Alessandro Tich
Direttore responsabile
Bassanonet.it
Pubblicato il 16-09-2020 15:28
in Politica | Visto 550 volte

Bollini verdi

Categoria “volti nuovi verso il voto”: intervista a Gaia Bollini, candidata bassanese alle regionali con Europa Verde. “Un programma di sostenibilità fondata su tre cardini: ambiente, economia e società”

Bollini verdi

Gaia Bollini, candidata con Europa Verde

Professione: architetta. Con la “a”. Gaia Bollini la svolge con una particolare propensione per l'architettura sostenibile. La insegna anche all'Università di Udine, come docente a contratto, dove è titolare del corso di Tecnologia dell'architettura, nell'ambito del quale sta attualmente curando proprio un laboratorio di architettura sostenibile. Nell'ambito del suo lavoro, da una ventina d'anni si occupa in particolare di architettura “in terra cruda”, basata sul recupero di tale antico materiale da costruzione per i progetti di edilizia bioecologica e ad alta efficienza energetica. Gaia Bollini è uno dei due candidati bassanesi in corsa alle elezioni regionali nella lista di Europa Verde, e in quanto tale è impegnata nella campagna elettorale in “abbinata” con l'altro candidato di Europa Verde della nostra zona Renzo Masolo. In realtà lei non è bassanese di origine: tra genitori e nonni, le sue radici affondano su mezzo nord Italia.
Abita e lavora però da anni a San Giuseppe di Cassola, dove ha trovato residenza, per poi restarci, a seguito di un trasferimento per lavoro di suo padre. È anche una sportiva: pratica il nordic walking agonistico e l'anno scorso ha vinto il titolo di campionessa italiana categoria Master. E visto che adesso deve correre, perlomeno è già bene allenata.

Gaia Bollini, in questa corsa elettorale lei fa parte della categoria “volti nuovi”. Come è maturata la sua decisione?
Non sono mai stata in realtà vicinissima alla politica, in quanto non ho mai militato in alcun partito. Però ho sempre avuto un senso di “fastidio” su ciò che mi circondava. Ero alle prese con il classico dilemma tra il continuare a lamentarmi o scegliere di fare qualcosa. Inizialmente il “fare qualcosa” non riuscivo a collegarlo ad un salto politico proprio perché, quando ero arrivata qua, mi sentivo un po' un pesce fuor d'acqua. Non avevo grossi contatti e avevo un po' l'idea che o tu fin da ragazzino parti in un processo, e quindi viene poi magari il momento di fare qualcosa, se no... picche. Ero molto attiva nel mondo dell'associazionismo, perché in quello leggevo il mio fare politica e lo traducevo come la capacità che avevo di incidere sul territorio, sulla mia realtà. Poi a un certo punto sono entrata in rapporto con Renzo Masolo e con Bassano per Tutti e di seguito, vedendo il progetto di Europa Verde fatto partire da alcuni ragazzi a Vicenza, si sono sommate più circostanze: la conoscenza con le persone, che comunque fa sempre la differenza, il progetto dei Verdi a cui comunque io sono stata sempre vicina e la necessità di metterlo in pratica, perché se si voleva partire bisogna avere le persone. E allora ho detto: “ci lanciamo, proviamo a metterci la faccia con un lavoro sul territorio”.”

I Verdi hanno già una storia nel Veneto, che risale ancora a qualche decennio fa. Poi sono un po' scomparsi. Adesso riapparsi. Secondo lei perché?
Penso che dobbiamo fare un distinguo, secondo me, tra i “vecchi” Verdi veneti, ma anche della realtà nazionale, che comunque hanno avuto la loro storia, che sappiamo qual è stata e che magari anche in qualche parte può essere contestabile. E in parallelo c'è l'esigenza e la consapevolezza di una certa fascia di persone, di età anche più giovane ma non solo, che indipendentemente da quelle che potevano anche essere precedenti appartanenze politiche si sono rese conto dello stato di emergenza in cui versiamo. Questo, sommato alla consapevolezza che si sta prendendo anche in Europa, sta ridando linfa a questa nuova realtà che passerà adesso entro fine anno da Federazione dei Verdi ad Europa Verde, finalmente.

