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Luigi Marcadella
Giornalista
Bassanonet.it
Special report
Sì vabbè, però il PD?
Il Partito Democratico va a congresso. La mappa del “chi sta con chi” del bassanese e del vicentino: Tasca, Luisetto, Possamai, Filippin e Variati
Pubblicato il 07 feb 2023
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Sono in arrivo le primarie del Partito Democratico con annesso congresso.
Il PD è all’opposizione a livello nazionale, lo è anche in Veneto e nella maggior parte delle amministrazioni locali.
Nonostante lo status aggiornato di partito d’opposizione, il PD riveste suo malgrado il fondamentale ruolo di parafulmine di tutti i mali italici, visto che è stato al potere ininterrottamente negli ultimi dieci anni.
Al bar, in ufficio, nello spogliatoio in palestra, al pranzo della domenica, un mantra risolutorio ci accompagna nelle discussioni politiche più “friendly”: sì vabbè, però il PD?… Guarda nonna che le bollette sono comunque rimaste alte? Sì vabbè, ma il Pd cosa ha fatto? Zio, guarda che la benzina è ancora alle stelle? Sì vabbè, e allora il Pd?... Al collega pacifista: guarda che anche il nuovo governo non ha cambiato di una virgola l’impostazione sulla guerra? Sì, vabbè ma il PD... Adesso, finalmente all’opposizione, il PD cerca di lasciare agli altri partiti il triste destino votato al lento logoramento che comporta lo stare al comando senza soluzione di continuità.
E finalmente “single”, giustamente pensa al suo congresso.
Con tutto l’armamentario delle truppe e delle correnti che si organizzano per portare voti, elettori e simpatizzanti ai gazebo. Ed eccolo qua il congresso, visto dal bassanese-vicentino, dell’unico partito italiano che ancora trova la forza di far contendere la propria leadership. Ma chi decide le sorti dei congressi da che mondo è mondo? Le correnti ovviamente. Anche se nessuno ammette di farne parte, al massimo si può strappare una vicinanza valoriale o un’innocente militanza giovanile comune, le correnti sono dei veri e propri collettori di potere che dal Nazareno arrivano fino alle sezioni provinciali e locali, luoghi insidiosissimi dove ogni capocorrente cerca di sopravvivere al sopraggiungere di nuovi leader e segretari.
In Veneto non ci sono esattamente le filiazioni di tutte le correnti nazionali, ma anche da noi c’è comunque una buona rappresentanza delle varie ditte interne.
A livello nazionale si contano: i “Giovani turchi” di Matteo Orfini, la “Sinistra Dem” di Gianni Cuperlo, i “Dems” di Andrea Orlando e Peppe Provenzano (vicesegretario Pd con Letta), la potentissima “Area Dem” di Dario Franceschini (a cui fanno parte anche gli ex DS Piero Fassino, Marina Sereni e Roberta Pinotti). E poi l’influente
“Base riformista”, gli ex renziani guidati da Lorenzo Guerini. Nella galassia delle correnti si contano anche nuove costellazioni come “Prossima”, “Coraggio Pd” e appunto la “Ditta” per antonomasia, ovvero quella di “Articolo 1”, capitanata da Pierluigi Bersani e Roberto Speranza che facendo ritorno a casa sicuramente riorganizzerà le proprie truppe anche a livello locale. Poi ci sarebbero, ma è più una questione per gli specialisti, anche i lettiani, i prodiani (anche se da tempo prediligono una tenda fuori dal PD), ma andremo troppo per le lunghe.
Avvisiamo i lettori che la sfida clou, quella tra Stefano Bonaccini ed Elly Schlein, qui in questo veloce reportage sembrerebbe già vinta in partenza dal presidente dell’Emilia Romagna con un vero e proprio plebiscito. In realtà, in giro per le sezioni del vicentino ci sarebbero anche un sacco di sostenitori di Elly Schlein (almeno così ci hanno confermato gli intervistati), talmente tanti da rendere la sfida addirittura all’ultimo voto. Andiamo al sodo: come funziona dunque il rito di rigenerazione del PD? Il prossimo 11 febbraio si terranno le votazioni per i soli iscritti al partito, in modo da scremare da quattro a due gli aspiranti candidati segretari, il 26 di febbraio ci saranno invece le primarie aperte a tutti.
