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“Ti sei vista? Te sito piasua? Dai che dopo te chiedo l'autografo!”.
I commenti di questo tipo, bisbigliati o ad alta voce, si sprecano tra le poltrone della sala 4 del cinema Metropolis di Bassano del Grappa, alla prima giornata di proiezione di “Cose dell'altro mondo”: il film di Francesco Patierno girato in gran parte nella nostra città che dopo mesi di polemiche a vuoto è finalmente visibile - e giudicabile - nelle sale cinematografiche.
Per valutare il film più chiacchierato dell'anno finalmente con i nostri occhi e con la nostra testa, scegliamo lo spettacolo delle 22.25.
Diego Abatantuono in una scena del film
La sala prescelta da Metropolis per la proiezione è piccola (non di quelle destinate ai titoli di successo del box office) e neppure piena. A fare numero, però, di biglietti al botteghino sono soprattutto le comparse bassanesi selezionate dalla produzione della Rodeo Drive che lo scorso ottobre, nelle varie settimane di riprese ai piedi del Grappa, hanno lavorato a fianco di Abatantuono & C., sciroppandosi lunghe ore di attesa del proprio turno di ciak anche sotto la pioggia. Inevitabile che al primo giorno di programmazione della pellicola ci siano anche loro: spinte dalla curiosità di vedersi, anche se per pochi attimi, sul grande schermo.
Sediamo al nostro posto al cinema con la notizia ancora fresca nel nostro taccuino dei dieci minuti di applausi tributati al film alla Mostra del Cinema di Venezia, ma cerchiamo di non farci influenzare.
Buio in sala, e scena di apertura - con le immagini rielaborate in post-produzione - dedicata al famoso toro in fuga che fa disastri sulle bancarelle di Piazzotto Montevecchio, e Abatantuono che gli punta contro il fucile.
Partono i titoli e tra varie risate in sala e battute volanti (quelle di Abatantuono-Mariso Golfetto nel film e quelle del pubblico in chiave “bassanese”) la proiezione scorre liscia senza infamia e senza lode.
“Cose dell'altro mondo” è infatti il tipico film che a seconda dei punti di vista può rivelarsi una piacevole sorpresa, come pure una grossa delusione.
Chi scrive appartene alla categoria dei parzialmente delusi: il soggetto è interessante, il racconto divertente e gli attori convincenti; ma lo stile, la caratterizzazione dei personaggi e soprattutto i dialoghi sembrano troppo appiattiti sulla fiction televisiva, come peraltro avviene per molti film italiani.
La nostra impressione è quella di assistere comunque a un'opera dignitosa, con qualche sporadica caduta di ritmo e anche qualche sbadiglio improvviso (ma dovuto forse all'orario prescelto) che non precludono il giudizio complessivo di sufficienza che alla fine di tutto ci sentiamo di dare.
Altro non fosse per il tema coraggioso che il film sbatte in faccia alle nostre coscienze: le grottesche e devastanti conseguenze per la nostra società dell'improvvisa scomparsa di tutti gli immigrati, paradosso attorno al quale ruota tutta la sceneggiatura.
Per il pubblico bassanese, in particolare, il costo del biglietto è ampiamente ripagato dalla “rintracciabilità” dei luoghi in cui si svolge la vicenda, tutti riconoscibilissimi: come le due piazze del centro, via Vendramini, via Matteotti, quartiere Margnan, il Duomo di Santa Maria in Colle, il chiostro del vecchio ospedale (trasformato in ospedale vero), la riva del Brenta di via Pusterla, le aule e il cortile delle Scuole Mazzini, il municipio e la sala del sindaco, la "Bottega del Pane" Beltrame - dove i cittadini, dopo la scomparsa degli extracomunitari, fanno la fila con la tessera annonaria - o il Caffè Danieli, dove l'imprenditore spaccone Mariso Golfetto, assieme ai suoi compagni di spritz, all'inizio della storia lancia le sue colorite frecciate contro gli stranieri.
Una caricatura volutamente razzista, ma che non contamina l'ambiente in cui la storia è collocata. Bassano, insomma, esce pulita dal pericolo di apparire una città ostile e appare totalmente distaccata dal pensiero xenofobo, poi rinnegato, del protagonista del film.
Non mancano un paio di luoghi comuni: come i tre alpini che marciano imperterriti tra le immondizie abbandonate in piazza per la scomparsa degli spazzini e un quartetto di ragazzotti che trincano alcolici alla grande, uno dei quali saluta Golfetto con un sonoro rutto. Ma, vorremmo dire, era inevitabile.
Tra le note positive della pellicola c'è un sorprendente Valerio Mastrandrea, poliziotto romano faccia-da-schiaffi in visita nel Veneto alla madre (una ottima Laura Efrikian). Il suo personaggio, in progressione, fa da contraltare allo strabordante Abatantuono e si ritaglia una meritata dose di consensi.
Brava - anche se forse troppo "italiana" per essere una maestra di origine veneta, come si capisce nell'ultima parte della storia - anche Valentina Lodovini.
Il film si conclude con un finale aperto: di quelli che fanno discutere ritornando a casa. Il pubblico bassanese si guarda fino all'ultimo i titoli di coda, pieni di “credits” e ringraziamenti alla nostra città.
All'uscita della sala, i pareri sono discordi. “E' un film strano, comunque è bello, mi è piaciuto” - ci dice Susanna Gianese, una delle comparse presenti tra il pubblico della proiezione. Suo marito, Giorgio Fantin, è di tutt'altro avviso: “Sono disgustato. E' un film surreale, che non ha niente a che vedere col Veneto.”
E c'è ancora chi, tra gli spettatori, ne loda “la bella denuncia sociale” e chi esprime “perplessità, soprattutto nel finale.”
A Venezia, come scritto in un altro articolo, il film di Patierno ha conquistato tutti.
Ma qui siamo a Bassano, e l'effetto “red carpet” è lontano anni luce.
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