, la paura del virus ci ha stravolto anche i connotati, siamo quello che non siamo mai stati. Esseri di istinto, nella fattispecie l’istinto di sopravvivenza, che prevale sulla ragione. Per quanto sconvolgente sia, è una cosa normale: accadeva anche nei tempi della guerra combattuta con le armi.

La depressione collettiva, alimentata da questo Vietnam contro il nemico invisibile, è sempre dietro l’angolo. Solo oggi, il sentimento di sconforto generale è stato confermato da due autorevoli interventi. “Stiamo vivendo una pagina triste della nostra storia”, ha affermato il presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel suo nuovo discorso alla nazione.
“Mi auguro che tutti comprendano appieno, prima che sia troppo tardi, la gravità della minaccia per l’Europa”, ha rimarcato il Capo dello Stato richiamando i governi europei al “comune interesse” nella solidarietà.
“Siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta furiosa”, ha detto Papa Francesco prima di impartire in mondovisione la benedizione Urbi et Orbi, pregando per la fine della pandemia, in una spettrale Piazza San Pietro deserta e investita da una pioggia battente.
Quella di oggi, in Italia, è stata anche la giornata con più vittime dall’inizio dell’emergenza: 969. Ovvero, se preferite, quasi 1000. Totale ad oggi delle persone contagiate in Italia dall’inizio dell’emergenza: 86.498, di cui 66.414 attualmente positive al virus. Totale delle persone decedute: 9.134. C’è anche un totale, ad oggi, di 10.950 persone guarite: ma questo è un dato che non fa notizia. Quasi quasi vado su Spotify e mi scarico un vecchissimo ma sempre attuale successo della Rettore: Dammi una lametta che mi taglio le vene.

E allora, per uscire da questo incubo, non mi resta che sognare.
Sogno, e aspetto ardentemente, il momento in cui finalmente non riceverò più a cadenza quotidiana sul telefonino le notifiche dei bollettini del Dipartimento nazionale della Protezione Civile con il numero ufficiale dei casi positivi al Covid-19 (virus Sars-CoV-2) in tutta Italia, dei ricoverati in Terapia Intensiva, dei soggetti positivi sottoposti a isolamento domiciliare, dei deceduti e dei guariti.
Sogno il giorno in cui, ancora con prudenza, sarò finalmente libero di uscire di casa a fare quel cacchio che la vita mi dice di fare senza guardarmi con reciproco sospetto e con distanziata diffidenza con i miei simili, potenziali asintomatici della malora, restaurando la supremazia della ragione sull’istinto.
Sogno l’ora X in cui i palinsesti delle Tv nazionali non saranno più occupati, dal primo mattino fino a notte fonda, dal martellamento pneumatico non-stop di notiziari, speciali e approfondimenti esclusivamente dedicati al virus.
Sogno anche e soprattutto l’attimo fuggente in cui non vedrò più tutti i santi giorni alla televisione, in diretta, in differita, in registrata, o nei resoconti dei Tg locali, il governatore del Veneto Luca Zaia impegnato a fare l’uomo forte anti Covid, attorniato da una selva di microfoni allestiti sul tavolo della sala stampa della Protezione Civile del Veneto di via Paolucci a Marghera.
Quello sarà il momento non solo della liberazione, ma anche della verità. Il momento in cui non avremo più alibi, dovremo resettare tutto e affrontare la vera crisi che si prospetta a medio e lungo termine nel nostro Paese: quella economica.

Come giornalista, infine, sto vivendo e raccontando questa emergenza con estremo disagio. Non è facile occuparsi di un fenomeno mai visto prima, di cui non riesci ad inquadrare le dimensioni e che - come tutti quanti, indistintamente - coinvolge anche te stesso.
Ho sin dall’inizio contestato l’estremo sensazionalismo con cui i media nazionali e anche locali ci hanno bombardato, e ci stanno bombardando tuttora, sull’andamento dell’epidemia sul patrio suolo. Una cosa è informare, un’altra è essere fonti di generazione di psicosi.
Ancora alcune settimane fa avevo pubblicato un editoriale significativamente intitolato “Basta”, ma ho dovuto arrendermi all’evidenza nel momento in cui il virus ha bussato alla porta, trovandola aperta, anche del nostro territorio. Come ben sapete se siete nostri fedeli lettori, non pubblico articoli sul Coronavirus (argomento monotematico di questo momento storico) tutti i giorni. Non me la sento. A maggior ragione in questo periodo che mi costringe al “lavoro a distanza” da casa. Dovrei continuare a dare aggiornamenti sui contagi e purtroppo anche sulle vittime, sulle emergenze localizzate a livello comunale, sulle numerose iniziative di questo o di quell’altro Comune per venire incontro alle esigenze della popolazione in costrizione domestica e delle imprese in crisi. Non farei altro che aggiungermi all’informazione mainstream che di queste cose si occupa già, e anche troppo. Notizie infinite che dopo un minuto diventano già vecchie, perché sommerse da nuovi aggiornamenti.
Non fa per me: chiedo scusa.

E allora? E allora non so che dirvi. Questa mattina, preparandomi spiritualmente e materialmente come se dovessi partire per le Crociate, sono andato a fare la spesa al supermercato e una lettrice di Bassanonet mi ha riconosciuto dietro la mia mascherina.
Mi ha chiesto se cortesemente potevo scrivere qualcosa di spiritoso, di positivo, di leggero, perché in questo momento ne sta sentendo particolarmente il bisogno.
Ringrazio la nostra lettrice per il gentile invito a rompere gli schemi, ma anche in questo caso devo dire che non me la sento. Non adesso. Per la prima volta nella ormai mia lunga carriera giornalistica non mi diverto a scrivere, anche occupandomi di argomenti seri, e non riuscirei a fingere di essere brillante. Mi adeguo al sentimento dell’attuale crisi di guerra con quarantena domestica e distanziamento sociale incorporati.
E mi aggrappo anch’io, in attesa di uscire a riveder le stelle, alle suggestioni motivazionali delle parole. C’è chi le trova in slogan come #andràtuttobene, #fermiamoloinsieme, #distantimauniti eccetera. Io le trovo invece nella frase del soldato Joker citata all’inizio di questo editoriale. Ebbene sì: sono in un mondo di merda, ma sono vivo e non ho paura. Peccato solo che non posso scriverlo sul nuovo modulo per l’autocertificazione.

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