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L'anima del Ponte
Nuovo critico e circostanziato intervento dell'architetto Pino Massarotto sul progetto di restauro e consolidamento del Ponte di Bassano: “Non servono progetti o professori ma un esperto direttore dei lavori e bravi carpentieri”
Pubblicato il 09 gen 2016
Visto 5.629 volte
Avviso ai naviganti: quando riceviamo e pubblichiamo un intervento di Pino Massarotto, l'architetto bassanese in prima linea sul fronte delle critiche al progetto di ripristino e consolidamento statico del Ponte degli Alpini, vuol dire che pubblichiamo un testo lungo e articolato. Bisogna quindi leggerlo con pazienza ed attenzione. Ma il passato, presente e futuro del nostro amato Ponte, di per se stesso, non è un argomento che possa essere esaurito in poche righe.
L'arch. Massarotto - nel concepire le sue nuove considerazioni sul tema, scritte il giorno di Santo Stefano e trasmesse oggi alla nostra redazione - ha comunque fatto in modo di essere comprensibile ai non addetti ai lavori, usando un linguaggio scorrevole e limitando al minimo i termini tecnici, segnalandoli in corsivo. Un intervento che - a progetto esecutivo già approvato e a bando dei lavori già affidato - intende dare un nuovo ed ulteriore contributo al vivace dibattito sull'intervento di restauro previsto per la storica architettura che unisce le due sponde del Brenta.
Buona lettura:
Foto Alessandro Tich
Considerazioni sul progetto di restauro del Ponte di Bassano
(Prof. Ing. Claudio Modena e Prof. Arch. Giovanni Carbonara)
Andrea Palladio, come è noto, non ha ideato ex novo il Ponte di Bassano, ma, obbligato dal Consiglio Civico di Bassano a rifarlo “nel modo e forma che era il precedente”, ha disegnato il nuovo Ponte dandogli una sistemazione formale secondo i propri canoni classici e ideando il modello strutturale ridefinendone per ogni sua parte le funzioni.
Bartolomeo Ferracina (1751) e Angelo Casarotti (1820) hanno ricostruito il Ponte introducendo alcune modifiche formali, migliorando le fondazioni, ma sostanzialmente mantenendo lo schema strutturale del Palladio. In particolare Angelo Casarotti, allungando e alzando i rostri e modificando radicalmente la fondazione, ha realizzato il ponte che ha resistito maggiormente e che è giunto, pur con numerosi interventi restaurativi e sostitutivi, fino ai giorni nostri ed è a questo che dobbiamo rifarci nell’affrontare l’attuale restauro.
Il Ponte di Bassano non è un monumento nel significato classico del termine, il Ponte è una struttura monumentale e ogni sua parte ha una funzione ben definita. Il progetto di questo Ponte è un meraviglioso e sorprendente prodotto dell’ingegno umano decantatosi e affinatosi nei secoli, non ha orpelli decorativi o parti superflue: ogni parte ha una funzione e collabora con le altre per resistere alla forza del fiume.
I pali infissi nel terreno, prima in legno e ora in cemento e acciaio, reggono le travi di soglia che a loro volta reggono le colonne, i rostri di monte con lo spartiacque tagliano la corrente e fanno da scudo alle colonne deviando la grande quantità di tronchi che arrivano a grande velocità (fino a 7 mt/sec) e trasmettono la spinta al mustazzone che lega a metà altezza le colonne.
Questa spinta è contrastata dal rostro di valle con il suo puntone che si appoggia a un palo infisso nella ghiaia. Le filagne sono delle controventature che hanno il compito di legare tutte le parti per farle collaborare fra loro e contrastare i momenti che si formano all’appoggio delle colonne.
Hanno inoltre il compito di proteggere i pali di rostro e le colonne dall’usura provocata dal materiale trasportato dall’acqua.
L’impalcato del Ponte è formato dalle longherine appoggiate ad una trave trasversale che collega le teste delle colonne, e dalle serraglie con i saettoni che si appoggiano alle colonne controventandole longitudinalmente.
Sopra all’impalcato travi trasversali e tavoloni ripartiscono il carico formato da sabbia, ghiaia e pavimento che con il suo peso stabilizza tutta la struttura e compensa le spinte verticali dovute al galleggiamento. I pilastri e le capriate della copertura devono a loro volta resistere alla spinta, spesso molto forte, del vento. Tutto questo insieme di elementi, tutti connessi e collaboranti fra loro, costituisce il modello strutturale del ponte, l’anima del Ponte.