A Bassano saranno operative le postazioni di voto in sala Tolio e in sala Angarano.
«Voto Bonaccini convintamente, c’è la volontà di dare una guida salda al partito. Abbiamo sempre sofferto la mancanza di stabilità, troppi cambi. Bene anche il fatto che vogliano azzerare i gruppi dirigenti e le correnti», fa sapere Luigi Tasca, segretario del PD di Bassano.
Sì vabbè, però questa cosa delle correnti si dice da sempre, alla fine rimane sempre tutto così com’è. In realtà – aggiungiamo noi - non esiste un partito vero senza le correnti, altrimenti si parlerebbe di partiti padronali, ma questa è un’altra storia. In ogni modo, giusto per puntualizzare, il segretario di Bassano non appartiene teoricamente a nessuna corrente.
«L’ultima volta ho sostenuto Martina, non Zingaretti. Mi considero un liberale di sinistra, non sono mai stato di sinistra-sinistra, né vicino ai cattolici di sinistra».
Un liberale di sinistra è raro come un panda, però vabbè il Pd è un grande contenitore che per fortuna va oltre la somma aritmetica di ex comunisti ed ex Dc di sinistra. «Bonaccini è un politico che arriva dall’esperienza del governo locale e regionale. Il PD ha sostenuto malvolentieri troppi governi, un po’ di opposizione ci darà nuove energie. E anche il congresso ci farà bene: in fondo siamo ancora tra i pochi partiti che lo fanno, siamo gli unici a mobilitare gli iscritti».
Lo chiederemo a tutti gli ospiti: contento che sia rientrata a casa la Ditta di Bersani&Co.?
«Il PD è nato dalle due forze politiche che hanno fatto l’Italia, il PCI e la DC, è un partito che deve essere plurale. Quindi bene che sia rientrata la Ditta». Sì vabbè, però Bersani, D’Alema e Speranza sposteranno sicuramente molti equilibri nel partito, altro che azzeramento delle correnti.
Chiara Luisetto, ex sindaco di Nove, segretario provinciale del PD fino al gennaio del 2022, è al momento un po’ defilata dalla prima linea ma è una delle risorse del partito che prima o dopo ritorneranno in campo. Le 9.000 preferenze che ha portato a casa alle ultime Regionali non le sono bastate per entrare in Consiglio ma sono un patrimonio destinato a pesare ancora nel partito.
«Voto per Bonaccini anche se sono molto legata a Paola De Micheli (ndr. candidata alla Segreteria e già ministro dei Trasporti). La stessa Schlein porta sicuramente una bella ventata di novità».
Sì vabbè, però non possiamo dare un contentino a tutti, questa volta il PD ha bisogno di una scelta netta per riprendersi almeno i suoi elettori. «No no, voglio dire semplicemente che rispetto alla volta scorsa e alla scelta netta su Zingaretti, oggi la situazione è completamente diversa. Bonaccini unisce sia le doti di un ottimo amministratore locale sia quelle di uomo di partito».
Il “ma anche” nella storiografia politica del PD riporta indietro la lancetta dell’orologio di almeno quindici anni, all’epoca della leadership di Walter Veltroni.
Memorabile una gag devastante di Crozza che, imitando appunto Veltroni, gli faceva dire: “Il Pd è un partito aperto agli immigrati ma anche al Ku Klux Clan”. Semplicemente strepitoso.
Torniamo a Nove, dalla Luisetto che della segreteria targata Zingaretti era stata anche capo Dipartimento della Cooperazione.
