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Il virus del Covid-19 prodotto e sfuggito dal laboratorio di Wuhan. La sconvolgente tesi, suffragata da evidenze scientifiche, del libro “L’origine del virus” presentato ieri a Bassano
Pubblicato il 13 ott 2021
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In principio erano i “complottisti”. Quelli che sostenevano già in tempi non sospetti che l’improvvisa comparsa del nuovo coronavirus SARS-CoV-2, che da oltre un anno e mezzo ha cambiato le nostre vite, non era dovuta ad origine animale. Vale a dire ad un contagio dai pipistrelli, per il tramite di una specie animale intermedia, all’uomo. Una convinzione che portava a ipotizzare che il virus del Covid-19 non potesse che essere stato prodotto in laboratorio. “Complottisti”, per l’appunto: censurati e banditi dalla comunità scientifica mainstream e dai mass media quali portatori di una presunta dietrologia razzista nei confronti della Cina, dove tutta questa storia ha avuto inizio.
Poi il tempo è passato, della questione dell’“origine della specie” si sono perse le tracce e la pandemia ha deviato l’interesse generale verso le problematiche cliniche e sociali che attanagliano il nostro quotidiano ancora oggi. Ma il tempo è anche cambiato: e quello che un tempo era etichettato come un esercizio di “complottismo” è diventato oggi un argomento che sta acquisendo sempre maggiore considerazione.
Merito anche di un libro. Si intitola “L’origine del virus”, è edito da Chiarelettere ed è stato scritto dal giornalista Paolo Barnard, che vive tra Bologna e Londra, già collaboratore della Rai per le grandi inchieste e opinionista di La7. Ma non è tutto: il libro si avvale anche dei contributi dei due eminenti studiosi Steven Quay e Angus Dalgleish. Il primo, statunitense, è tra i più autorevoli ricercatori medici e farmacologici al mondo e per le sue coraggiose posizioni sull’origine del SARS-CoV-2 è stato chiamato a testimoniare al Congresso degli Stati Uniti. Il secondo, britannico, è un professore universitario, oncologo di chiara fama ed esperto di virus, scopritore del recettore CD4 del virus HIV.
L’intervista a Paolo Barnard, autore del libro assieme ai due luminari Steven Quay e Angus Dalgleish, agli ‘Incontri senza censura’ a Bassano
Un lavoro a sei mani per affermare - con il supporto dell’evidenza scientifica - che la comparsa del virus del Covid-19 non è avvenuta attraverso spillover, e cioè tramite il “salto” da una specie all’altra, ma tramite manipolazione in laboratorio.
Argomenti che sono riecheggiati ieri sera in un nuovo appuntamento degli “Incontri senza censura” alla libreria La Bassanese in città, grazie a un incontro con l’autore Paolo Barnard che per la cronaca è stato intervistato sul palco da chi vi scrive. La qual cosa corrisponde a un miscuglio di dimostrazioni di coraggio: di Barnard per aver scritto il libro, della casa editrice per averlo pubblicato e del libraio Marco Bernardi per aver voluto dedicare una serata all’intrigante e insieme inquietante argomento.
Va detto subito che il libro non ha nulla a che vedere con una trattazione superficiale e web-dipendente - attaccabile anche da un qualsiasi neolaureato in medicina o in biologia - dell’interrogativo della “provenienza” del virus all’inizio di quella che sarebbe poi diventata la pandemia. È un libro di giornalismo investigativo che va a fondo sulla questione con taglio dichiaratamente scientifico, benché scritto con stile scorrevole per rendere comprensibile un tema così complesso anche alla signora Maria. Ci sono i richiami a una considerevole quantità di studi, dichiarazioni certificate, nomi e cognomi - anzi: tanti nomi e tanti cognomi -, rimandi a piè di pagina sulla letteratura scientifica di riferimento.
Ovviamente qui non mi dilungo sui dettagli dell’inchiesta, perché scriverei un altro libro.
Ma ne sintetizzo i fondamentali. Al centro di tutta la storia vi è una pratica scientifica che costituisce una consuetudine per gli istituti di virologia nel mondo. Si chiama Gain of Function (“guadagno di funzione”) virale. Con questa tecnica di manipolazione il virus viene sottoposto a mutazioni biomolecolari per fargli acquisire “nuove funzioni”. L’agente patogeno viene cioè artificialmente “potenziato” in laboratorio per renderlo sempre più aggressivo. Se ne studiano quindi le caratteristiche per prevenire così, almeno sulla carta, l’insorgenza di nuove epidemie o pandemie generate da un’analoga evoluzione maligna, ma naturale, del virus stesso.
Si tratta di una pratica di manipolazione virale che è stata regolarmente svolta, dal 2010, anche dal laboratorio Biosafety Level 4 dall’istituto di virologia di Wuhan in Cina che si è specializzato nella Gain of Function dei betacoronavirus dei pipistrelli (che è la classe a cui appartiene il nuovo SARS-CoV-2), ovvero degli animali responsabili, via trasmissione con altre specie, dell’epidemia di SARS del 2003.
La figura-chiave di questa vicenda è la la dottoressa Zheng-li Shi, virologa leader del Wuhan Institute of Virology, massima esperta al mondo dello studio e della manipolazione dei virus dei pipistrelli e soprannominata, proprio per questo, “Batwoman”. Ci tornerò fra qualche riga.
