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Martedì scorso - all'ultimo saluto a Federico Bonaldi, organizzato dalla famiglia sulle colline di Sant'Eusebio per gli amici e i conoscenti più intimi - c'erano tutti, meno che lui. Ma lui - e noi ancora non lo sapevamo - si stava spegnendo: l'ultimo fuoco di un altro grande spirito che ha illuminato la strada, nel segno incessante dell'innovazione e di una geniale sperimentazione, della ceramica d'arte.
Pompeo Pianezzola, a 87 anni, ci ha lasciato. Il gioco del destino ha voluto che morisse solo pochi giorni dopo il suo amico e collega Federico: due giganti di una straordinaria generazione di artisti che tra Nove e Bassano ha segnato la seconda metà del '900, indicando la nuova via senza ritorno della ricerca ceramica contemporanea.
E ancora un volta, in questo caldo e insolitamente triste agosto, vengo raggiunto dalla notizia della scomparsa di una persona che conoscevo bene, fin da bambino: Pompeo era infatti un caro amico di mio padre, che fu il fotografo per tanti anni delle sue opere e ormai mancato anche lui, e la sua bella casa-laboratorio di via Molini a Nove era sempre stata per me, allora ragazzino, un'isola del tesoro piena di suggestioni e di scoperte.
Pompeo Pianezzola negli anni '60. Riproduzione parziale di una fotografia originale di Edmondo Tich
Anni dopo ho avuto più volte l'occasione di reincontrarlo per il mio lavoro di giornalista, riscontrando ogni volta con piacere che era rimasto il Pompeo Pianezzola che conoscevo da sempre: un uomo cordiale, affabile nei modi, argutamente pronto alla battuta e sempre positivo. Anche quando, nel 2009, già provato dai segni dell'età, donò al Museo di Bassano un suo prezioso acquarello realizzato con inchiostro per calligrafia giapponese, che disse essere frutto “di un momento di depressione molto forte”, portandolo “a rivedere tutto il suo operato di ceramista” e andando “alla ricerca delle proprie origini, usando il materiale più essenziale”.
Ma conversando con lui a margine di quell'evento, e nonostante quelle sue accorate dichiarazioni, colsi ancora e più di sempre quell'energia positiva che irradiava con naturalezza, che ne svelava il profondo animo socievole e che lo ha accompagnato sino alla fine.
Ora che ci ha salutato, mancherà a molti: ai suoi tanti amici e colleghi di sempre e a tutta una comunità, quella di Nove “terra di ceramica”, di cui - nonostante una carriera artistica di caratura internazionale - è sempre rimasto un figlio fedele e affezionato.
Il suo nome è legato a diversi luoghi e momenti importanti della recente storia novese: dalle storiche Manifatture Barettoni, già Antonibon, in cui mosse i primi passi da interprete e ricreatore della materia ceramica, all'Istituto d'Arte di cui fu docente per tanti anni, diventandone anche apprezzato e indimenticato preside.
Ma è soprattutto quell'aria che si respira a Nove, che non si può descrivere a parole ma che permea di creatività ogni angolo del paese, che è stata la fonte dell'eterna giovinezza artistica del maestro: un continuo e inarrestabile percorso di ricerca, sintomo - nonostante la giovialità del carattere - di una complessa, inquieta ed enigmatica evoluzione espressiva e intellettuale, che generava forme, segni e abbinamenti di materiali di ardita e inedita concezione.
Abituato a scuola a stare in mezzo ai giovani, è sempre stato aperto alle nuove generazioni di artisti, che seguiva con l'affetto di un nume tutelare e senza sottrarsi al confronto diretto, come la mostra di quest'anno “I talenti della ceramica” - in cui ha esposto nella sua Nove assieme al giovane emergente Paolo Polloniato - ha efficacemente dimostrato.
E l'ultima delle innumerevoli mostre a lui dedicate - “Omaggio a Pompeo Pianezzola”, allestita a Palazzo Leoni Montanari a Vicenza e conclusasi, per un'altra ironia della sorte, proprio ieri - rappresenta il testamento artistico di un protagonista del nostro tempo che, come scrive la storica dell'arte Marilena Pasquali, “non è definibile come ceramista, perché non può semplicisticamente essere incasellato in una scuola e rinchiuso in un genere, dal momento che proprio nella piena conoscenza e quindi dominio del mezzo ceramico, riesce a trascenderlo, trasformarlo, esaltarlo, fino a farne pura espressione artistica al livello più alto.”
Tu quoque, Pompeo. Anche tu te ne sei andato. Come per Federico, non è stato facile per me scrivere queste righe, perché la forza e l'emozione dei ricordi rischiano di prendere il sopravvento. E allora preferisco fermarmi qui e ti dico ancora due parole, perché tu sai che sono sincere. Ti dico ciao, e ti dico grazie.
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