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Laura Vicenzi
Giornalista
Bassanonet.it
I sogni folli della ragione
A conclusione del nostro Special Report dal Festivaletteratura di Mantova, in microgrammi il dialogo tra Benjamín Labatut e Chiara Valerio
Pubblicato il 14 set 2021
Visto 4.964 volte
A conclusione del nostro Special Report dal Festivaletteratura di Mantova, manifestazione che quest’anno ha celebrato la sua XXV edizione, un accenno a un incontro che ha dato un importante contributo al gran ritorno della letteratura straniera al festival.
In un mosaico di voci che ha rispecchiato la complessità del presente, una tessera da protagonista l’ha rappresentata uno degli autori che in poco tempo ha saputo imporsi all’attenzione dei lettori di tutto il mondo con i suoi libri: Benjamín Labatut.
Intervistato da Chiara Valerio in Piazza Castello, in un sorta di complicità litigarella di quelle che sanno mettere in scena con sapienza gli scienziati (sono entrambi innamorati delle discipline scientifiche e in particolare della matematica), Labatut ha parlato dei temi contenuti nel suo nuovo libro, pubblicato nell’edizione italiana da Microgrammi 13, che porta il titolo: La pietra della follia.
Benjamin Labatut in dialogo con Chiara Valerio al Festivaletteratura
Conosciuto e subito salito alla ribalta delle classifiche per la raccolta di racconti uscita in italiano per Adelphi a inizio 2021 (Quando abbiamo smesso di capire il mondo) Labatut in collegamento dal Cile (è nato a Rotterdam e ha vissuto all'Aia, a Buenos Aires e ora abita a Santiago) ha messo a fuoco l’immagine allucinata che restituisce all’osservatore il mondo odierno, una sorta di realtà-incubo che sia la letteratura che la matematica provano a indagare con le loro regole destinate a essere infrante e leggi a raggiera che tendono all’eterno.
Nel libro si parla dell’opera visionaria dello scrittore di fantascienza Lovecraft e della chiamata alle armi del matematico David Hilbert: possiamo conoscere e conosceremo. Entrambe capaci di restituire un racconto diverso del mondo di cui abbiamo esperienza, di avanzare sfide e di varcare i limiti a cui siamo ancorati — i vecchi spazio e tempo compresi — la letteratura quasi una “sorella matta” della scienza, le due discipline producono scenari futuribili e interpretano due aspetti della capacità di umana comprensione che a volte a sorpresa non collidono.
Labatut si interroga, guardando con interesse a come lo fece nel 1926 Lovecraft, su un antichissimo e insieme attualissimo pericolo che corre l’umanità, cioè quello di varcare limiti senza ritorno, di affacciarsi a guardare in faccia l’orrore, la follia appunto con tutti i suoi tentacoli che colpiscono ciechi fuori controllo. Il suo sguardo è teso all’incognita dell’oltre la soglia, e conclude che il prezzo da pagare per la conoscenza è la perdita della nostra capacità di comprensione, un reset da resa.
Concetti non semplici e non felici, diluiti per il pubblico con la consueta simpatia dalla Valerio e dal bell’aspetto inquieto dello scrittore.
L’invito finale al termine dell'incontro è stato a una lettura attenta dei racconti di Labatut recentemente tradotti abilmente da Lisa Topi.
Un gran sollievo ascoltarlo parlare, avvertire che da qualche parte c’è un scrittore-scienziato che si arrovella sui punti deboli nella logica dell'Universo, e che ha anche paura davvero di ciò a cui il pensiero e il conoscere possono arrivare, sarà anche folle ma rende felici.
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