In Europa i Verdi stanno scalando le classifiche, con grandi consensi anche in Paesi importanti come la Germania. In Italia come siamo messi, in generale?
In Italia siamo messi da un lato maluccio e da un lato forse meglio di quanto pensiamo, perché purtroppo ci portiamo dietro questo pensiero per cui i Verdi sono finiti un tempo ad essere una sorta di sinistra spinta, ma soprattutto ad essere percepiti un po' alla “figli dei fiori”. Ambientalisti spinti, no all'abbattimento degli alberi, no alla caccia, no ad altre cose. Un movimento che era più legato ad esprimere un “no” rispetto a ciò che acriticamente non coincide con l'ambiente e quindi questo non li ha portati a fare politiche serie. È pur vero che ci portiamo dietro, grazie a Dio, alcuni risultati dei Verdi come la raccolta differenziata. I primi bonus e incentivi fiscali nascono da quella parte lì. C'è un retaggio che va recuperato, però effettivamente non ha avuto negli anni questo grande appeal. Dico che però siamo messi meglio di quello che pensiamo perché è quello che sto riscontrando in questi giorni. C'è una tensione da parte di tante persone verso la necessità di fare qualche cosa. Ce ne siamo accorti tardi, abbiamo alzato le orecchie tardi, secondo me perché adesso abbiamo tutti un po' paura, però ben venga se questo porta le persone a interessarsi.

Senza scendere nei dettagli, perché tra l'altro voi siete già molto attivi nel presentarli con le vostre assemblee pubbliche, in generale la vostra lista cosa propone?
La lista si pone l'obiettivo di rimettere al centro - o anzi di mettere al centro, perché è la prima volta che viene fatto - l'ambiente inteso proprio come ecosistema in cui tutti siamo collegati, per far sì che nel tutelarlo e nel limitare i danni ad oggi esistenti, ciò diventi motore per una nuova forma di economia, quindi comunque per dare posti di lavoro, ma anche per un'attenzione ai diritti e alla parte sociale, all'uguaglianza, all'inclusività e alla partecipazione delle persone. Il tutto attraverso un approccio di ascolto e di pianificazione, soprattutto di una pianificazione che ha da un lato la lungimiranza, dall'altro una risposta sull'immediato, soprattutto sulla gestione delle emergenze.

Per chi non comprende ancora appieno le vostre argomentazioni, non temete di essere bollati un po' come gli zii di Greta Thunberg?
Pazienza... Sinceramente penso di no, perché poi nel fare e nel parlare ritengo che la capacità e la competenza vengano fuori. E se dovremo passare per gli zii di Greta Thunberg, averne di nipoti così!

Lei invece personalmente che contributo intende dare? Il suo valore aggiunto qual è?
Il mio valore aggiunto penso che possa stare in anni di approccio e studio su quello che è il tema della sostenibilità. Sostenibilità che si fonda su quelli che io continuo a dire essere i tre cardini: ambiente, economia e società. Quindi la capacità di pianificare, anche del “problem solving” a livello personale, di progettare a 360 gradi. Da un lato approccio metodologico e dall'altro competenza, messi insieme in questi ambiti.

Fino adesso c'è stata l'equazione Verdi=ambientalisti. Il che può essere anche un limite, nel senso che il luogo comune è quello che non pensate ad altro. Oggi invece l'equazione qual è?
Oggi l'equazione è un sistema, se devo tradurlo da un punto di vista matematico, che rimette in gioco quello che dicevo prima. Cioè futuro=economia, futuro=società, futuro=ambiente e la graffa che mi tiene insieme questo sistema è la sostenibilità.

