Elvio RotondoElvio Rotondo
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Geopolitica

La Siria del post Assad tenta di recuperare terreno in ambito internazionale

Un importante traguardo è stato raggiunto a novembre, quando al-Sharaa è diventato il primo presidente siriano a visitare la Casa Bianca

Pubblicato il 15-12-2025
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Il mese di dicembre 2025 segna un anno dalla fuga di Bashar al-Assad, presidente della Siria dal 2000, e dall'offensiva ribelle che ha portato alla conquista della capitale, Damasco. Un evento che ha posto fine alla guerra civile siriana durata 13 anni, sebbene la transizione politica resti controversa e permangano alcuni episodi di violenza. Da quando ha preso il potere, il nuovo governo siriano ha investito un'enorme quantità di tempo e risorse per ottenere il riconoscimento internazionale. L’attuale leader siriano si trova ad affrontare numerose sfide come lo scontento dei gruppi jihadisti, un tempo alleati.
Ahmed al-Sharaa, leader di una delle principali forze ribelli, Hay'at Tahrir al-Sham, è stato dichiarato presidente di transizione della Siria nel gennaio 2025; una dichiarazione costituzionale provvisoria è entrata in vigore nel marzo successivo.

In questa foto diffusa dall'ufficio stampa della presidenza siriana, il presidente Donald Trump, a sinistra, stringe la mano al presidente siriano Ahmad al-Sharaa alla Casa Bianca.

Nel novembre scorso, una delegazione del Fondo Monetario Internazionale, in visita nel Paese ha rilevato segnali di “ripresa e miglioramento delle prospettive”.
Secondo alcuni analisti le aperture del leader siriano, Ahmed Hussein al-Sharaa, verso l'Occidente hanno avuto un successo straordinario.
Dopo due settimane dalla sua presa del potere in Siria (29 gennaio 2025), al-Sharaa ha ricevuto una delegazione di alti diplomatici americani. In seguito, Washington ha revocato la taglia di 10 milioni di dollari, precedentemente posta sul suo arresto.
Da allora, le sanzioni imposte alla Siria durante il regime di Assad sono state costantemente ridotte. La più drastica, il Caesar Act, è stata sospesa e potrebbe essere abrogata dal Congresso degli Stati Uniti nel nuovo anno.
Un traguardo significativo è stato raggiunto lo scorso novembre, quando al-Sharaa è diventato il primo presidente siriano a visitare la Casa Bianca, segnando una svolta nelle relazioni tra i due paesi dopo decenni di alti e bassi, dando prova di un sorprendente esempio di realpolitik e pragmatismo.

L’Arabia Saudita e i governi occidentali considerano al-Sharaa la migliore — se non l’unica — opzione per stabilizzare un Paese collocato in una regione strategica del Medio Oriente.
Il suo governo non controlla l'intero Paese. Nell'ultimo anno non è riuscito a persuadere, né a costringere, i curdi nel nord-est e i drusi nel sud ad accettare l'autorità di Damasco, mentre sulla costa, la comunità alawita è nervosa e irrequieta.
(Gli alawiti sono una setta che ha origine nell'Islam sciita, con il loro cuore pulsante sulla costa mediterranea della Siria. Gli Assad sono alawiti.)
Da parte USA, il capo del Comando Centrale delle forze armate statunitensi (CENTCOM), Brad Cooper, ha dichiarato il 10 dicembre scorso che gli Stati Uniti stanno collaborando con le forze siriane per condurre operazioni contro l'ISIS, sottolineando la collaborazione tra Washington e Damasco.

Intervenendo in videoconferenza a un evento del Middle East Institute, Cooper ha affermato che le forze armate statunitensi stanno lavorando per "promuovere la cooperazione" con le autorità siriane.
L'ISIS ha controllato vaste aree in Siria e Iraq tra il 2014 e il 2019. Nonostante la sconfitta territoriale del gruppo, funzionari statunitensi affermano che le sue cellule residue continuano a rappresentare una minaccia per la regione.

