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Non c’è solo la Coca Cola.
Tra le varie ricette segrete del sorprendente universo del Drink c’è anche quella dell’Amaro San Giuseppe, completamente made in Bassano del Grappa.
Precisamente a Villa Angaran San Giuseppe, già sede dei Padri Gesuiti, dove dal 1928 si realizza l’infusione di un Amaro unico nel suo genere grazie a una ricetta segreta che venne donata da un farmacista a Padre Zanuso, il primo Padre Superiore della congregazione religiosa a Bassano.
Carlo Olivetto (foto Alessandro Tich)
Oggi quello storico Amaro - che nei primi anni veniva prodotto nelle cucine della Villa solo per un uso interno e per chi frequentava la casa di esercizi spirituali - viene prodotto ancora, assieme ad un ampio assortimento di liquori d’erbe e di frutta, nella parte ovest della barchessa del complesso di via Ca’ Morosini in destra Brenta.
È la sede dell’Antico Laboratorio San Giuseppe, gestito dai due fratelli Alessandro e Carlo Olivetto.
Alessandro è l’iniziatore della storia: è stato lui, collaborando con i Padri Gesuiti negli ultimi anni della loro permanenza a Bassano, a girare la chiave del motorino di avviamento della futura impresa di famiglia. Ed è anche il depositario della parte “top secret” di questo racconto: è l’attuale detentore della ricetta segreta dell’Amaro.
Carlo è l’altra anima dell’azienda, è sotto gli “anta” (ha 37 anni) e quindi è un giovane imprenditore: una figura che ancora mancava nella nostra serie delle “Interviste in enoteca” ai personaggi del territorio, ospitata presso l’enoteca Sant’Eusebio dell’hotel Alla Corte in quel di Sant’Eusebio.
Carlo, tuttavia, non nasce come capitano d’impresa. Per 15 anni ha lavorato in ufficio, nello studio di commercialista del padre, come consulente aziendale nel campo della contabilità. Poi, nel 2013, è entrato ad affiancare il fratello Alessandro nella conduzione dell’Antico Laboratorio San Giuseppe.
Accanto alla produzione di liquori e spiriti di qualità, non ha mai abbandonato però il suo pallino per i numeri: ancora oggi, con partita Iva, svolge anche l’attività di consulente per le aziende relativamente agli aspetti della parte amministrativa.
Carlo Olivetto: dopo 15 anni in ufficio come consulente aziendale, come è entrato nella sua vita l’Antico Laboratorio San Giuseppe?
È entrato per il fatto che ho sempre avuto un bel rapporto con mio fratello Alessandro, nonostante le nostre diversità perché siamo comunque due persone che hanno due caratteri diversi e anche competenze e capacità diverse. Si è creata tra noi un’ottima sinergia e una collaborazione che ha permesso di migliorare la qualità del nostro lavoro.
Ma Alessandro era già dentro a questo mondo dei liquori…
Sì, lui ha iniziato nel 2006. Aiutava come collaboratore i Padri Gesuiti. Qualche sabato dava una mano ai Padri Gesuiti in questa attività di infusione degli Amari e della produzione dello storico Amaro San Giuseppe. Mio fratello ha conosciuto questa realtà grazie a nostro padre, dottore commercialista, a cui un suo conoscente, che era un allievo dei Padri Gesuiti, aveva chiesto se poteva dare una mano a tenere la contabilità di questa attività dei Padri che necessitavano di un aiuto perché oramai erano molto anziani. E mio padre ha chiesto a noi se volevamo dare una mano. È così che Alessandro ha conosciuto questa realtà. Quindi è stata tramandata direttamente a lui la storica ricetta dell’Amaro San Giuseppe e fino al 2013 è continuata questa collaborazione. Nel 2013 i Padri Gesuiti, appunto per questioni anagrafiche, avevano deciso di ritirarsi. C’era il rischio che questa attività venisse completamente perduta. Da qui è nata l’idea di continuare la storica ricetta e di portare avanti questa tradizione. In più, con l’esperienza fatta per l’Amaro, abbiamo inserito tutta una serie di liquori a base di prodotti freschi, stagionali, e anche una rivisitazione della storica ricetta.
Rivisitazione in che senso?
Abbiamo inserito la produzione di un liquore alle erbe che è un po’ depotenziato, nel senso che abbiamo ridotto la concentrazione di due erbe per togliere l’effetto lassativo dell’Amaro. L’Amaro San Giuseppe è famoso non solo perché è benefico e digestivo ma anche perché è lassativo. È uno dei pochi Amari in Italia con questa caratteristica, per questo motivo viene venduto anche in farmacia. Quindi, avendo carta bianca, abbiamo avuto dopo l’abilità di inserire altri liquori valorizzando sempre i prodotti del nostro territorio, che mettiamo in infusione. A distanza ormai di dieci anni stiamo raccogliendo i risultati. Siamo sempre concentrati e focalizzati sul futuro, siamo molto soddisfatti e ci stiamo dando molto da fare.
In base alla vostra esperienza, cosa significa oggi fare impresa a Bassano?
Fare impresa in generale significa innanzitutto dare sempre un’importanza e una base ai numeri. Tradurre, cioè, quelle che sono tutte le informazioni sui numeri per poter avere degli obiettivi ed essere consapevoli di come vogliamo guidare la nostra azienda. Fare impresa a Bassano significa avere una grande responsabilità e anche una grande opportunità di lavorare in una città storica ma anche con i paesi limitrofi, perché comunque noi lavoriamo con diversi prodotti della zona. Per noi questo è un valore assoluto, sapendo anche le grandi potenzialità che ci sono e che si collegano al turismo e a una città che è storica anche per i liquori e per i distillati. C’è una grande storicità e vediamo che a tutti gli eventi a cui partecipiamo, comunque selezionati e di qualità, c’è riscontro. Nomini Bassano del Grappa e le persone si illuminano. E già qui è un bel biglietto da visita.