«Zingaretti non aveva mai voluto una corrente vera e propria. In ogni caso nemmeno io da quando sono iscritta al PD, dal 2008, ho militato davvero in una corrente. Resta il fatto che sono preoccupata per la tenuta del partito: la segreteria di Letta, nonostante la buona volontà dei singoli, si è distanziata sempre di più dall’idea originaria di fare del PD un partito a vocazione maggioritaria. Come scriveva Michele Serra, abbiamo perso quell’”irrequietezza” che serve per stare vicino ai problemi delle persone. Ai nostri elettori, senza questa vicinanza al popolo rimangono visibili solo le correnti».
Sì vabbè, il popolo della sinistra potrebbe obiettare però che il PD avrebbe dovuto incidere molto di più sull’agenda politica del Paese, visto che a conti fatti negli ultimi dieci anni ha governato praticamente con tutti i partiti disponibili sul mercato elettorale.
Che dice del ritorno degli ex DS della Ditta? «Sono contenta. Ma dopo il congresso cosa facciamo?
Ritorniamo finalmente a parlare dei problemi delle persone o continuiamo con quelli del partito, perché questa è l’ultima chiamata. Altrimenti finiamo come i Socialisti francesi, completamente marginali sulla scena politica. Dobbiamo essere sì un partito di governo ma anche in mezzo al popolo».
Giacomo Possamai è il golden boy del PD veneto e vicentino, da sempre è vicinissimo al segretario uscente Enrico Letta.
“Lettiano” di ferro dunque, anche se una corrente a supporto di Letta non c’è mai stata. Schlein o Bonaccini?
«Bonaccini, lo conosco bene. È in grado di dare stabilità e un futuro al PD. Ha fatto benissimo da amministratore locale e conosce bene il partito. L’area vicina a Letta sta con Bonaccini ma non c’è un vero e proprio posizionamento diretto». Chi conosce bene gli arcana imperii del PD sostiene che un congresso troppo aspro e una lontananza prolungata dal potere potrebbe mettere talmente tanto in fibrillazione il partito da far scattare il pericolo implosione. «Al PD fa bene un po’ di opposizione, finalmente si può tornare a parlare di idee nuove per il Paese. Stare troppo al governo, specie quando si è costretti a farlo perché non ci sono alternative in Parlamento, non fa bene. È il tempo di confrontarsi anche con le altre opposizioni e trovare battaglie comuni».
E da quale filone politico dovrebbero saltare fuori le idee nuove, si chiederanno giustamente gli elettori dei Democratici. Sinistra, centro-sinistra, centro.
«Per esempio, dovremmo ricominciare seriamente a parlare di sanità pubblica. Nell’ultima legge di bilancio è stata tagliata di nuovo la spesa per la sanità. Anche in Veneto ci stiamo accorgendo che cosa significano questi tagli».
Siete pronti a farvi un po’ più stretti per dare ospitalità ai vecchi compagni d’un tempo?
«Porte aperte senza problemi. Noto con piacere però che D’Alema, che ha già fatto ampiamente il suo tempo politico, ha dichiarato che non vuole posti o cariche di vertice».
L’avvocato bassanese Rosanna Filippin, già segretario regionale del PD, fa parte invece della Commissione di Garanzia provinciale del congresso, in questa veste non può quindi sottoscrivere nessuna candidatura e parteggiare in maniera troppo vistosa per un candidato o un altro/a. Non nasconde però, come si diceva una volta, una “simpatia” per il governatore Bonaccini.
«Conosco Stefano dal 2007, lui era segretario provinciale di Modena e io di Vicenza, poi lui è diventato segretario in Emilia e io in Veneto. Darà una concretezza tutta emiliana al partito. Abbiamo una storia molto simile anche dal punto di vista della provenienza familiare, suo padre era un camionista, il mio un contadino». Fatta la doverosa premessa sulla working class di partenza, invece dal punto di vista delle correnti interne dove sta la sua “simpatia”?