Perché prima, sintetizzando i concetti-base del libro, devo concentrare l’attenzione sulle caratteristiche del virus del Covid-19 che rendono la sua natura “la più «innaturale» mai vista in un virus umano”. I virus di origine animale impiegano infatti mesi e anche anni, nei passaggi da una specie all’altra, per evolversi e raggiungere alla fine lo stadio patologico in grado di infettare l’uomo. Non è così per il SARS-CoV-2, che non “sobbolliva” nelle comunità cinesi prima dello scoppio dell’epidemia a Wuhan, per il quale non è mai stato identificato alcun ospite animale e che è apparso subito eccezionalmente adatto ad infettare gli umani. Il virus, insomma, era già “pronto e confezionato” per aggredire immediatamente il nostro organismo.
Nell’approfondita parte del volume dedicata alle sue caratteristiche biologiche, si evidenzia come questo microscopico killer avesse già sviluppato tutte le “chiavi” (le cosiddette proteine spike, formate da aminoacidi) per aprire le porte delle cellule umane, inserite nelle punte della “corona” da cui prende il nome. Inoltre presenta una insolita carica elettrica positiva in eccesso, irreperibile in natura, che consente di attaccare le pareti delle cellule dei vari organi, di carica negativa, e che spiega come la grave sintomatologia del Covid-19 non riguardi solamente l'apparato respiratorio.
Carica elettrica a parte, lo stadio iniziale del SARS-CoV-2 si presentava quindi come lo stadio finale del virus SARS del 2003, che è stato invece frutto di una lenta evoluzione per trasmissione animale. Un’anomalia suprema.
Il professor Dalgleish, a tal riguardo, è categorico: tutte queste singolarità portano la “chiara evidenza” di un esperimento di manipolazione del betacoronavirus dei pipistrelli tramite Gain of Function in laboratorio. Un virus “costruito” e già in grado di infettare la popolazione che poi sarebbe accidentalmente fuoriuscito dall’istituto di virologia di Wuhan, alcuni laboratori del quale avrebbero un livello di sicurezza “pari a quello di uno studio dentistico” e compatibilmente con l’ampia casistica di fughe accidentali di agenti patogeni dai laboratori nel mondo riportata nel libro stesso.
Ciò che fa da cornice al racconto di questa nuova verità sull’origine del virus è la sottolineatura della “congiura del silenzio di proporzioni epocali” che ha insabbiato sin dall’inizio ogni studio controcorrente e ogni voce scomoda e contraria all’ipotesi dell’origine animale del Covid-19: dalle principali riviste scientifiche occidentali, diverse delle quali supportate da finanziatori cinesi, ai mass media e dall’OMS, protagonista di un’indagine-farsa a Wuhan fino ad influenti organizzazioni U.S.A. in campo medico-scientifico che hanno direttamente finanziato le ricerche e gli esperimenti della dottoressa Zheng-li Shi.
L’accusato principale è il Wuhan Institute of Virology, che peraltro è strettamente controllato dalle autorità cinesi. “Se queste verità fossero venute fuori subito - scrive Barnard senza mezzi termini - sarebbero state prese misure ben più drastiche quando ancora i numeri della pandemia erano contenibili e si sarebbero salvate innumerevoli vite umane”.
E invece Zheng-li Shi, alias Batwoman, non solo non ha collaborato a lanciare l’allarme su un quadro epidemico che nella sua città stava diventando fuori controllo ma fu anche costretta per mesi a tacere sulla sua scoperta del cosiddetto Furin Cleavage Site, il meccanismo che tramite un enzima permette al SARS-CoV-2 di entrare nelle cellule umane e disattivare il sistema immunitario, caratteristica che l’agente del Covid-19 possiede in esclusiva nella famiglia virale a cui appartiene.
In questa trama da giallo criminale, riferita purtroppo alla realtà, manca tuttavia - come ha ammesso davanti al pubblico di “Incontri senza censura” lo stesso autore - la “pistola fumante”: e cioè la prova definitiva che inchiodi i colpevoli alle loro responsabilità e che faccia avvolgere il nastro della crime scene attorno all’istituto di virologia di Wuhan. “Ma abbiamo raccolto - ha sottolineato Barnard - il 99% degli indizi che portano in questa direzione.”
Nel frattempo il verbo dei tre autori si sta allargando a macchia d’olio. La versione in inglese del libro è infatti appena uscita in Gran Bretagna e prossimamente uscirà anche negli Stati Uniti, dove nel frattempo - grazie anche all’indiscussa influenza e al prestigio scientifico di Steven Quay - l’ex tabù dell’origine da laboratorio del SARS-CoV-2 è diventato oggetto di articoli pressoché quotidiani sui media, compreso l’autorevole Wall Street Journal.
Il tutto favorito dalla fine dell’era di Trump, sotto la cui presidenza, in nome del “politically correct” progressista, qualsiasi riferimento negativo alla Cina, tanto più se relativo alla pandemia, veniva escluso dalla stampa e dalle televisioni.
Si aprono così ampi ed improvvisi squarci nel muro di gomma che per un anno e mezzo ha coperto quello che, secondo i riscontri oggettivi di “L’origine del virus”, sarebbe il prodotto più aberrante del Made in China.
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