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Più di qualcuno in questi giorni mi ha chiesto di scrivere qualcosa, una specie di articolo di bilancio, sull'anno che sta per finire. Ed è quello che sto facendo, anche se dopo non poche esitazioni. Il rischio è infatti quello di cadere nell'ovvio e nel banale, scivolando sui luoghi comuni riguardanti un 2020 che noi tutti, o perlomento la stragrande maggioranza di noi, abbiamo voglia di allontanare dalla nostra vita a forza di calci e non vi dico dove.
Non so tuttavia se essere d'accordo con il famoso settimanale americano Time, che in questo mese di dicembre ha pubblicato in copertina il numero “2020” a caratteri cubitali, cancellato da una croce di colore rosso, con la scritta “Il peggior anno di sempre”. Non lo so perché il destino mi ha fatto nascere in un'epoca che mi ha permesso di evitare due guerre mondiali, l'epidemia dell'influenza spagnola (oltre 50 milioni di vittime in tutto il mondo), le pestilenze dei secoli passati e via dicendo. Poi, leggendo l'articolo del Time, si capisce meglio il senso di quel titolo di copertina. L'autrice del pezzo Stephanie Zacharek, che normalmente fa la critica cinematografica, scrive infatti che “ci sono stati anni certamente peggiori nella storia del mondo, ma la maggior parte di noi oggi in vita non ha visto niente di simile”. Si tratta quindi di un “sempre” relativo, riferito alla nostra attuale e contemporanea esperienza terrena.
Con questa chiave di lettura si può certamente concordare. Il nuovo coronavirus, alias SARS-CoV-2, rappresenta certamente qualcosa di mai visto e mai provato prima ed è stato ed è tuttora un virus altamente anticostituzionale. Ci ha privato cioè di alcuni tra i principali diritti sanciti dalla costituzione: il rispetto della dignità umana, la libertà di riunione e di associazione, la rimozione degli ostacoli di carattere economico e sociale che limitano la libertà e l'uguaglianza di tutti i cittadini, in moltissimi casi anche il lavoro. E anche il diritto alla salute, come suo malgrado ha potuto sperimentare chi ha avuto la sorte di ammalarsi di qualche seria patologia non Covid nel periodo in cui il sistema sanitario è collassato, di fatto quasi esclusivamente, tutt'attorno all'emergenza virus.
La copertina del 'Time'
Il Covid-19 (perchè il 2020 sarà stato anche un anno infausto, ma è nel 2019 che questa brutta storia ha inizio) ha avuto comunque anche un effetto sconvolgente al di là degli aspetti sanitari: ci ha messo a nudo. Ci ha spogliato di tutte le sovrastrutture (rapporti umani, convenzioni sociali, abitudini collettive) e ci ha messo da soli contro tutti: evita il prossimo tuo e pensa prima a te stesso. Gli sdolcinati appelli alla solidarietà e alla misericordia nazionale durante i mesi del lockdown di primavera (#distantimauniti, #andràtuttobene eccetera) altro non sono stati che delle valvole di sicurezza per contenere la nostra bellicosa frustrazione di animali in isolamento. Non scandalizzatevi per la parola “animali”: siamo stati delle bestie in gabbia e in questi mesi l'istinto ha prevalso sulla ragione.
Non solo il naturale istinto di sopravvivenza, anche l'istinto di conservazione se non persino di prevaricazione, in questa emergenza globale dalla quale in linea generale usciamo più incattiviti. L'istinto ha proseguito a prevalere sulla ragione anche nei mesi di semilibertà, corrispondenti alla stagione estiva, nei quali siamo in gran parte ritornati a vivere, nonostante le regole del distanziamento sociale, come se nulla fosse successo.
Cazzinostri-20 contro Covid-19.
Ora stiamo nuovamente vivendo una fase di coprifuoco a singhiozzo, tra giornate rosse e giornate arancioni, e i lampeggianti delle pattuglie che controllano soprattutto di sera i nostri movimenti danno il senso di uno stato di polizia rispetto al quale è difficile non sentirsi inquieti. Eppure io non me la sento di gettare totalmente questo 2020 nella spazzatura. Come non posso immaginare che dal 1 gennaio 2021, e cioè da dopodomani, inizi il nuovo corso della rinascita. Anche perchè sarà una rinascita, quando verrà il suo momento, lunga e impegnativa: mi dispiace rovinare la festa, ma questo è ciò che penso.
Non ritengo dunque di bruciare interamente l'anno che sta finendo nel termovalorizzatore di una damnatio memoriae che secondo il pensiero corrente esso meriterebbe. E questo per il semplice fatto che è stato un anno di crisi. Ovvero, se preferite, un anno di cui parleranno i libri di storia. E sono le crisi a determinare da sempre i destini del mondo. Se li determinino in meglio o in peggio, però, dipende solo da noi.
Con la comparsa del SARS-CoV-2 ciascuno di noi ha avuto l'occasione di ripensare alle certezze e soprattutto alle priorità della propria esistenza, da mettere a frutto all'auspicata ripresa dei rapporti sociali senza più il giogo delle mascherine, delle misure anti droplet e dei tristi contatti di gomito invece delle strette di mani. Non tutti lo hanno fatto, ma l'opportunità è stata uguale per tutti. Il modo migliore per festeggiare il Capodanno non è quindi aspettarsi che un'entità astratta come il nuovo anno porti chissà quali sconvolgimenti positivi in questo nostro cammino terreno, ma interrogarci su che senso dare con i nostri comportamenti e con la nostra proposta di vita al nuovo nato nel calendario della storia.
Qui non c'entrano vaccini, varianti inglesi o Recovery Fund. Sono gli alibi di chi aspetta che i cambiamenti arrivino sempre dall'alto. Cambiare noi stessi, possibilmente in meglio e nonostante tutto - ed è questo il mio augurio a tutti voi per il 2021 -, è la vera sfida che possiamo affrontare nell'attraversare il passaggio tra l'anno che è venuto e l'anno che verrà.
Io mi sto preparando, è questa la novità.
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