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Laura Vicenzi
Giornalista
Bassanonet.it
1 marzo: un Capodanno... tutto veneto
Si celebra sul territorio il “ciamar marzo”: negli ultimi tre giorni di febbraio è tempo di auguri
Pubblicato il 27 feb 2010
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Ai tempi della Serenissima l’anno cominciava il 1 marzo, gennaio e febbraio erano gli ultimi mesi dell’anno. Nel 2006 venti Comuni della pedemontana Berica hanno spento le luci per ore per offrire lo spettacolo dei mille falò del Brusamarzo che hanno bruciato l’anno vecchio che se ne va. Il “battere marzo” è tuttora diffuso in tutto l’Altopiano d’Asiago, ma anche nel Padovano e nel Trevigiano, dove fioriscono le iniziative e le feste locali per “ciamar marzo”. Il “Comitato per le Belle Costumanze” continua l’opera del suo fondatore, Bepin Segato e ricorda di celebrare la festa per il Capodanno del 1 marzo: un Capodanno... tutto veneto. Gli auguri si fanno gli ultimi tre giorni di febbraio, cioè gli ultimi giorni dell’anno, e si va avanti fino al nono giorno di marzo. Batter marzo, o “brusar marzo”, o “ciamar” marzo significa risvegliare l’anno nuovo, la vita addormentata, perché si ridesti. Il calendario veneto affonda le radici nella notte dei tempi fra i popoli indoeuropei. La zona originaria dei Veneti era il nord dell’Europa centrale (zona Lusaziana), dove gli scavi archeologici degli ultimi 30 anni stanno confermando quello che diverse fonti antiche già riportavano. La civiltà veneta antica (venetica) sapeva coltivare, produrre il vino, allevare gli animali, scrivere, lavorare i metalli e le ceramiche, fare arte nelle case e nei monili, già attorno il 3000 Avanti Cristo. Questa civiltà creatrice aveva come divinità principale la Dea Retia che era appunto la divinità della vita, della salute e generatrice di essa. Non stupisce dunque che proprio quando la terra, ancora nel freddo, inizia l’attività generatrice e si prepara alla primavera, ossia nel mese di marzo, proprio allora i Veneti festeggiassero la fine del vecchio anno e l’inizio del nuovo. Attorno al 2500 a.C. iniziarono diverse migrazioni dei Veneti, secondo alcuni per cause climatiche ed ambientali, secondo altri per una certa naturale espansione di una civiltà che sapeva dare molto alle altre senza bisogno di “far guerra”. Essi si espansero in tutte le direzioni, cosicché sono di origine indoeuropea anche le popolazioni dell’est come dell’ovest fino all’odierno Iran. Verso sud essi si stanziarono anche nell’Anatolia, e successivamente, intorno al 1200 a.C., a seguito della guerra di Troia da cui Antenore fu salvato, si stanziarono nell’alto Adriatico, fondando Padova e altre città. Forse perché i Romani ebbero come capostipite Enea, un discendente di Antenore, anch’essi usavano il calendario indoeuropeo con inizio a marzo, ma tuttavia questo non rispondeva bene alle loro necessità dato che era di originario di luoghi soggetti all’inverno artico. Alcuni sostengono che per loro l’anno che inizia a marzo fosse intitolato a Marte: secondo la mitologia romana arcaica, Marte era appunto il dio della natura, della fertilità, della pioggia e dei tuoni e fu solo successivamente, in età classica, che divenne il dio della Guerra. Ancora oggi il calendario risente dell’impronta indoeuropea, per cui a partire da marzo, il mese della rinascita, si contano i dieci mesi, di cui il settimo è settembre, l’ottavo è ottobre, il nono è novembre e il decimo è dicembre. Il quinto (luglio) e il sesto (agosto) furono intitolati a Julius e a Cesare Augustus. Gennaio e febbraio furono aggiunti con varie riforme per dare conto al ciclo delle stagioni.
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