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Marco Polo
Giornalista
Bassanonet.it
Alluvione, un disastro annunciato
L’enorme pressione antropica alla base della calamità. In esclusiva per bassanonet parla Antonio Rusconi ex Segretario Generale dell’Autorità di Bacino dell’Alto Adriatico
Pubblicato il 04 nov 2010
Visto 2.618 volte
I gravi danni sono sotto gli occhi di tutti. Nonostante il bassanese sia rimasto pressoché illibato dall’evento meteorologico che nei giorni scorsi ha messo in ginocchio gran parte del padovano, del vicentino e del veronese è bene farsi qualche domanda sul rischio idrologico che incombe sul territorio veneto. Ci si chiede, e spesso con incredulità, il perché dell’aumento della frequenza di eventi così disastrosi. Bassanonet ha cercato di rendere più chiara la situazione anche grazie alla competenza dell’Ingegner Antonio Rusconi, ex Segretario Generale dell’Autorità di Bacino dell’Alto Adriatico nonché ex capo del Servizio Idrografico e Mareografico nazionale di Roma: “Sono decenni che si discute e si ipotizzano interventi concreti ma senza che si siano mai realmente concretizzati – spiega Rusconi – quindi adesso nessuno può far finta di scandalizzarsi, o dare la colpa all’eccezionalità di questo evento meteorologico. Le criticità sono ben note eppure ancora oggi prevale una colpevole impasse”.
Il problema fondamentalmente nasce dalla spinta e sfruttamento antropico verso gli ambiti storicamente occupati dalle divagazioni dei corsi d’acqua. Innanzitutto bisogna sottolineare come i fiumi veneti, e non solo, siano stati sempre più costretti, canalizzati, rettificati per poter utilizzare all’estremo la “risorsa territorio”, ottenendo, come conseguenza, l’effetto di velocizzare il deflusso verso valle rispetto a morfologie più tortuose. In secondo luogo bisogna registrare l’impennata dell’estensione del suolo impermeabile negli ultimi quarant’anni (leggasi cementificazione) che comporta un aumento sia della quantità che della rapidità dell’acqua piovana che scorre in superficie fino a raggiungere i collettori fluviali. Un ultimo aspetto riguarda l’abbassamento che hanno subito i nostri fiumi durante il boom economico (per il Brenta un emblematico meno 8 metri) per le estrazioni indiscriminate di ghiaia il che non permette più alle aree golenali di allagarsi, e quindi trattenere, enormi volumi d’acqua che sarebbero così defluite in più giorni. “Le responsabilità non sono né recenti né di questa o quella amministrazione – continua Rusconi – . Basti pensare che il legislatore è intervenuto fin dal 1989 con la legge 183 per istituire le Autorità e i Piani di Bacino e, successivamente, nel 2006 con il “Codice dell’Ambiente”. Ebbene questi strumenti sono ancora in gran parte inapplicati. L’unica cosa che si è fatta è stata quella di cercare di tamponare la situazione con uno stralcio di piano (il Piano Stralcio per l’Assetto Idrogeologico meglio noto come PAI ndr) che individua le aree più esposte al rischio idrogeologico proponendo alcuni interventi mitigatori perlopiù puntuali. È evidente che questa incertezza normativa nel governo del territorio ha drammatiche ripercussioni in termini di operatività. Senza contare che i fondi da stanziare a calamità avvenuta sono ingenti mentre gli interventi strutturali che eviterebbero tutto questo risultano ancora insufficienti”.
Pompieri al lavoro per recuperare una famiglia isolata nei pressi di Vicenza (foto Claudia Casarotto)
Torniamo a concentrarci sul Brenta e sul perché non ci sono stati particolari problemi nel bassanese. Rusconi non ha dubbi, una grossa fetta del merito va attribuito alla gestione della lago del Corlo (noto anche come lago di Arsié): “La funzione del bacino del Corlo è stata estremamente rilevante. I rappresentanti dell’Autorità di Bacino hanno avuto la lungimiranza di tenere, visto il periodo dell’anno particolarmente piovoso, sufficientemente basso il livello del lago. In questo modo è stato possibile tener chiuse le paratoie della diga evitando che le notevoli quantità d’acqua del torrente Cismon confluissero nel Brenta simultaneamente alla piena che stava interessando quest’ultimo. Quest’effetto è stato così importante che nemmeno Valstagna, punto critico per eccellenza, ha praticamente subito danni”. L’importanza della gestione della diga è dunque evidente. L’errore, però, sarebbe quello di ritenere che questo tipo di intervento possa sempre risultare sufficiente: “Dal buon esito di questo evento dobbiamo trarre un forte insegnamento. È evidente che è stata sparata l’unica cartuccia a nostra disposizione e, quindi, in caso di nuove perturbazioni intense, con il bacino impossibilitato dal contenere nuovi volumi idrici, anche il Brenta rischierebbe il collasso proprio come accaduto per il vicino Bacchiglione. Una soluzione a medio raggio sarebbe quella di svuotarlo dalla ghiaia che si è accumulata (l’ultimo intervento di questo tipo risale ad una trentina d’anni fa). L’ideale, ampliando anche il discorso all’approvvigionamento di energia elettrica e alla possibilità di accedere ad una nuova riserva d’acqua nei periodi di siccità, sarebbe quella proposta che prevede la costruzione della famosa diga sul torrente Vanoi, al confine tra Veneto e Trentino, opera di cui si parla da molti decenni. In tal modo si potrebbe progettare una diga ancor più adatta alla laminazione delle piene (con scarichi di grandi dimensioni) ed evitare svuotamenti troppo repentini della diga del Corlo per la suddetta manutenzione che potrebbe comportare problemi di instabilità dei versanti”.
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