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Alessandro TichAlessandro Tich
Direttore responsabile
Bassanonet.it

Attualità

La conversione di San Sebastiano

Domanda impopolare ma necessaria: cosa potrebbe diventare il convento dei Cappuccini al Margnan se i frati dovessero andarsene?

Pubblicato il 07-01-2023
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La carica dei 1700.
A tante ammontano al momento le firme raccolte in soli tre giorni dalla petizione, sia cartacea che online, lanciata da Elena Donazzan e da Sandro Venzo per scongiurare la paventata chiusura del convento di San Sebastiano, sede dei Frati Cappuccini al Margnan.
È il fatto del momento che sta coinvolgendo già tante persone e che per questo già attira i primi profittatori. Come segnalato oggi da Venzo nel gruppo Facebook “Salviamo i Frati a Bassano”, giungono infatti notizie di soggetti “che stanno raccogliendo soldi per la causa del convento dei frati”. “Attenzione! Non è ancora in atto nessuna raccolta fondi ufficiale, perciò queste persone lo stanno facendo…a titolo personale”, avverte Venzo. Per la serie: uomo avvisato.

Il complesso del convento di San Sebastiano, sede dei Frati Cappuccini al Margnan (foto drone: Fulvio Bicego)

La mobilitazione intanto continua e la petizione lanciata da D&V si arricchisce di ora in ora di adesioni. Ha aderito all’iniziativa persino un cittadino dalla Campania, come da lui testimoniato nel gruppo FB: “Sono di Pontecagnano Faiano, provincia di Salerno, ho firmato la petizione per far fermare la chiusura del convento.”
Io stesso sono personalmente favorevole al mantenimento in città dei nostri Cappuccini, non saprei capacitarmi della loro assenza. Ognuno ha le sue motivazioni a favore della loro permanenza e ce le ho anch’io, per quanto rimangano intime e private. Ma la prima regola del giornalista è quella di non farsi coinvolgere dall’argomento di cui scrive.
Per questo, pur trattando del destino di una struttura religiosa, mi tocca fare l’avvocato del diavolo e porre la questione di cosa potrebbe diventare il convento dei Cappuccini se i frati dovessero andarsene.
Non sarebbe infatti il primo caso, e purtroppo non sarà l’ultimo, di una sede di culto che viene abbandonata per ragioni anagrafiche e di scarsità di vocazioni in primis ma anche di difficoltà di gestione economica. Non è il caso di approfondire in questa sede le radici spirituali e sociologiche del declino vocazionale del clero, non è questo il punto relativamente al presente e al futuro dei frati del Margnan.
Ciò che conta in questo momento, al netto dell’auspicio collettivo di fare in modo che i Cappuccini rimangano in città, è la presa di coscienza di che cosa può accadere nel momento in cui - e dobbiamo essere pronti a questa eventualità - il Padre Guardiano Fra Lanfranco e i suoi Fratelli dovessero effettivamente fare le valigie.

So benissimo di porre una questione impopolare, ma nella speranza che ciò non si verifichi abbiamo il dovere, per quanto i frati siano “insostituibili”, di pensare alle possibili alternative per non trasformare San Sebastiano in un sito abbandonato.
Fermo restando che l’eventuale partenza dei frati da Bassano sarebbe una perdita irrecuperabile, è lecito domandarci come e quanto sia possibile salvare di ciò che viene perso, in base ad analoghe esperienze già provate e già messe in campo altrove.
Per restare nella Provincia dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini del Triveneto, un esempio di possibile “rinascita” di una struttura religiosa lasciata a sé stessa arriva da Udine.
Qui nel giugno del 2012 i Frati Cappuccini hanno abbandonato il loro storico convento di via Ronchi, con l’annessa chiesa della Beata Vergine della Neve, dove risiedevano dal 1831, a fronte della loro presenza nel capoluogo friulano attestata, come a Bassano, dal XVI secolo.
I frati udinesi si sono ritirati nel Santuario di Castelmonte, vicino a Cividale del Friuli, e le ragioni della loro uscita di scena sono state sempre le stesse: l’inesorabile calo delle vocazioni che ne ha ridotto drasticamente il numero.
Diciamo subito che del vecchio complesso conventuale di Udine è rimasto poco, vale a dire la chiesa che continua ad essere officiata dagli stessi Cappuccini (e già questa è una notizia), il chiostro e alcuni locali mentre la “braida” - e cioè il campo coltivato ad orto - è stata ceduta al Comune per la costruzione di una scuola.
Ma in particolare, sempre come a Bassano, il convento dei Cappuccini di Udine ha rappresentato un luogo di riferimento di spiritualità e solidarietà anche grazie alla “mensa per i poveri”. Andandosene da via Ronchi, i Frati Cappuccini hanno concesso le loro strutture e locali in comodato d’uso gratuito alla Diocesi e il servizio di mensa ha potuto continuare grazie alla Caritas diocesana che lo ha preso in gestione con le parrocchie cittadine.
Oggi la mensa diocesana “La Gracie di Diu”, gestita dalla Caritas di Udine dal 3 settembre 2012, grazie al contributo di numerosi volontari offre pasti caldi alle persone in difficoltà, 365 giorni all’anno, per una media di circa 200 pasti in fascia meridiana e dal 2015 di circa altri 100 pasti in fascia serale.
La mensa diocesana si propone anche come luogo di ascolto, incontro, scambio e narrazione. Dall’ottobre 2016 nei suoi spazi è stato aperto un centro di ascolto, per dare l’opportunità a chiunque ne senta la necessità di ricevere un supporto.
Spesso la mensa rappresenta anche la prima occasione di accesso alla rete dei servizi della Caritas e del territorio. Da Udine arriva così il concreto modello di una sede religiosa non più abitata dai Cappuccini ma che è rimasta un punto di riferimento per la città.
Ma anche un esempio del mantenimento di un servizio di solidarietà garantito dalla Diocesi assieme al volontariato sociale, nonostante la partenza dei frati, che va tenuto in considerazione pure in prospettiva bassanese.

