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Laura Vicenzi
Giornalista
Bassanonet.it
Il Beat che parlava americano
Al Teatro Comunale di Vicenza, City Lights ha acceso i riflettori su un'epoca, la sua cultura, la sua musica
Pubblicato il 09-06-2024
Visto 4.594 volte
Nella giornata di ieri, sabato 8 giugno, il Teatro Comunale di Vicenza in un percorso interno itinerante tra foyer e spazi del Ridotto ha ospitato un festival allestito in parallelo con la mostra Pop/Beat-Italia 1960/1979. Liberi di sognare.
In scena, una serie di appuntamenti dedicata ai temi e alle estetiche declinate nell’esibizione visitabile nella Basilica Palladiana dallo scorso marzo, che si concluderà il prossimo 28 luglio.
City Lights, questo il nome della manifestazione (il titolo scelto in omaggio alla celebre Libreria di San Francisco fondata da Lawrence Ferlinghetti con Peter D. Martin, che divenne luogo di elezione culturale) è stato un evento promosso dalla Fondazione Teatro Comunale Città di Vicenza in collaborazione con l’assessorato alla cultura e al turismo del Comune che ha inteso rappresentare una vetrina su quel periodo storico, soprattutto riguardo al mondo della musica, ad aspetti sociali, ad ambiti poetici e letterari.
Titino Carrara all'apertura di City Lights, al Teatro Comunale
La direzione artistica affidata a Marco Ghiotto, giornalista e critico musicale che ha condotto alcuni degli appuntamenti, il festival in un programma articolato ha proposto un susseguirsi di performance, reading, talk, concerti e improvvisazioni musicali con protagonisti attori, autori, musicisti e alcuni ospiti speciali come Carlo Massarini, che di recente ha fatto tappa anche a Bassano, intervistato da Francesco Nicolli, e il celebre sassofonista James Senese.
Il cartellone è stato diviso in due sezioni: la prima, di cui parleremo, è stata dedicata al Beat americano.
L’apertura è stata affidata ai versi di Howl, testo che è diventato manifesto della Beat Generation scritto da Allen Ginsberg interpretato dalla voce di Titino Carrara, la lettura è stata accompagnata al sax da Alessandro Alba. La pubblicazione, come è noto alle cronache, finì processata per oscenità per i riferimenti espliciti all’uso di droghe e a pratiche sessuali dalle tinte arcobaleno. L’oscenità vera che emergeva dal testo urlato, il fuori scena destinato a stare bene al riparo dietro alle tendine a fiori di casa messo poeticamente sotto attacco era la sacra American way of life tutta “God, Mom and Apple Pie” e votata al dio del consumismo di cui vediamo bene gli effetti nell’odierno — si sa, il poeta è veggente, o non è.
In prosecuzione, Carrara con il contributo di Giorgia Antonelli ha interpretato alcuni testi di Jack Kerouac, brani intervallati da musiche di Charlie Parker eseguite dalla formazione contrabbasso, batteria, sax e piano guidata da Danilo Memoli. Tra gli altri compagni d’armi citati, in questa battaglia di menti che andarono forsennatamente alla ricerca di una nuova aurora, un piccolo popolo innamorato dello stupore, a fianco a Kerouac vi fu il cinico coltissimo William S. Burroughs e poi Neal Cassady, quest’ultimo vero emblema di quella che fu questa generazione dal battito intenso.
L'incontro successivo ha avuto luogo nel foyer del Comunale, dove Ghiotto ha proposto una lezione-spettacolo corredata da ascolto di dischi che ha avuto al centro i leggendari Velvet Underground, gruppo statunitense nato negli anni Sessanta con catalizzatore Lou Reed (figura geniale, fu anche scrittore), realtà artistica che rappresentò una sorta di laboratorio avanguardistico e multimediale di sperimentazione estrema apprezzato da subito da Andy Warhol — la luce anche qui, bianca, raffigurata in un album che, fu scritto, “esibisce un assalto frontale a qualsiasi barriera culturale ed estetica”, in scena l’alienazione buia generata dal consumismo e insieme l’anima del gruppo spogliata di ogni compromesso.
Sui colori da spiaggia giallo-arancio del Beat passavano anche ombre proiettate da angeli neri, espresse in musica pensieri e parole.
Il terzo appuntamento in cartellone ha proposto un concerto applauditissimo e in vero sorprendente che ha avuto come protagonista il gruppo Dan Martinazzi&The Torture Never Stops. La band ha proposto l’interpretazione di alcuni brani celebri di Frank Zappa, grande musicista statunitense che scelse come casa la West Coast, guardando on the wild side, ovvero scelti tra la produzione mastodontica dell’eclettico musicista e compositore — che ha lasciato pochi eredi a fronte di tanta eredità, è stato ricordato — guardando più al suo lato rock. Inclusa nella scaletta, ovviamente, Torture Never Stops, i brani eseguiti in concerto hanno restituito vitalità e una singolare attrattiva all’ascolto.
Il progetto di tributo è stato ideato da Dan (Daniele) Martinazzi nel 2019 e ha visto impegnati sul palco, protagonisti dell’esibizione vicentina: Martinazzi (chitarra e voce), Marco Pasetto (sax clarinetto e basso), Cesare Valbusa (batteria), Roberto Zecchinelli (basso) e Osvaldo Tagliani (tastiere, trombone e fiati).
La chiusura della sezione dedicata agli anni Sessanta di City Lights è stata affidata alla lettura di un testo di Bob Dylan, a cura di Piergiorgio Piccoli.
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