Per la Russia, la Siria resta un paese di importanza strategica, sia per il mantenimento dell’influenza regionale sia per la salvaguardia delle rotte militari verso l’Africa.
A un anno dalla caduta di Assad, Mosca cerca di mantenere la sua influenza in Siria. Il 15 ottobre scorso i leader russo e siriano si sono incontrati per la prima volta, a Mosca, anteponendo il pragmatismo alla passata inimicizia. Gran parte dell'incontro, svoltosi a porte chiuse, si sarebbe concentrato sul futuro delle basi militari russe; le parti avrebbero concordato di mantenere lo status quo, rinviando la questione a un accordo separato.

Nell’occasione, al-Sharaa, ha dichiarato di volere ristabilire le relazioni con tutti i Paesi, in particolare con la Russia e che Damasco è pronta a rinnovare tali legami per garantire indipendenza, sovranità, integrità territoriale e stabilità. Ha inoltre assicurato che la Siria "rispetterà tutti gli accordi conclusi nel corso della grande storia" delle loro relazioni bilaterali. . In cambio, il governo siriano auspica un sostegno russo per consolidare il potere interno, proteggere i confini e rilanciare un’economia in difficoltà attraverso l’accesso all’energia e agli investimenti.

Da parte russa è stata ribadita la volontà di continuare ad avere accesso al porto navale di Tartus e alla base aerea militare di Khmeimim, sulla costa mediterranea della Siria.
Nel 2017, Russia e Siria hanno firmato un accordo di 49 anni che garantisce a Mosca l'accesso alla base navale di Tartus e alla base aerea di Khmeimim fino al 2066.
Il porto di Tartus è stato costruito dall'Unione Sovietica negli anni '70 è stato a lungo il principale snodo logistico russo nel Mediterraneo, consentendo il rifornimento e la manutenzione delle navi militari.
La base aerea di Khmeimim, inaugurata nel 2015, è stata il punto di partenza per le operazioni aeree russe contro gli oppositori di Assad e contro lo Stato Islamico.

Ma all'inizio del 2025, il governo di transizione siriano ha dichiarato che le basi militari russe sarebbero state mantenute solo se in linea con gli interessi di Damasco. Successivamente, il governo siriano, ha revocato un accordo del 2019 sulla gestione della sezione civile del porto di Tartus.
Secondo Nikita Smagin, esperto di politica russa in Medio Oriente, Mosca ha accettato il ridimensionamento della propria influenza in Siria ed è pronta a convivere con una presenza più limitata e frammentata.

Per quanto riguarda l’Italia, con la fine del regime di Assad e il graduale allentamento delle sanzioni europee, Roma ha ripreso i contatti sia per sostenere un processo politico inclusivo nella definizione delle nuove istituzioni siriane, sia per riattivare percorsi di collaborazione commerciale utili al percorso di ripresa economica, rafforzando al contempo l’impegno umanitario.
Tra i primi Paesi occidentali ad avviare un dialogo con la nuova leadership siriana, l’Italia ha visto il ministro degli Esteri Antonio Tajani visitare Damasco il 10 gennaio. Il rapporto si è consolidato con la successiva visita a Roma, il 18 marzo, del ministro degli Esteri siriano Asaad al-Shaibani, fino all’incontro del 26 settembre tra la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il presidente al-Sharaa a margine dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York.


Il 18 settembre scorso, è stato inviato, a Damasco un carico umanitario della Cooperazione italiana destinato a sostenere la ripresa del settore ospedaliero siriano.
Con l’invio di materiali elettromedicali tra cui defibrillatori, ventilatori pediatrici ed ecografi, la Farnesina fornirà strumenti tecnologici avanzati per il miglioramento della capacità diagnostica e terapeutica delle strutture ospedaliere siriane. Il materiale sanitario sarà impiegato per sostenere i centri medici in condizioni di emergenza, contribuendo a garantire cure di qualità e a salvaguardare la salute delle popolazioni più vulnerabili.
L’intervento, richiesto dalle Autorità siriane, rappresenta un concreto passo verso il rafforzamento del sistema sanitario del paese e un segno tangibile dell’impegno italiano a sostegno della transizione del paese dalla fase emergenziale a quella della ricostruzione.

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