La mia sfera di cristallo è notoriamente sintonizzata sulla politica cittadina, mentre nulla può pronosticare - trattandosi di contesti meno pubblici e in quanto tali del tutto imprevedibili - riguardo ai propositi degli ambienti della Chiesa.
Che cosa deciderà l’Ordine provinciale dei Cappuccini circa la permanenza o meno dei frati a Bassano ma anche sul futuro del convento di San Sebastiano, qualora venisse svuotato dei suoi residenti col saio, possono prevederlo, per il momento, solo le segrete stanze delle gerarchie ecclesiastiche.
Certo è che il più grande peccato (nell’accezione di significato di “eventualità spiacevole”) sarebbe quello di decidere di chiudere il convento al Margnan senza al contempo evitare che il convento stesso si trasformi in una grande scatola vuota dal glorioso passato e dall’inesistente futuro. San Sebastiano è vita, non può diventare un fantasma.
Se proprio si arrivasse alla extrema ratio di trasferire altrove in via definitiva i Padri Cappuccini, l’auspicio è quello di fare in modo che la struttura del convento non muoia ma rinasca a nuovi usi, rispettosi della storia spirituale e solidale del luogo.
E a Bassano, in tal senso, abbiamo un importante precedente.
Si tratta di Villa Angaran San Giuseppe, dal 1921 di proprietà dei Padri Gesuiti, già pluridecennale sede di una Casa per Esercizi Spirituali e di corsi pre-matrimoniali e dal 2015 - sempre a seguito della progressiva e ineluttabile estinzione di vocazioni - concessa dai Gesuiti in comodato d'uso gratuito al consorzio di associazioni e cooperative Rete Pictor affinché lo spazio ormai abbandonato venisse utilizzato per attività inclusive delle fasce più deboli della società.
In questi anni sono stati compiuti vari investimenti e oggi Villa Angaran San Giuseppe è la realtà che tutti noi conosciamo. Una ex sede religiosa convertita e riadattata in un frequentatissimo centro di aggregazione cittadina, dove le attività di natura economica - bar, ristorante, alloggi - si abbinano armoniosamente a progetti solidali, educativi, di accoglienza, di inserimento lavorativo e di inclusione sociale.
Non dico che il futuro di un convento al Margnan eventualmente privato dei suoi religiosi debba fotocopiare il modello della Villa dei Padri Gesuiti, ma le buone prassi già realizzate in materia di riqualificazione sociale di sedi di culto dismesse possono tracciare una via da seguire.
Teniamoci intanto stretti i nostri Frati Cappuccini e preghiamo quindi Sant’Antonio, evocato dalla co-promotrice della raccolta delle firme Elena Donazzan, affinché ci conceda la grazia di farli rimanere a Bassano.
Tuttavia, come tutte le preghiere, è solo l’espressione di una pia e devota speranza, che dovrà fare i conti con le possibili decisioni che saranno prese nella realtà e che potrebbero confermare quello che già si teme oggi.
Per questo la città e il territorio devono essere pronti a considerare anche nuovi scenari e a pensare già da adesso quale potrebbe essere, nella sgradita ipotesi della partenza definitiva dei frati, la conversione di San Sebastiano.

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