Nella sua attività parallela di consulente contabile per le aziende, lei mi dice che aiuta gli imprenditori a “dare un senso ai numeri”. Quanto questa attenzione ai numeri si riflette nella gestione del vostro Antico Laboratorio San Giuseppe?
Si riflette nel momento in cui noi sappiamo ogni giorno, ogni mattina, ogni pomeriggio, la quantità di bottiglie che dobbiamo fare in base ai costi che sosteniamo. Sappiamo che se vogliamo arrivare a un determinato traguardo dobbiamo tenere sott’occhio questi numeri per l’obiettivo di produrre e di vendere. Noi, facendo una produzione anche stagionale, quindi con prodotti che ci sono in determinate stagioni e non sono garantiti tutto l’anno, dobbiamo riuscire a organizzare tutta la parte produttiva. C’è un insieme di informazioni che vanno gestite per lavorare in armonia, per cercare di accontentare tutti e per crescere, quindi aumentare la produzione senza perdere la qualità. Quindi dobbiamo sicuramente programmare. La parola corretta è programmazione.
Negli ultimi anni Villa San Giuseppe è diventata non solo un centro di accoglienza sociale ma anche un centro di incontro, ristorativo e di eventi molto importante. Voi siete lì. Questa cosa è per voi un vantaggio oppure, indipendentemente dallo sviluppo delle attività della Villa, andate per la vostra strada?
No, è un vantaggio. Da sempre abbiamo cercato di collaborare con le cooperative che si occupano attualmente della gestione della Villa. È un vantaggio nel senso che c’è una collaborazione reciproca. Noi per esempio facciamo spesso, minimo cinque o sei volte all’anno, un “Porte Aperte” dove invitiamo le persone a visitare i luoghi della Villa e raccontiamo tutta la storia della Villa, ancora prima che arrivassero i Padri Gesuiti nel 1928. Quindi fanno una visita guidata all’interno del laboratorio e una volta terminata la visita, con tutte le spiegazioni, i vari clienti si fermano a mangiare in Villa. Noi tutti gli anni cerchiamo comunque anche di dare un contributo ai Padri Gesuiti, quindi rimaniamo attivi in questo senso.
A un giovane che avesse in testa la pazza idea di fare l’imprenditore che cosa si sente di dire?
Mi sento di dire che la prima cosa è innanzitutto quella di ascoltare il proprio istinto, quindi le proprie idee e le proprie passioni. E poi, prima di intraprendere un percorso che prevede comunque degli investimenti e un certo tipo di impegno anche finanziario, di fare bene un budget di previsione di costi e di spesa. In maniera tale da crearsi una certa strada da poter poi monitorare e in caso anche di fermarsi e di correggere, senza poi trovarsi dopo diversi anni a rendersi conto di aver sbagliato e di dover riparare troppo tardi a determinati errori. Secondo me, prima di tutto dev’esserci sempre la consapevolezza dei numeri. Poi sicuramente la base di tutto è che a livello umano ci vuole dedizione, serietà, impegno e molta, molta passione.
Lei è contento di quello che fa?
Sono molto contento. Mi sento realizzato e anche qui è stato un percorso continuo di crescita. È chiaro che poi nella vita si prova di tutto. Io inizialmente ero partito come meccanico, a 16 anni, durante le vacanze scolastiche estive. Ho provato un po’ di tutto, ho fatto anche il giardiniere. Poi mi sono avvicinato ai numeri e ho applicato quello che ho imparato nella vita di tutti i giorni anche all’attività d’impresa. Anche se riguarda i liquori, alla fine le logiche e dinamiche sono sempre quelle.
L’accostamento del vino
Terminiamo con il rito conclusivo di questa rubrica in cui Roberto Astuni, patron dell’enoteca Sant’Eusebio, accosta un particolare vino al personaggio intervistato, ispirandosi alle sue caratteristiche.
“Carlo è una persona giovane, dinamica e molto attenta al territorio; potremmo definirlo quasi come un “condottiero” nel complesso mercato dei liquori - afferma Astuni -. La sua azienda valorizza la tradizione, con il fiore all'occhiello rappresentato dall'Amaro San Giuseppe, ora disponibile anche nella deliziosa versione liquore.”
“Ma quale vino del territorio può davvero incarnare le caratteristiche distintive di Carlo? A mio avviso, il Balbo della cantina Cà da Roman, presente nella nostra selezione Piwiteca, è la scelta ideale. Questo vino è un omaggio alla casata dei “da Romano”, personificato nella figura del condottiero Balbo.”
“Le uve di Bronner e Johanniter - spiega il patron dell’enoteca - conferiscono al Balbo un carattere giovane e fresco, sottolineato da una verticalità che poggia saldamente sui pilastri di una grande freschezza, trasmettendo un'energia vitale. Il Balbo, inoltre, si rivela un vero guerriero nel palato, dinamico e pronto ad affrontare anche piatti più robusti.”
“È la scelta perfetta - conclude Roberto Astuni - per chi, come Carlo, apprezza un connubio di tradizione e vitalità nel suo bicchiere.”
Gran finale con l’immancabile brindisi con il vino prescelto e arrivederci al prossimo G8, Gotto per gli amici.
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