Quando il fiume è in periodo di magra il Ponte dorme, è sottoposto soltanto a carichi verticali, al suo peso, ma quando arriva la piena il ponte si anima, diventa un corpo vivo, tutti i suoi nodi si stringono per contrastare le forze che lo attaccano. E’ una vera battaglia con il fiume che nel passato qualche volta il Ponte ha perduto, ma che negli ultimi duecento anni ha sempre vinto pur subendo grandi danni.
Per questo motivo dobbiamo curare sempre la manutenzione: se qualche parte è deteriorata tutto l’insieme si indebolisce e allora bisogna intervenire sostituendo la parte ammalata.
Noi siamo molto critici con il progetto Modena/Carbonara, non tanto per l’utilizzo di materiali attuali, ma per l’introduzione di elementi strutturali estranei che stravolgono la concezione originale, la sola eredità che ci permette ancor oggi di attribuire al Palladio il nostro Ponte.
La trave reticolare sopra l’impalcato vuole contrastare gli effetti della spinta del fiume in piena, dando per scontata, come risulta dalla mancanza nel progetto di idonei accorgimenti per irrobustirli, la distruzione dei rostri sotto la forza della corrente e i colpi dei tronchi trasportati dal fiume. Questo approccio dimostra la non comprensione o la voluta sottovalutazione delle funzioni strutturali dei rostri e non tiene conto che, una volta distrutti i rostri, la violenza del fiume si abbatterebbe sulle colonne indifese provocando rotture e grandi tensioni sugli appoggi, che, così come sono state concepiti, appaiono più delle cerniere che non degli incastri. Se le colonne venissero scalzate, la funzione della reticolare d’impalcato sarebbe quella di far andar via tutto intero il ponte invece di una sola parte!
Questa impostazione ha condizionato forse anche il metodo d’intervento proposto dal prof. Carbonara nella sua relazione. Condivisibile il pensiero di Carbonara riferito a un monumento storico a un edificio antico “statico” dove si deve conservare il più possibile anche per aver memoria dell’evoluzione nel tempo e dei vari interventi…ma non ad una struttura che “lavora” sottoposta a grandi forze dinamiche e quindi a grande usura. Le sue parti quando per l’età o per altri fattori non assolvono più ai loro compiti “lavorativi” devono essere sostituite: la sostituzione di parti strutturali ammalorate o marcite è semplice manutenzione! (v. Laner).
Il ponte ha una immagine, un modello strutturale e il materiale con cui è costruito: l’immagine e il modello strutturale sono i veri valori da rispettare e salvaguardare, il materiale con cui è costruito no! Le stilate di questo ponte hanno subito innumerevoli interventi, restauri e sostituzioni e della costruzione originale del 1820 restano soltanto le travi di fondazione e le colonne delle due stilate est: quelle che hanno ceduto.
Oggi il Ponte è ammalato, le fondazioni, le stilate e l’impalcato mostrano un grave degrado dovuto all’età e alla mancanza di manutenzione.
Gran parte dei suoi elementi vanno sostituiti rispettando la forma, le essenze e le modalità costruttive. Nel passato la voce più importante nei capitolati era la fornitura del legname mentre oggi è soltanto una piccola parte del costo totale rispetto alla manodopera, alle attrezzature e alle opere provvisionali.
Vale quindi la pena, dato il notevole finanziamento ottenuto, sostituire integralmente le parti maggiormente sollecitate che poi sono quelle più difficilmente raggiungibili negli interventi di manutenzione ordinaria.
Ci sembra inspiegabile, a dir poco, la posizione della Soprintendenza che pretende che si conservino dei pezzi di legno marci sott’acqua (le travi di fondazione e qualche palo infisso nella ghiaia), e nulla dice sull’introduzione di strutture reticolari spaziali in acciaio inox a livello di fondazione e di una trave reticolare, grande quanto il ponte, sopra l’impalcato che sconvolge il modello strutturale Palladiano!
Il restauro del nostro Ponte non ha bisogno di progetti: il progetto c’è già, è quello che la storia ci ha consegnato. Non servono professori ma un esperto direttore dei lavori e bravi carpentieri, non servono travi reticolari ma interventi di irrobustimento delle stilate anche con l’utilizzo di materiali attuali.
Il Ponte, con tutte le stilate rifatte con l’aggiunta di opportuni accorgimenti e ancoraggi, è in grado di resistere almeno altri cento e più anni senza complessi, costosi ed invasivi interventi che, oltre a creare un falso storico, non trovano neanche una sufficiente giustificazione tecnica e appaiono piuttosto come un exploit tecnologico per portare lustro al già ricco portfolio del progettista!
Non vogliamo che l’ing. Modena ci rubi l’anima del Ponte per sostituirla con una sua anima che non gli appartiene!
Pino Massarotto
Bassano 26 dicembre 2015
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