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“Non abbiamo Wi-Fi. Parlate tra di voi.”
È l’avviso che si legge vicino alla cassa del bar Tavernetta, in via Chilesotti, di fronte alla stazione ferroviaria di Bassano.
Non è l’unico messaggio, per così dire, alternativo che è esposto o scritto sul muro all’interno del pubblico esercizio. Altri ancora, ma non tutti, li ho pure fotografati e li vedete pubblicati nella photo gallery in calce a questo articolo.
Foto Alessandro Tich
Questo del Wi-Fi, però, ha particolarmente attratto la mia attenzione. Perché tra il serio e il faceto, e anzi più faceto che serio, esprime in poche parole l’essenza assoluta di questa nostra società digitale.
È ovvio che se ci sediamo al bar, soprattutto tra amici, si parla e si chiacchiera amabilmente. Ci mancherebbe. Ma al bar come al ristorante, come in tutti gli altri luoghi dedicati al cosiddetto tempo libero, c’è sempre in agguato quell’oggetto che regola da anni ormai la nostra vita, di forma rettangolare e con tante mirabolanti App a disposizione.
I ritmi della nostra giornata vengono scanditi dallo smartphone, le nostre azioni e le nostre conversazioni si dipanano tra un messaggio WhatsApp e l’altro e tra una notifica e l’altra, non abbiamo più la faccia tosta di evitare Facebook (per non parlare di altre piattaforme social in voga tra i più giovani), il nostro amor proprio non si misura più in base a quello che riteniamo di essere ma in rapporto al numero dei like, la nostra testa è costantemente concentrata sulla tastiera.
Ci sarà sempre chi tra voi, egregi lettori, mi potrà dire che non è così, che lui non corre dietro alla messaggistica e ai “mi piace” e non dipende dal telefonino smart.
Ne esistono ancora, di “resilienti” al progresso tecnologico.
Ho incontrato di recente un noto artista del territorio che mi ha detto che non è su WhatsApp perché usa ancora - e me lo ha mostrato - un vecchio cellulare, uno di quei Nokia o telefoni mobili del genere, ormai d’epoca, che servivano essenzialmente per fare una sola cosa: telefonare. E già mandare e ricevere sms, con quei telefonini d’antiquariato, era qualcosa di futuristico. Non sto parlando di chissà quanto tempo fa: eravamo già nel terzo millennio.
Tuttavia concorderete sul fatto che sto parlando di un’esigua minoranza, a cui va comunque espressa la nostra ammirazione per l’eroica resistenza al nuovo che avanza e che condiziona il nostro modo di vivere.
Lo dico spesso, non per retrograda nostalgia ma per disincantato realismo: quando per telefonare fuori casa c’erano solo le cabine telefoniche a gettoni, e poi a schede, eravamo probabilmente dei trogloditi - agli occhi delle generazioni digitali di oggi - ma certamente anche degli uomini molto più liberi. Eravamo noi a decidere quando farci sentire e quando farci trovare, eravamo padroni del nostro tempo libero, non avevamo l’assillo di esporre nei social la nostra vita quotidiana in tempo reale, nessuno aveva accesso ai nostri dati sensibili, non c’erano Ads a influenzarci le scelte e non c’era Google Maps a controllare e a riepilogare mensilmente i nostri spostamenti.
Ci sono ovviamente innumerevoli vantaggi pratici, rispetto al passato, in questa nostra odierna vita online e non serve che sia io a ricordarli. Citerò soltanto la reperibilità immediata delle informazioni, che per quanto mi riguarda oggi è fondamentale per la professione che svolgo. A patto che si sappia discernere in mezzo all’oceano di notizie, spazzatura compresa, che compaiono sullo smartphone.
Ma così è se vi pare: siamo in un’era in cui la fondatezza delle proprie convinzioni si misura anche dal numero delle condivisioni e io volevo condividere con voi il mio pensiero.
Probabilmente il barista che ha esposto quel messaggio alla Tavernetta sa benissimo di combattere contro i mulini a vento, perché anche in assenza di Wi-Fi basta attivare l’opzione “dati mobili” sullo smartphone per accedere a internet ed entrare nella comfort zone delle nostre bolle filtro di post-verità, quelle che ci spingono a frequentare il nostro illusorio mondo virtuale, anche di fianco a un tramezzino e una birra.
E anche di fronte a un’altra persona, che mentre ci parla in molti casi non può evitare la nostra pulsione di controllare l’ultimo messaggio Wapp appena ricevuto e viceversa.
Quell’avviso un po’ provocatorio e un po’ goliardico vicino alla cassa del locale ci fa comunque riflettere sul paradosso dell’attuale società della comunicazione che ci ha reso incapaci di comunicare veramente. Perché comunicare vuol dire “entrare in relazione” e il vero dialogo tra persone è un incontro diretto, analogico, di parola e soprattutto di ascolto, senza intermediari, ancor meno intermediari in forma di dispositivi tecnologici.
La prossima volta che tornerò in quel bar senza Wi-Fi proverò a disattivare i “dati mobili” del mio Oppo per degustare un tramezzino e una birra in santa pace, completamente isolato dal resto del mondo, e vedere l’effetto che fa. E se ci andrò con mia moglie o con qualche mio amico, tanto meglio: potremo chiacchierare senza chat.
Tanto so benissimo, perché predico bene e razzolo male, che una volta uscito fuori dal pubblico esercizio la prima cosa che farò sarà riattivare internet per controllare chi mi ha messaggiato nel frattempo.
Però isolarsi per un po’, almeno nel tempo dedicato a sé stessi, è possibile. Provate anche voi a farlo, ogni tanto, ad esempio quando andate a mangiare da qualche parte.
A meno che non sia uno di quei ristoranti, presenti anche dalle nostre parti, in cui per leggere il menù bisogna inquadrare il QR Code con lo smartphone.
E buon App etito.
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