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Chissà come Orazio Marinali, lo scultore che ha dato forma plastica alla Religione e alla Giustizia, nelle statue che abbelliscono il giardino di Palazzo Roberti, avrebbe raffigurato la Pandemia. Anche perchè l'Era del Virus, che è diventata essa stessa un concetto allegorico, ha contraddistinto quelle che avrebbero dovuto essere le celebrazioni dell'anno marinaliano, a 300 anni dalla scomparsa del grande artista bassanese avvenuta nel 1720.
Penalizzato da chiusure, restrizioni, zone rosse, arancioni e quant'altro, l'anniversario ufficialmente conclusosi lo scorso 6 aprile sta giocando gli ultimi minuti dei tempi supplementari senza portarsi dietro il carisma dell'evento memorabile.
Davvero un peccato: ma quello che è stato fatto in questi mesi in onore di Marinali, tenendo conto della “Mission:Impossible” della diffusione territoriale della cultura in tempi di Dpcm, è comunque degno di nota. E così, dopo che è stata riaperta al pubblico in extremis grazie all'”Apriti Sesamo” della zona gialla, sono andato a vedermi la mostra “Marinali e Bassano, con uno sguardo di Fabio Zonta”, allestita al Museo Civico. Una visita last-minute, dal momento che l'ultimo giorno di apertura dell'esposizione sarà dopodomani, mercoledì 5 maggio. Impossibile prorogarla ulteriormente, dopo la proroga di qualche giorno già concessa: sta incalzando la nuova mostra “Palladio, Bassano e il Ponte - Invenzione, storia, mito”, organizzata per la stagione inaugurale del Ponte di Bassano restaurato, e bisogna liberare gli spazi della Galleria Civica.
La gigantografia del busto autoritratto di Orazio Marinali, realizzata per la mostra da Fabio Zonta (foto Alessandro Tich)
Va ricordato che l'evento espositivo al Museo rappresenta solo una parte, per quanto importante, dell'omaggio cittadino al grande scultore barocco di origini bassanesi.
Il progetto dell'assessorato alla Cultura del Comune ha inteso infatti valorizzare l'intero straordinario corpus delle opere marinaliane presenti a Bassano, situate in spazi ed edifici pubblici e in proprietà private. Un “percorso diffuso” che ha invitato i visitatori a vivere la Marinali Experience anche a Palazzo Roberti, nel duomo di Santa Maria in Colle, in municipio, in piazza Libertà e nella chiesa di San Giovanni Battista. Tutti luoghi comunque visitabili, fatte salve le rispettive esigenze di apertura di palazzi e chiese, anche nei periodi non strettamente legati a ricorrenze e centenari. La mostra invece, per definizione, è un evento irripetibile: da qui l'urgente impeto di curiosità marinaliana del vostro umile cronista. Anche perché, come dice il solito saggio, non è mai troppo tardi.
Come ho già avuto modo di scrivere, sembra che in vita Orazio Marinali non sia stato, per così dire, un gran simpaticone. Lui stesso ha voluto consegnare ai posteri una sua immagine poco benevola nel busto autoritratto in pietra tenera che appartiene alle collezioni del Museo Civico e che ci accoglie all'ingresso della mostra: volto severo, bocca arcigna, con la testa pelata e la mascella volitiva che ricordano automaticamente un altro personaggio di due secoli dopo. Sarà stato anche “uno spirito fiero ma dal pessimo carattere”, come lo descrisse il fratello Angelo, ma fu anche uno spirito creativo e imprenditoriale capace di trasformare la sua piccola bottega familiare in una grande officina in grado di produrre un numero sbalorditivo di opere, esercitando una sorta di monopolio sul mercato artistico veneto e attirando nella propria orbita molti altri valenti scultori.
Sempre per la solita serie: e scusate se è poco.
