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Sua Altezza
“L’avanguardia verticale”. In attesa della mostra di Giovanni Segantini al Museo Civico: ad Operaestate Luca Scarlini, col chitarrista Alberto Mesirca, ha raccontato il sorprendente rapporto tra la montagna e le avanguardie artistiche del ‘900
Pubblicato il 02 ago 2025
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Sua Altezza la montagna in tutti i suoi versanti, che non siano l’alpinismo sportivo e il turismo di massa dei tempi attuali: rifugio artistico, ritrovo spirituale, universo mitologico, scoperta etnografica, avventura mistica, sanatorio del corpo e dell’anima.
Sono le tante e diverse montagne che hanno ispirato, ed ospitato, le ruggenti avanguardie artistiche del primo Novecento.
Il racconto di una new age generatasi tra valli e boschi e di un multiforme modernismo ad alta quota che è stato il filo conduttore di “L’avanguardia verticale: La montagna trasforma l’arte tra ‘800 e ‘900”, la seconda produzione commissionata da Operaestate Festival a Luca Scarlini, in occasione e in attesa della prossima grande mostra al Museo Civico di Bassano su Giovanni Segantini.
Luca Scarlini col chitarrista Alberto Mesirca - foto @operaestate
Sul palco del CSC San Bonaventura, dove il pubblico è stato trasferito all’ultimo minuto dal Chiostro del Museo Civico causa l’incipiente pioggia, Scarlini - un aficionado di Operaestate - ha dato l’ennesima prova della sua arte oratoria, affiancato dalla chitarra classica del maestro Alberto Mesirca.
Ne è scaturita un’originale storia di immagini raccontate per parole e intervallate dalla musica, collegata al racconto ed eseguita dal chitarrista ma anche, in qualche passaggio, cantata dallo stesso narratore.
Luca Scarlini - scrittore, drammaturgo, storyteller e voce radiofonica - è un narratore nel vero senso della parola, da prima ancora che il termine “narrazione” (e il suo corrispettivo inglese storytelling) diventasse in questi ultimi anni un abuso linguistico in diversi campi della comunicazione come la formazione, la divulgazione scientifica, la pubblicità aziendale, la promozione turistica o persino il cosiddetto storytelling politico.
Con lui la narrazione ritorna al significato originario di racconto letterario, espresso nel suo caso nella modalità del monologo teatrale.
E il monologo, questa volta, si è concentrato e ha allargato gli orizzonti sulla montagna come fonte di ispirazione per gli artisti che cercavano non solo nuovi modi di rappresentare il reale, ma anche nuove dimensioni in cui vivere la stessa realtà.
In questo viaggio alla scoperta degli avanguardismi montani Giovanni Segantini, il caposcuola del Divisionismo di fine Ottocento e il pittore della montagna per antonomasia, non c’è.
Diciamo che la sua presenza è “immanente”, e cioè insita nel discorso ma non esplicitata.
Anche perché al grande artista trentino Scarlini ha già dedicato la sua prima narrazione in attesa e in preparazione alla mostra al Museo Civico, “La luce delle vette: Giovanni Segantini e la montagna”, rappresentata assieme alla cantante Beppa Casarin domenica 27 luglio alla Pieve di San Martino di Campese.
“L’avanguardia verticale”, per usare un termine in voga nel gergo cinematografico e televisivo, è il sequel della storia.
Personaggi ed interpreti: famosi artisti e intellettuali del primo Novecento e non solo che in montagna hanno esplorato un nuovo presente e hanno voluto scalare il futuro.
Quello condotto da Luca Scarlini è stato un viaggio ideale dalle Alpi (e non dagli Appennini) alle Ande, con un salto dalla parte opposta del mondo fino al Tibet.
Dalle vette europee portatrici di nuovi orizzonti, ma anche di rinascita dalla Grande Guerra, e dalle montagne delle leggende degli indios fino a quelle del Paese asiatico mitizzato in Occidente perché all’epoca “proibito”.
