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Laura Vicenzi
Giornalista
Bassanonet.it
Modalità lettura 4 - n.12
Numero 12 e fine anno per la nostra rubrica con Diario estremo, di Giulio Casale, presentato alla Libreria Palazzo Roberti
Pubblicato il 14 dic 2025
Visto 4.690 volte
La nostra rubrica dedicata alla lettura torna in questo ultimo numero del 2025 a occuparsi strettamente di libri, ammesso che Diario estremo (people edizioni, 2025, 192 pagine, 18 euro), il nuovo lavoro letterario di Giulio Casale, appartenga “strettamente” a questa categoria.
Di fatto, si tratta di un ritorno alla pubblicazione per Casale, detto “Estremo” — tra le altre cose autore e cantante del gruppo Estra, band di rilevo nata a Treviso nel 1991 (del 2024 il loro nuovo disco shorturl.at/v72qD).
Circa dieci anni di distanza dall’ultimo volume, comparso in libreria, ovvero la raccolta di poesie Sullo zero (Tagete Edizioni, 2014), che ha seguito i racconti di Intanto corro (Garzanti, 2008) e due saggi di critica musicale dedicati a Giorgio Gaber e a Jeff Buckley.
il nuovo libro di Giulio Casale, Diario estremo
Il libro, pubblicato nella collana “Immaginazioni” della casa editrice — “causa” editrice, la definiscono i responsabili, e agenzia di comunicazione fondata da Giuseppe/Pippo Civati — è stato presentato di recente dallo stesso autore in un dialogo con Francesco Nicolli alla Libreria Palazzo Roberti.
Partire dalla copertina è quasi d'obbligo: una bottiglia di vino, un bicchiere e un pacchetto di sigarette in primo piano, vi compare Casale, nudo, in piedi dietro a un tavolino nero; chino e biondo lavora a penna su un quaderno fitto di appunti. Un uomo intento a un corpo a corpo con la scrittura. Una bella immagine resa pittorica dall’autore, Diego Landi, abile fotografo di Marghera.
Ne compaiono altre simili, a chiudere la prima parte del libro, prima dell’annuncio della seconda — seconda a una prima, sì, “ma ci prova fino all’ultimo”, scrive con un’evidente simpatia per i numeri zero e due l’autore. Segue, prima di “Bonus track”, la postfazione di Carlo Massarini.
Nella forma e negli effetti, il tipo di scrittura “diaristica” che contiene il libro non ha niente della pagina quotidiana vergata in fretta per lasciare traccia del proprio presente, che per quanto lo si richiami in vita è già passato: vi si leggono sforzo e fatica, quelli sì, probabilmente, quotidiani, per filtrare pensieri in parole da un odierno che è comune, ma che pensare-dire così, non è affatto comune.
Si scrive un diario perché qualcuno lo legga, è ricordato tra le pagine, già nella Pre Messa che contiene il resoconto di un episodio avvenuto in un mini autogrill veronese che mette in scena la desolazione che governa l’incontro con un’umanità usurpante, che si rivela naturalmente feroce e bestiale — mai animalesca.
Difficile operare qualche sintesi dei testi senza mettere in atto meccanismi di mimesi, o tentativi di esegesi, che in questo caso più che costituire un omaggio, anche solo con uno spostamento di virgole o di accenti porterebbero inevitabilmente da qualche altra parte, tanta è l’opera di scavo, di scarnificazione compiuta dal loro autore.
Niente di “pesante”, vi sono leggerezza e ironia in tanti passaggi, solo un materiale “denso”, un distillato dell’inquietudine della condizione umana partecipe a se stessa che sarebbe poco opportuno annacquare.
Uomini, uomini-lupo, un'unica terra su cui vivere e da calpestare e piante, tante: il verde fa la sua apparizione in più brani, a fare da contrappunto al formicolare umano con la sua quieta, vegetale sapienza di adattamento, o a rappresentare la sopraffazione più cieca, vedasi un’esistenza da bambù.
Tornando all’uomo messo a nudo, che è già una dichiarazione di autenticità insieme a una dichiarazione d’intenti, sono tante le citazioni e i livelli di lettura che emergono nello scorrere dei testi. Un “flusso di pensieri e visioni che prende la forma di un viaggio nella lingua”, ne è stato scritto, dove si trova delineato con ammirazione, gratitudine e affetto anche un Pantheon personale, fatto di riferimenti a fatti noti e a persone note “attraversati” con estrema attenzione.
L’attualità emerge con i suoi spettri, forse il maggiore l’inciviltà, guardati fissi negli occhi e descritti senza remore. Ma ci sono anche gli autoritratti, in fotografie come già detto e in parole: la loro presenza nasce spontanea in un diario, ma qui è stata concepita in modo da togliere di mezzo un "io" così necessario da essere avvertito come qualcuno di troppo: essenziale, sentirsi moltitudine.
Gli autoritratti sono porti in funzione di specchio per il lettore, se gli va. Struggente, quello per interposta persona dedicato alla madre, e interessante il cenno a certe discriminazioni subite per l’aspetto, in un uomo oggettivamente sempre stato bello.
Accanto a una messa a servizio, che si concretizza nel lavorio certosino sul linguaggio, con gli aspetti della musicalità e uso di maiuscole e maiuscole compresi, resa esplicita, quasi cantata, in questo diario “estremo” vi è una richiesta di riconoscimento, o di apertura e di ascolto per lo meno. Fraterna ma per nulla finto-famigliare, quindi affatto ricattatoria: sentirsi alieni a questi anni venti, con la loro messe infestante che vi ha somigliato e vi somiglierà prima e dopo, nell'andare andate e ritorni del tempo, “è un’utopia possibile, persino necessaria". Recita così la quarta di copertina. Previo “l’ardire estremo di dire” che la gramigna, con le nostre assenze, nei momenti di candida idiozia, siamo anche noi.
Però, o meglio per ciò:
«Siamo in tempo, c’è tempo se di tempo te ne resta, se resti integro tu…
Il fallo da ultimo era accettare, accettarsi
Senza nemmeno più accertarsi di poterne
O di volerne ancora
(non esiste alcuna buona ragione per credere agli uomini.
E allora?)».
Dirimpettaio forse, in prospettive tese, di E io, che ho le rose fiorite anche d’inverno?, bellissimo libro di Aldo Busi, o di «… alla fine bisogna avere il coraggio di parlare delle rose», di Vitaliano Trevisan, e di tante altre rose mimanti chi sa che altro cantate dagli uomini da sempre che non siano solo rosse, e solo per te.
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