I recenti disastri climatici che nel mese di agosto hanno avuto una concetrazione pazzesca nel Veneto, secondo lei, non dico dal punto di vista elettorale ma almeno dal punto di vista culturale, avranno risvegliato qualche coscienza?
Io lo spero. Anche se purtroppo temo che un certo tipo di informazione che nel frattempo è passata, quella che diceva “eh, dovremo adesso abituarci a questo tipo di eventi”, non aiuta. Perché è come dire “guarda, prendi atto che da oggi in poi sarà così”. Non è pensabile, non c'è da abituarsi a questo, e mi auguro che questo abbia svegliato le coscienze. Perché il rischio è che se è questo il modo in cui ci si pone, sarà da così a peggio. Quindi non impariamo ad abituarci a questo, attenzione! In parallelo penso che quello che è successo ad esempio ad Arzignano e a Trissino - quindi quando non ho solo degli edifici abitativi che vengono scoperchiati, ma ho dei capannoni e cioè degli ambienti di lavoro, con le produzioni che vengono fermate perché è danneggiata la struttura -, non fosse altro che per comprensibile interesse personale, aiuti a svegliare le coscienze. In questo momento ciò che sta accadendo penso che possa svegliare questa consapevolezza toccando più corde.

In questo Veneto che è una Regione estremamente urbanizzata, cementificata, infrastrutturata nonostante tutti i problemi, e consumata nel suolo, cosa resta?
Bella domanda, che cosa resta... Ieri sera venivo giù da Gallio, dove c'è stato un confronto, e a un certo punto mi sono fermata a fare la classica fotografia dall'alto che poteva avere anche un che di romantico, con tutte queste luci sulla pianura che in realtà sono drammatiche perché sono proprio la prova tangibile, se ce ne fosse ancora bisogno, di quella che è stata codificata come la “città diffusa”. Allora: il territorio ce lo siamo rovinato, ce lo siamo svenduto. Di ciò che resta non riusciamo a vederne le potenzialità, perché comunque richiedono degli investimenti. Però qualcosa è rimasto. Nel senso che ad esempio l'Altipiano è veramente un elemento fondamentale su cui investire dal punto di vista socio-economico e quindi inevitabilmente anche ambientale. Lo stesso si può dire per la Pedemontana, intesa come territorio e non come superstrada. Bisogna rimboccarsi le maniche per difendere con le unghie e coi denti quello che del territorio è rimasto.

Un proposito invece per il territorio specificamente bassanese, al di là dei temi (area scuola Mazzini, Campus Santa Croce, mobilità) che state già presentando?
Bassano secondo me ha la fortuna di bella e caratterizzante di suo. Come dire: nasce già fortunata. Si tratterebbe di cominciare a ragionare intanto di pedonalizzazione del centro, che significa regalare un salotto a cielo aperto al territorio. Ovviamente anche con tutte le ricadute ambientali. Questo, secondo me, è sempre interessante: nel momento in cui io cerco di ridare vitalità a qualche cosa, secondo logiche che sono diverse da quelle che sono state portate avanti fino adesso, tocco positivamente l'ambiente. Ho le rive del Brenta. Metterle a posto e in sicurezza dal punto di vista della gestione del fiume, con un collegamento ciclopedonale che veramente mi finisce a collegare con un unico tracciato quello che ad oggi ho e lo porto fino a Padova, sarebbe fantastico. Cioè avrei un'attrattività che veramente genera un'ulteriore ricchezza sul territorio e mi dà una vivibilità molto alta. Bisogna parlare anche di trasporto pubblico: non è pensabile che da Cassola a Bassano io ci debba per forza venire in macchina, o - mettendo buona volontà - anche in bicicletta e non abbia dei trasporti agevoli. E soprattutto ripensare il tutto e dire “ok, Bassano è il gioiello del territorio, ma Bassano può essere il centro di un territorio”. Cioè devo cominciare ad andare a ragionare fuori da quelli che sono i confini amministrativi, se voglio dare potenzialità ai territori e poi ovviamente ricadute ambientali, per come li vado a gestire.

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