La mostra al Museo Civico, curata da Monica De Vicenti per l'allestimento firmato da Giorgio Strappazzon, immerge il visitatore in un piccolo viaggio fuori dal tempo: bianchi tendaggi divisori e musiche d'epoca soffuse rendono la visita un'esperienza dall'atmosfera ovattata. La prima parte del percorso espositivo è dedicata al cosiddetto “Album Marinali”, un volume in folio composto da 90 pagine e 186 disegni di mani diverse, tra cui quelle del Marinali stesso, raffiguranti le produzioni dell'artista e della sua bottega: statue di soggetto sacro e profano; ornamenti per palazzi, giardini e chiese; progetti architettonici per altari e studi accademici di nudi maschili. Un prezioso antesignano, se vogliamo, degli oderni cataloghi promozionali. Molti disegni, accuratissimi, furono infatti eseguiti per ottenere l'approvazione dei committenti. Esposti al'interno di teche, gli schizzi contenuti nei fogli dell'Album rimandano alle rispettive opere scultoree finite, raffigurate nelle foto appese alle pareti a seconda della categoria: statuaria da giardino, committenze religiose, progetti ornamentali eccetera.
Proseguendo in mostra, si arriva quindi alla fase dello studio tridimensionale delle opere con i bozzetti e i modelli in terracotta. Anche questa un'esclusiva made in Bassano: le terrecotte della bottega dei Marinali sono giunte nelle collezioni civiche bassanesi, assieme all'Album, nel 1846. Un gruppo composto da due rapidi bozzetti e sette modelli, in almeno cinque dei quali può essere rintracciata la mano di Orazio: in particolare la commovente e mutilata Pietà col Cristo sorretto da due angeli. Anche in questo caso i modelli che hanno portato alla realizzazione di opere scultoree rimandano alle foto delle rispettive statue finite.
Come Marinali crea, il Museo conserva.
Ma non c'è mostra degna di tale nome senza un gran finale. Che è rappresentato, nella fattispecie, dall'itinerario per immagini delle gigantografie di Fabio Zonta: fotografo bassanese che ha all'attivo diverse collaborazioni anche a livello internazionale e che ha accettato la non facile sfida di immortalare le opere dello scultore barocco come mai non si era visto prima. L'incontro ravvicinato del terzo tipo tra Zonta e le statue di Marinali si traduce in una serie di scatti nei quali le sculture si isolano dal contesto in cui sono collocate, esaltate da una visione ravvicinata che ne enfatizza il virtuosimo tecnico e la carica espressiva. La caratteristica del Marinali “visto e interpretato” da Fabio Zonta è la sapiente dosatura della luce. Gli sfondi naturali delle opere marinaliane - siano essi il giardino di Palazzo Roberti, l'altare del Rosario nel duomo di Santa Maria in Colle o il cielo di piazza Libertà - diventano contorni di colore, se non persino di oscurità ottenuta in pieno giorno, da cui emergono, come delle star sotto le luci di un palcoscenico, le figure scolpite.
Attraverso la scelta del punto di vista, dell'inquadratura, dei tagli che includono o escludono porzioni delle opere, ma anche all'intensificazione dei contrasti tra luce e ombra, Zonta interpreta la scultura di Marinali secondo la sua personale visione e percezione emotiva.
Il risultato del lavoro, come conferma anche un pannello esplicativo della mostra, “è un fecondo dialogo formale tra l'opera dello scultore, l'obiettivo del fotografo e lo sguardo del visitatore, guidato in una rinnovata esperienza conoscitiva dell'opera del Marinali”.
Un corpus di immagini che, a sua volta, predispone il visitatore al successivo incontro “dal vivo” con le stesse opere integrate nello scenario urbano.
In tutto - tra la mostra al Museo Civico e il percorso cittadino - oltre sessanta opere tra sculture, disegni, bozzetti, modelli in terracotta e monumentali fotografie permettono così la riscoperta di un protagonista della statuaria dell'età barocca nella sua affascinante e peculiare declinazione veneta. E se il buongiorno si vede dal mattino, la valorizzazione del genius loci del territorio messa in opera dalla nuova direttrice dei Musei Civici Barbara Guidi, cui compete la responsabilità scientifica di tutto ciò che viene fatto in Museo, appare indirizzarsi sulla buona strada.
Sono uscito dalla visita last-minute alla mostra marinaliana in Galleria Civica con il rammarico che l'evento non abbia avuto, causa chiusure per Covid, la risonanza che avrebbe meritato e con la consapevolezza di aver percorso un contenuto ma sorprendente itinerario espositivo che mi ha permesso di scoprire davvero un grande Orazio.
Insomma: un Orazione. Senza apostrofo.
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