«Diciamo lettiana, ma non ne abbiamo mai avuta una di strutturata. Tanto è vero che nel 2014 siamo stati spazzati via da Renzi. A parte le correnti, è interessante assistere alla vita congressuale perché c’è una grande voglia di differenziare le mozioni, ma risulta molto difficile proprio perché i valori comuni sono gli stessi. Si fatica a trovare grandi differenze tra i programmi di Bonaccini, De Micheli, Schlein e Cuperlo. Non si arriverà a particolari conflitti, c’è una solo una normale tensione della vigilia».
Sì vabbè, però allora si dà ragione a chi dice che non se c’è nel menù politico dei quattro candidati una visione diversa del mondo, dell’economia, dell’Italia, dell’Europa, allora tutto si riduce ad una lotta per il potere interno. No? Vabbè, un congresso è la massima espressione democratica di un partito di massa, quindi visto il momento storico non sono ammesse troppe aspettative sui programmi. E invece il ritorno della Ditta?
«Sono amici… Non avevo capito le ragioni a fronte delle quali se ne erano andati qualche anno fa e quindi mi manca l’orizzonte del loro ritorno. Su una cosa però deve esserci chiarezza assoluta: sulla questione Ucraina il PD ha una posizione solida, che poi è anche quella del presidente Mattarella. L’Ucraina è l’aggredita e la Russia è l’aggressore. Non c’è pace senza giustizia, per questo mi hanno preoccupato molto i distinguo arrivati da quell’area all’inizio della guerra».
L’ultimo big del PD che andiamo a sentire è Achille Variati, già sindaco di Vicenza e oggi importante europarlamentare che si occupa di questioni delicatissime collegate ad energia e nuove tecnologie. È subentrato lo scorso novembre al Parlamento Europeo in sostituzione di Carlo Calenda.
«Voto Bonaccini, una figura politica solida nei contenuti e capace di usare un linguaggio nuovo di verità. Sono un “animale libero” non milito in nessuna corrente, anche se ho fatto un pezzo di cammino importante con Matteo Ricci, il sindaco di Pesaro. Ma non abbiamo un gruppo strutturato». Ribalto la questione: se dovesse vincere Elly Schlein, il PD andrebbe dritto come un fuso a sinistra-sinistra, scenario che potrebbe non stare bene a tutte le anime del partito, per esempio agli ex Margherita (ad esclusione di Dario Franceschini che la sostiene apertamente).
«Credo che i propositi dei quattro candidati siano sinceri: vincerò uno e gli altri faranno squadra. Sa qual è il vero pericolo del PD? Abbiamo detto troppi sì in questi, a tutti, abbiamo portato avanti troppi interessi. Ci presentiamo con colori sbiaditi. La crisi è colpa di quei capicorrente che si sono allontanati dalla gente e dal consenso e si sono preoccupati solo del potere». Quindi, in quali lidi politici si dovrebbe trovare il “preambolo” per mettere d’accordo tutti i grandi capi del PD, in modo da non lasciare il campo di sinistra a completa disposizione di Giuseppe Conte e Di Battista.
«Questo partito dovrebbe rappresentare gli ultimi e i penultimi, quel ceto medio di operai e impiegati che si stanno impoverendo, che trovano liste di attesa infinite nel pubblico e sono costretti a rivolgersi alla sanità privata. O che non hanno una scuola decente per i loro figli.
Questo dovrebbe essere il PD, altrimenti non si capisce a cosa serva». Rientra la Ditta, potrebbe essere il momento per una virata decisa a sinistra.
«Se penso al mio amico Flavio Zanonato mi sembra una cosa buona. Ma è più facile accogliere se abbiamo bene in testa che battaglia politica fare. Con i colori pastello il partito non va da nessuna parte». Sì vabbè, però alla fine della fiera il PD, con tutti i suoi difetti, è l’unico partito che al momento fa ancora i congressi e quindi viva la democrazia rappresentativa.
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