L’incipit del suo racconto ha spalancato la conoscenza sull’incredibile esperienza del Monte Verità in Canton Ticino, un angolo di Svizzera dove, attorniata da montanari sospettosi, ai primi del ‘900 si è formata una comunità di artisti residenti, ma anche di scrittori e danzatori e psicanalisti e quant’altro, inebriati dalla libertà dei comportamenti anticonvenzionali e attraversati da fremiti mistici di ogni tipo, attratti da un luogo fuori dal mondo in cui si potevano sperimentare stili di vita alternativi, basati su “nuovi ritmi non metropolitani”.
È stata la prima avanguardia montana del ventesimo secolo, con presenze di tutto rilievo come quelle di Hermann Hesse, Hans Arp (tra i fondatori del Dadaismo), Isadora Duncan e tanti altri ancora.
Da allora, per molti artisti la montagna diventò la “camera di decompressione” dalle tensioni della vita cittadina - o come potremmo dire con lo storico slogan del Cynar, “contro il logorio della vita moderna” -, trasformandosi nella nuova frontiera della creatività senza frontiere.
Come è accaduto ai dadaisti di Max Ernst & C., che da Zurigo si rifugiarono in un paesino tra i monti del Tirolo.
Ma anche luogo di soggiorno climatico che diventa fonte di ispirazione scientifica e letteraria: dall’osservazione dei comportamenti “tribali” dei montanari autoctoni durante una vacanza con la famiglia sull’altopiano bolzanese del Renon, Sigmund Freud colse i primi spunti per il suo libro fondamentale “Totem e tabù”.
Accompagnando invece la moglie, sofferente di una malattia polmonare, in un soggiorno di cura in un sanatorio tra i monti della Svizzera, Thomas Mann ebbe la folgorazione per scrivere il suo celebrato romanzo “La montagna incantata”.
Montagna come luogo, sia reale che simbolico, “di ogni possibile mistero e meraviglia”.
Queste ed altre storie hanno costellato la narrazione di Luca Scarlini, in un racconto che ha unito la montagna concreta alla montagna mitizzata.
Dalle invenzioni folgoranti del poeta e scrittore René Daumal nelle sue avventure metafisiche alla volta del misterioso e inesistente Monte Analogo, la cui vetta è più alta di tutte le vette, alle rivelazioni sconcertanti elaborate da René Guenon nel suo saggio classico “Il re del mondo”, incentrato sulla figura del sovrano di un regno sotterraneo nelle viscere delle montagne dell’Asia centrale, che ha ispirato anche una canzone di Franco Battiato.
Fino ad arrivare agli arditi apripista della scoperta del misterioso Tibet come il filologo ungherese Sándor Csoma de Kőrös, l’esploratore austriaco Heinrich Harrer (che ha ispirato il film “Sette anni in Tibet”) o il pittore italiano Lorenzo Alessandri, che fu a lungo nel Paese asiatico traendone le suggestioni per le sue opere visionarie.
Esperienze diversissime tra loro che hanno ribadito il nesso tra i luoghi dell’altezza e l’avanguardia, ma anche con i cercatori di nuove prospettive, con risultati sorprendenti e imprevedibili.
Tutte storie che hanno fatto anche da introduzione e da contrappunto ai brani musicali eseguiti con cristallina bravura da Alberto Mesirca in un repertorio che ha spaziato - solo per citarne alcuni - da Bepi De Marzi a Violeta Parra e da Franco Battiato a Franz Schubert. Fino all’omaggio supremo alle montagne della Spagna rievocato nelle note eterne di Asturias di Isaac Albéniz, uno dei pezzi più celebri di virtuosismo per chitarra classica.
Luca Scarlini ha suddiviso per tipologia le “varie montagne” che hanno trasformato l’arte e ne ha tratteggiato ambienti e personaggi in narrazioni separate, intervallate dalle musiche, ma restituendo al pubblico un armonico quadro d’insieme.
In un certo senso quindi, e in onore di Giovanni Segantini, posso dire che il suo è stato un monologo divisionista.
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